Il dominio dell’AI (POV #03)

Shoshana Zuboff e Yoshua Bengio: algoritmi tra emancipazione e controllo. Viviamo in un’epoca in cui l’intelligenza artificiale sembra promettere tutto: efficienza, conoscenza, persino giustizia. Ma gli algoritmi che regolano le nostre vite sono davvero neutrali? O nascondono nuove forme di potere e disuguaglianza? Da una parte, Shoshana Zuboff ci mette in guardia contro il “capitalismo della sorveglianza”, un sistema che trasforma ogni esperienza in dato da sfruttare, riducendo la libertà individuale a merce di scambio. Dall’altra, Yoshua Bengio, pioniere del deep learning, non nega i rischi ma invita a costruire regole, istituzioni e responsabilità collettive per fare dell’AI una tecnologia al servizio dell’umanità. Gli algoritmi sono una trappola che alimenta disuguaglianze sempre più profonde, o una risorsa che - se governata - può ancora rafforzare la nostra autonomia di pensiero?

FOMO: La Generazione Sull’Orlo della Crisi Cognitiva

FOMO, sigla dell'espressione inglese Fear Of Missing Out, può essere tradotta in italiano come "timore di essere esclusi" o "ansia di perdersi qualcosa di importante". Questo fenomeno psicologico, riconosciuto ufficialmente nel 2013 con l'inclusione nell'Oxford English Dictionary, ci induce a confrontare costantemente la nostra esistenza con quelle che osserviamo online, portandoci a domandarci se queste siano più stimolanti e appaganti della nostra. Si manifesta come un disturbo d'ansia sociale che spinge gli individui a voler rimanere perennemente aggiornati sulle attività altrui, alimentando il sospetto che gli altri stiano conducendo vite più soddisfacenti e ricche di esperienze. Non va confuso con la semplice invidia, ma rappresenta un'autentica condizione di preoccupazione che genera un bisogno ossessivo di monitorare i social network e le comunicazioni digitali, come meccanismo di difesa contro la sensazione di esclusione.

Alla ricerca del senso nascosto: Vincent Halles e l’arte di collegare i frammenti

Ho incontrato per caso Vincent Halles su Medium. I suoi scritti mi hanno subito colpito per un approccio che assomiglia al mio: la ricerca ossessiva di connessioni tra ciò che appare sconnesso. Come me, Halles non si limita a leggere o archiviare, ma attraversa testi, culture e discipline—da Fernando Pessoa a Westworld, da Deleuze alle parodie di videogiochi—per far emergere fili inaspettati. Per entrambi, l’incompiuto non è una mancanza, ma la traccia viva di un pensiero che si interroga, si corregge, si rimette in discussione. Giurista di formazione ma mosso da una curiosità senza confini, Halles dimostra che collegare l’apparentemente inconciliabile non è un esercizio intellettuale fine a sé stesso, ma un atto di resistenza culturale. In un’epoca dominata dall’efficienza algoritmica, il suo lavoro—e, per certi versi, anche il mio—ci ricorda che la ricchezza del pensiero sta proprio nelle esitazioni, nelle deviazioni, nella capacità di sbagliare e ricominciare. È questa vulnerabilità, questa umanità imperfetta, il cuore della sua ricerca e, in fondo, di ogni autentico processo creativo.

Chi governa l’AI (POV #02)

L’ascesa dell’intelligenza artificiale e il dominio delle piattaforme digitali riportano al centro una questione che non possiamo più permetterci di rinviare: chi comanda davvero nel XXI secolo? Gli Stati-nazione, con i loro confini, le loro istituzioni e le logiche di potere geopolitico? Oppure le corporation tecnologiche, che si muovono oltre ogni frontiera, accumulano dati e capitali, e definiscono di fatto le regole del gioco globale? È in questo spazio di frattura che si colloca il pensiero di due osservatori radicali: Yanis Varoufakis, l’economista che immagina un futuro post-capitalista, ed Evgeny Morozov, il critico implacabile della retorica tecno-utopista. Le loro analisi, pur diverse, convergono in un punto essenziale: la democrazia, così come l’abbiamo conosciuta, rischia di essere svuotata dall’interno. Non più erosa da ideologie antagoniste o da conflitti militari, ma da un nuovo polo di potere: il capitale digitale, che cresce indisturbato, invisibile e pervasivo.

Chi ha paura dell'Intelligenza Artificiale?

L'acceso dibattito e confronto tra coloro che vedono nell'Intelligenza Artificiale (di seguito denominata Ai) una risorsa e quanti, all'opposto, la considerano una tecnologia pericolosa si ripropone ormai costantemente. Arricchendosi ogni volta di ulteriori elementi che guardano spesso alla casistica nota degli sviluppatori.

Intervista ImPossibile a Hannah Arendt (IIP #01)

Hannah Arendt (1906–1975) è stata una delle più importanti filosofe politiche del Novecento. Ebrea tedesca, allieva di Heidegger e Jaspers, dopo l’esilio negli Stati Uniti ha pubblicato opere fondamentali come Le origini del totalitarismo (1951) e La banalità del male (1963), che hanno cambiato il nostro modo di comprendere il potere, il male e la responsabilità individuale. La sua riflessione sulla fragilità della democrazia, sul linguaggio politico e sulla libertà rimane ancora oggi un riferimento imprescindibile. In questa “intervista impossibile” proviamo a immaginare cosa direbbe Arendt di fronte alle implicazioni dell’intelligenza artificiale.

Coscienza e AI (POV #01)

Federico Faggin vs Riccardo Manzotti: cosa distingue l’esperienza umana dalle tecnologie? Il rapido sviluppo dell'Intelligenza Artificiale Generativa sta facendo emergere questioni sulla natura della coscienza e sull'unicità dell'essere umano. Mentre le macchine diventano sempre più capaci di imitare il linguaggio e persino la creatività, ci si sta chiedendo se possono davvero "capire", "sentire", o essere "coscienti" come noi. Per indagare questa complessità ho messo a confronto due voci autorevoli e profondamente originali: Federico Faggin, pioniere dei microprocessori che oggi si dedica allo studio della coscienza, e Riccardo Manzotti, filosofo e ingegnere, ideatore della teoria della Mind-Object Identity. Le loro prospettive, pur partendo da basi disciplinari diverse - Faggin guarda alla fisica quantistica, Manzotti all'esperienza del mondo esterno - offrono spunti critici essenziali per cercare di conoscere il presente e il futuro dell'AI. L'obiettivo è sviscerare le loro visioni sulla coscienza, la vita e i limiti dell'AI, per vedere come rispondono alle stesse sfide con strumenti concettuali differenti.

L'uso dell'Intelligenza Artificiale alla luce del metodo socratico

Il 'prompt' è la forma di dialogo che pone alla macchina domande strategiche per far nascere risposte e percorsi di significato che diventano rilevanti a livello di senso. "La crescita dell’informazione e la sempre maggiore eterogeneità del sapere superano ogni capacità d’immagazzinamento e di trattazione da parte del cervello umano", sostiene Edgar Morin. Per questo può esserci utile l'Intelligenza Artificiale Generativa. Il modo di proporre 'prompt' lo si trova già descritto da Platone nei dialoghi socratici. Consiste in fondo nell'uso di due tecniche essenziali in ogni linguaggio evoluto: leggere e scrivere. Meglio ancora: leggere e scrivere bene. Per usare la AI non è necessario niente altro che scrivere in modo sensato, sapendo dove si vuole arrivare, con ottima forma.

Il lato umano dell’intelligenza artificiale: è tutta una questione di prospettiva

La Storia come Bussola: Dal Sogno di Turing alla Realtà dei Dati Se vogliamo capire dove stiamo andando, dobbiamo prima capire da dove veniamo. Il viaggio nel mondo dell’IA inizia con un sogno, quello di un uomo visionario: Alan Turing. Nel 1950, pose la prima pietra, chiedendosi se le macchine potessero pensare. Questo non era solo un quesito tecnico, ma una profonda domanda filosofica. Pochi anni dopo, John McCarthy diede un nome a questo sogno: “Intelligenza Artificiale”. Era l’alba di un’era, un’epoca in cui si pensava di poter insegnare alle macchine a ragionare usando la logica matematica. I primi risultati furono agrodolci: l’IA poteva batterci a dama, ma faticava con gli scacchi senza un database immenso di partite . Proprio come un bambino prodigio che eccelle in una materia ma non ha il senso comune. Esempi come la vittoria di Deep Blue sul campione mondiale di scacchi, che McCarthy stesso definì una “forma di imbroglio” e non vera intelligenza, ci insegnano che il successo di un’IA è spesso legato a un contesto molto specifico.

La rivoluzione sarà dashboardata

Immaginiamo una scena che potrebbe accadere domani mattina, in qualsiasi ufficio di marketing di Pechino o Milano. Alfio Lee Chen Satariano, milanese italo-cinese di seconda generazione e consulente pubblicitario, ha un'idea tanto assurda quanto geniale per lanciare una nuova app di foto-ritocco: farla benedire da un monaco buddhista. L'app diventa un fenomeno virale, condivisa da milioni di utenti con fervore religioso. Ma presto la situazione sfugge di mano: la gente inizia a "consacrare" di tutto, dai selfie alle pubblicità, e il marketing si trasforma in una nuova forma di culto digitale. Questa scena, liberamente ispirata al racconto "Buddhagram" di Chen Qiufan (con qualche variazione per renderla più vicina a noi), ci porta nel cuore del problema contemporaneo: cosa succede quando la tecnologia diventa una religione e gli algoritmi i nostri nuovi sacerdoti?

L'economia della ciambella: un nuovo paradigma per l’umanità nel XXI secolo

Viviamo un momento storico cruciale, in cui i modelli economici tradizionali basati su crescita infinita e sfruttamento illimitato mostrano tutte le loro contraddizioni. Kate Raworth, con la sua teoria della "ciambella", ci offre una bussola preziosa per ripensare l’economia del XXI secolo, mettendo al centro la giustizia sociale e il rispetto per i limiti planetari. L'antropocene ci ricorda che il nostro metabolismo globale è in crisi: sovrasfruttiamo le risorse naturali e oltrepassiamo i confini che mantengono in equilibrio la vita sul pianeta. Ma c’è una via per prosperare entro uno spazio sicuro e giusto, dove nessuno sia privato di bisogni essenziali e dove si rispettino i limiti biofisici della Terra. Nel mio ultimo articolo approfondisco le 7 mosse di Raworth per un’economia rigenerativa, distributiva e inclusiva, fondata su una nuova antropologia economica che riconosce l’essere umano come socialmente interdipendente. Si apre così la sfida di superare la disuguaglianza sociale e il degrado ambientale come due facce di un’unica crisi sistemica. Solo con un cambio di paradigma culturale, politico ed economico potremo davvero costruire un futuro sostenibile e giusto per tutte le generazioni.

Sette storni per la rivoluzione. Quello che Giorgio Parisi ha scoperto sui sistemi complessi e che Ursula K. Le Guin aveva già immaginato.

Giorgio Parisi ha piantato le sue telecamere sul tetto di Palazzo Massimo, di fronte alla stazione Termini, e ha scoperto che ogni storno coordina esattamente sette dei suoi simili. Sette collegamenti, non importa la distanza. Sette legami che tengono insieme stormi di migliaia di uccelli senza centro di comando. Trent'anni prima, Ursula K. Le Guin aveva immaginato gli anarchici di Anarres alle prese con lo stesso problema: come coordinarsi senza creare gerarchie? I suoi personaggi sanno che "non puoi avere un sistema nervoso senza almeno un ganglio", ma sanno anche che ogni centralizzazione è una minaccia. Parisi ha dimostrato scientificamente quello che Le Guin aveva intuito politicamente: il coordinamento senza controllo è possibile.

Se l’ambiente è “malato”, siamo “malati”

𝐔𝐧𝐚 𝐢𝐧𝐭𝐞𝐫𝐯𝐢𝐬𝐭𝐚 𝐝𝐢𝐚𝐥𝐨𝐠𝐚𝐧𝐭𝐞 𝐜𝐨𝐧 𝐊𝐚𝐫𝐥 𝐖𝐨𝐥𝐟𝐬𝐠𝐫𝐮𝐛𝐞𝐫. - Con l’illusione di averci dato un libero spazio dove poter raccontare liberamente le nostre vite o scegliere liberamente di leggere un buon libro o di vedere liberamente l’ultimo film del nostro attore preferito, chi si è appropriato lecitamente del monopolio delle piattaforme dei social network non fa altro che cercare di influenzare i nostri gusti o acquisti. Ora, quanta frustrazione sta producendo nei giovani (e non solo) il vedere continuamente stories o post di persone ricche e famose? O il vedere continue pubblicità di prodotti, vacanze, auto di ogni tipo che non potremmo mai avere? - 𝑼𝒏𝒂 𝒊𝒏𝒕𝒆𝒓𝒗𝒊𝒔𝒕𝒂 𝒅𝒂𝒕𝒂𝒕𝒂 (𝒑𝒖𝒃𝒃𝒍𝒊𝒄𝒂𝒕𝒂 𝒔𝒖 𝑺𝒐𝒍𝒐𝑻𝒂𝒃𝒍𝒆𝒕 𝒏𝒆𝒍 2022) 𝒎𝒂 𝒔𝒆𝒏𝒛𝒂 𝒕𝒆𝒎𝒑𝒐.

Come svalutare tutto con un click

Ogni volta che pubblichi "Fatto in 5 minuti con l'AI, da qualche parte un creativo muore. Quella insopportabile e dilettantesca narrazione del "tutto veloce, tutto facile" che va tanto di moda sui social? È un autogol clamoroso e sta addestrando il mercato a non riconoscere il valore del lavoro. Ho scritto tutto quello che penso su questa storia nel mio ultimo articolo qui sotto.