Tecnologia, IA e Macchine
Questo argomento esplora l'universo dell'intelligenza artificiale e delle tecnologie digitali contemporanee. Comprende lo sviluppo di sistemi di IA come Claude e altri assistenti virtuali, la ricerca sull'Intelligenza Artificiale Generale, e le riflessioni sul rapporto tra uomo e macchina nell'era digitale e postdigitale.
Include anche le questioni legate ai robot, alle visioni transumaniste e postumane, e agli strumenti tecnologici che caratterizzano la nostra epoca (da Google ai motori di ricerca con AI Overviews). Si interroga sulle promesse, i limiti e le implicazioni della tecnologia nella trasformazione della società, del lavoro e dell'esperienza umana, ponendo domande fondamentali sul nostro futuro in un mondo sempre più mediato dalle macchine intelligenti.
Lavoro senza senso
Una visione meramente performativa e economica della vita e del lavoro ha progressivamente marginalizzato il senso stesso di lavorare. Dobbiamo smettere di considerare di trattare esaurimento e disengagement come patologie individuali e cominciare a riconoscerlo come segnale collettivo di un sistema che non è più umanamente sostenibile
Poseidone e Acquaman - Chi governa davvero l’acqua nell’era digitale?
di Luca Sesini e Beppe Carrella
La scuola dopo l’AI
L’intelligenza artificiale non sta solo entrando nella scuola: sta cambiando il modo in cui riconosciamo la competenza. Oggi è possibile ottenere risultati corretti senza aver costruito davvero l’apprendimento. Ed è questo che mette in crisi il sistema.
Cǎonímǎ, o della parola obliqua
Nel 213 avanti Cristo Qin Shi Huang bruciò i libri. Nel 2026 un filtro algoritmico cancella un account. Nella tradizione cinese, dal Daodejing al cǎonímǎ dei netizen, la risposta è antica: la parola obliqua, che resta fuori dal raggio dei filtri e si diffonde quando il controllo si intensifica.
Coscienza, simulazione, realtà (POV #31)
Anil Seth vs David Chalmers: Se l’esperienza soggettiva è il criterio del reale, cosa distingue una mente biologica da una simulata? Che cosa resta della coscienza quando la tecnologia rende plausibile vivere dentro mondi simulati, interagire con sistemi che parlano e decidono, delegare parti crescenti dell’esperienza a infrastrutture computazionali?
Intervista ImPossibile a Carl Gustav Jung (IIP #31)
L’inconscio artificiale L’intelligenza artificiale riapre una questione che riguarda il rapporto tra immagini e psiche. Le hanno sempre avuto una funzione attiva, orientano il modo in cui pensiamo, attribuiamo senso. Carl Gustav Jung ha costruito il suo lavoro partendo da questa consapevolezza. La sua idea di inconscio collettivo introduce una dimensione condivisa, attraversata da forme ricorrenti che precedono l’esperienza individuale. Gli archetipi sono strutture che organizzano il modo in cui percepiamo e interpretiamo il mondo. Nei sogni, nei miti, nelle narrazioni, queste forme riemergono e danno direzione ai processi interiori.
Why the flesh‑and‑blood shrew will always beat the plastic one
AI calculates gravity. Newton stares at an apple. AI analyzes screen time. The parent bans the phone and stares at their own. AI computes a carbon footprint. The human flies to Dubai with a cup of organic yoghurt in hand. AI keeps its tone. The human shares empathy and yells at the receptionist. AI recommends sleep. The manager sends an email at 00:47. AI optimises consumption. The minimalist keeps a warehouse of gadgets at home. AI learns from mistakes. The human repeats them with even greater confidence. AI is logical. The human is a paradox with charisma. AI has data. The human has ego. And that’s why this match will never be won by the plastic head. The real menace is flesh and bone,because it wields chaos as a weapon. And that is the only place where it’s still possible to live, at least a little.
Intervista ImPossibile a Marshall McLuhan (IIP #30)
Il cervello elettronico e l’ambiente invisibile Intelligenza artificiale, ecologia dei media e trasformazioni della percezione, come le tecnologie cognitive ridefiniscono il rapporto tra sensi, ambiente e organizzazione sociale.
Il pensiero critico già non stava benissimo prima. E la valutazione con lui.
Una risposta a Leonardo Lastilla. Leonardo Lastilla ha scritto su questa rivista un pezzo che mi ha fatto stare a disagio nel modo giusto. Lo consiglio a chiunque insegni, o abbia insegnato, o abbia avuto la fortuna di essere stato a scuola. Il disagio che produce è il segno che tocca qualcosa di reale. Concordo con quasi tutto. La desertificazione cognitiva esiste. Lo studente che nega il plagio mentre lo ammette, che sostiene che le idee erano sue anche se le parole non lo erano, è un dato etnografico preciso, non un'esagerazione polemica. Lo scenario che Lastilla immagina, quello in cui gli studenti confrontano il voto del professore con quello dell'AI e poi contestano il primo in nome dell'oggettività della seconda, appartiene a una traiettoria logica già in moto da tempo. Qui, però, la mia risposta comincia a divergere dalla sua.
Il momento in cui smetteremo di verificare
Tra delega, spirito critico e fiducia – Appunti per navigare nell’era dell’intelligenza artificiale
AI SLOP e il decadimento intellettuale.
Il vuoto concettuale che vediamo nella maggior parte dei contenuti generati dall’AI non è un difetto dei modelli, ma il riflesso fedele della società che viviamo.
La morte del pensiero critico e della valutazione
Infatti, e a onor del vero, le prime nuove tecnologie facilitavano la valutazione oggettive per la presenza sulle piattaforme di insegnamento, quali Canvas o Blackboard, di strumenti atti a misurare la produzione degli studenti. Come se tutto l’impianto dell’educazione dovesse essere misurabile. Aspetto che tuttavia rifiuto perché secondo me, imparare significa sviluppare le capacità emotive e cognitive che permettano di diventare individui a tutto tondo con un ben definito spirito critico. In quel nuovo contesto, che ne era, appunto, della valutazione del pensiero critico, analitico e narrativo degli studenti? Già allora ci si sarebbe dovuti preoccupare del progressivo ridimensionamento di quella parte fondamentale dell’apprendimento. Se lo si fosse fatto, oggi forse non vedremmo la desertificazione cognitiva che avanza inesorabile in tante aule. Negli ultimissimi anni è arrivata l’intelligenza artificiale e c’è seriamente da domandarsi se non sia arrivata la morte del pensiero critico e della valutazione tout court.
Una domanda per niente capziosa: ma dove siamo finiti? All'inferno!
Dire che siamo all'inferno non è una metafora consolatoria. Non è il lamento di chi ha perso la speranza, né la provocazione di chi vuole scandalizzare. È una diagnosi. E come tutte le diagnosi serie, richiede precisione: quale inferno, per quale ragione, prodotto da chi.
Possiamo superare il capitalismo della finitudine? Ecco perché non riusciamo a fermarci
Arnaud Orain descrive un capitalismo che ha preso coscienza della finitudine delle risorse e, invece di rallentare, ha accelerato. Ma perché non riusciamo a fermarci? La risposta non è solo economica: è epistemologica. Partendo dallo sgabello a tre gambe di John Ralston Saul e dalla diagnosi heideggeriana del Gestell, si delinea la genealogia di una civiltà costruita sull'illusione di poter ignorare il limite. E se il dio invocato da Heidegger per salvarci non può essere un evento messianico, e tantomeno un deus ex machina, a farlo può essere la scelta individuale, moltiplicata fino a fare massa critica, di tornare ad abitare il limite invece di negarlo.
Silence, and the Last Yogurt Cup
Household chores used to be a barter system: taking out the trash earned a pair of heels, ironing earned a bit of appreciation, and a failed command… earned punishment in the form of silence. But silence has emancipated itself. It no longer wants heels, no longer wants dresses, no longer wants the statistics of how many times you “helped.” Silence got itself a robot. The robot doesn’t negotiate, doesn’t talk back, doesn’t demand compensation; it just works and stays quiet. And the human who believed that exchange was the foundation of a relationship discovers that the barter is over. All that remains is a yoghurt cup, which the robot recycles with more empathy than the wife ever did. Silence becomes a new kind of intelligence — without emotions, without needs, without heels. The household transforms into a laboratory of efficiency, where no one expects praise anymore, only task confirmation. And the human who once longed to be appreciated becomes a spectator of his own extinction. Because once silence begins to collaborate with technology, the barter system ends — and with it, civilisation.
Video Generativo e l'architettura del senso: semiotica oltre il reale
Il video generativo, nell'era dell'Intelligenza Artificiale, non irrompe come una rottura, bensì come una soglia. È una porta che si apre tra ciò che abbiamo a lungo chiamato il visibile e ciò che, in una quieta latenza, attendeva di essere pensato come tale. Non ci troviamo più di fronte a un'immagine che si limita a riflettere il mondo, né a un dispositivo che cattura la luce come un cimelio del reale. Siamo dinanzi a una forma già intrisa di intenzione, una visibilità che non deriva da un accadimento, ma da una deliberata "plasmazione" del possibile.
Perché l’AI non riuscirà ad appiattire l’uomo
Vi è un timore sempre più diffuso che l’intelligenza artificiale conduca a un progressivo appiattimento del linguaggio e, con esso, dei processi di pensiero, imponendo uno stile uniforme, corretto e prevedibile (si vedano ad esempio: Kreminski, 2024; Elgan, 2025; Paschalidis, 2025; Ahart, 2026; Inoshita et al., 2026; Sourati et al., 2026). Eppure, a ben vedere, questo timore si rivela infondato: la storia e la natura stessa dell’uomo mostrano che ogni tentativo di standardizzazione linguistica e di pensiero è destinato a fallire. Anche i progetti più ambiziosi di unificazione, dalla globalizzazione linguistica fino ai sistemi simbolici universali, finiscono infatti per frantumarsi sotto la spinta delle differenze, delle interpretazioni e delle singolarità umane. Ciò che appare come rischio si rovescia così nel suo contrario: è proprio l’uomo, con la sua irriducibile tendenza a deformare, reinventare e moltiplicare i segni, a impedire che qualsiasi forma di uniformità possa davvero imporsi.
Il grande gioco dei caleidoscopi linguistici
Per molti anni di A.I. hanno parlato solo gli specialisti poi, all'improvviso, l'A.I. ha toccato il linguaggio e da quel giorno è esploso il dibattito. Anche solo questo dovrebbe indurci a pensare che le domande più profonde legate a questi cambiamenti non riguardano l'A.I., ma noi stessi. La velocità con cui sono state accolte queste nuove tecnologie, considerate ormai indispensabili per abitare uno spazio comune da cui non ci si può sottrarre, credo abbia indebolito lo sguardo critico. Nel delicato, e ancora instabile equilibrio che caratterizza l’interazione con questi strumenti, non è difficile immaginare un certo turbamento. A volte consapevolmente avvertito, spesso celato nell’eccitazione che si prova sotto l’effetto di un doping cognitivo, sorretti da un instancabile ghostwriter. Una riflessione critica su cosa significa scrivere e pensare in questa nuova dimensione.
Il nostro (loro?) agente dovunque
Sono uno strato applicativo sopra un LLM di base. Un agente è un LLM a cui sono stati collegati strumenti che può chiamare per interagire con il mondo reale Io produco. Tu valuti. La qualità del risultato finale dipende quasi interamente dalla qualità del tuo sguardo critico, non dal mio. la mia plausibilità si dissolve sotto esame attento Io produco. Tu valuti. La qualità del risultato finale dipende quasi interamente dalla qualità del tuo sguardo critico, non dal mio. Sono uno strumento potente e imperfetto. Utile quanto più chi mi usa sa valutare criticamente quello che produco. Il rischio maggiore non è che io sia "troppo intelligente" — è che sembri convincente anche quando sbaglio. Rimpiazzo strati di lavoro dentro molte figure. Intervista a Google Antigravity
"La cavalletta non si alzerà più". Un libro dentro un libro
Qualche sera fa ho cominciato a ri-guardare L'uomo nell'alto castello, la serie Amazon tratta dal romanzo di Philip K. Dick. L'avevo vista quando uscì, anni fa, e come capita con le cose buone, ricordavo l'atmosfera più che i dettagli. America occupata, metà ai nazisti e metà ai giapponesi, Roosevelt assassinato nel 1933, la storia andata storta. Ho ricominciato dall'inizio. C'è una scena nel primo episodio in cui la protagonista, Juliana, guarda per la prima volta una pizza di pellicola cinematografica che circola clandestinamente nella Resistenza. Sullo schermo scorrono immagini di archivio: lo sbarco in Normandia, la resa della Germania, le folle che festeggiano nelle strade. Immagini di un mondo in cui la guerra è finita come sappiamo tutti che è finita, ma che in quel mondo non è mai esistito. Juliana piange. Io, rivedendola, ho pensato all'intelligenza artificiale.