Tecnologia, IA e Macchine
Questo argomento esplora l'universo dell'intelligenza artificiale e delle tecnologie digitali contemporanee. Comprende lo sviluppo di sistemi di IA come Claude e altri assistenti virtuali, la ricerca sull'Intelligenza Artificiale Generale, e le riflessioni sul rapporto tra uomo e macchina nell'era digitale e postdigitale.
Include anche le questioni legate ai robot, alle visioni transumaniste e postumane, e agli strumenti tecnologici che caratterizzano la nostra epoca (da Google ai motori di ricerca con AI Overviews). Si interroga sulle promesse, i limiti e le implicazioni della tecnologia nella trasformazione della società, del lavoro e dell'esperienza umana, ponendo domande fondamentali sul nostro futuro in un mondo sempre più mediato dalle macchine intelligenti.
Scrivere con la macchina.
Una (breve, ma sentita) risposta a Francesco Varanini.
Ignorance is bliss (l'ignoranza è beatitudine)?
Gli esseri umani hanno bisogno di navigare nella profondità oppure la semplicità (e la superficialità che ne deriva) sono il registro corretto? Sbagliano tutto coloro che nei secoli hanno detto che la dignità e il valore dell’essere umano derivano dalla sua capacità di esprimere il proprio potenziale artistico, cognitivo, emotivo, intellettuale? Il dantesco “fatti non foste per viver come bruti” è quindi una bestemmia?
Stultitia e intelligenza artificiale
Francesco Varanini ha scritto un articolo che ci invita a riflettere e condividere un percorso. Si intitola Stultitia. Invita chi è sulla Nave a ragionare insieme su cosa abbiamo in comune, chi siamo, dove stiamo andando. L'ho letto. E mentre leggevo è successa una cosa che succede sempre con le buone letture: alcune cose risuonavano come già note, altre aprivano domande. Non è una questione di sapere o non sapere — è la condizione normale di chi legge qualcuno che pensa. Una buona lettura non conferma: apre. Mette in moto. Genera il bisogno di cercare. Allora ho cercato. E su come ho cercato tornerò nel corso dell'articolo.
Chi è l'esperto di intelligenza artificiale?
Cosa bisogna sapere per essere esperti di intelligenza artificiale? Il primo istinto è rispondere per accumulo: bisogna saper usare il computer, poi i programmi di base, poi gli strumenti più avanzati, poi quelli specifici del proprio settore, e così via, salendo una scala di competenze tecniche sempre più sofisticate. È la logica del corso di aggiornamento, del tutorial, del manuale. Una logica che ha senso quando il problema è imparare uno strumento nuovo. Ma la questione non è imparare strumenti nuovi.
AI va in guerra
L’intelligenza artificiale è stata raccontata per anni come una tecnologia destinata soprattutto a migliorare la produttività, automatizzare compiti ripetitivi e accompagnare il lavoro umano come una sorta di copilota digitale. Ma questa narrazione, scrive Carola Frediani nella sua analisi pubblicata su Guerre di Rete, rischia di nascondere una trasformazione molto più profonda, l’ingresso dell’AI nel cuore delle infrastrutture militari contemporanee.
Costruire un nuovo umanesimo
Abbracciare un nuovo umanesimo può trasformare tutti in costruttori di utopie capaci quindi di immaginare e dare forma a nuovi mondi verso i quali dirigersi, lasciandosi indietro un tecno-mondo diventato acquario trasparente, riflettente la realtà grigia e triste che lo racconta, portatrice di solitudini e infelicità, ma soprattutto impossibilitata a soddisfare i bisogni reali delle persone che lo frequentano. Il disincanto crescente che interessa un numero crescente di persone è foriero di grandi cambiamenti, ma prima bisogna partecipare alla battaglia culturale che serve per alzare lo sguardo dagli schermi e immaginarsi territori utopici nei quali trasferirsi, non da soli ma insieme a molti altri.
L'interfaccia della saggezza pratica
Geometria del giudizio, architettura del pensiero, e come costruire con gli LLM senza perdere la nostra umanità
La geometria del significato
Cosa i transformer ci rivelano sulla natura della comprensione
Corpo, genere, algoritmi (POV #26)
Judith Butler vs Kate Crawford: Chi decide cosa siamo? Nel contesto contemporaneo dominato dall’intelligenza artificiale, anche il corpo è diventato un dato. Le tecnologie di riconoscimento facciale, i modelli predittivi di genere, le metriche biometriche: tutto sembra riducibile a parametri misurabili. Sembra che tutto possa essere tradotto in parametro. Eppure, anche in questo caso, ci troviamo di fronte ad un problema politico perché ciò che viene misurato dipende dalle categorie con cui decidiamo di descriverlo. Chi stabilisce cosa è un corpo? Cosa accade quando le parole con cui siamo definiti - uomo, donna, normale, anomalo - diventano etichette dentro un dataset? Cosa cambia quando a fissarle non sono soltanto istituzioni sociali, culturali o mediche, ma sistemi algoritmici che le incorporano, le riproducono e le rendono operative su larga scala? Due pensatrici contemporanee aiutano a orientarsi in questa lettura. Judith Butler ha mostrato come il genere sia l’effetto di norme ripetute, interiorizzate, rese evidenti dalla loro stessa reiterazione. Il corpo, nella sua prospettiva, è insieme costruzione e vulnerabilità, esiste dentro contesti di riconoscimento che lo rendono intelligibile o lo espongono all’esclusione. Kate Crawford, studiando l’intelligenza artificiale, evidenzia un altro livello del problema. Gli algoritmi apprendono da archivi storici, da dati che riflettono gerarchie e disuguaglianze già esistenti. Quando classificano un volto o attribuiscono un genere, non scoprono una verità nascosta, ma rendono operative categorie ereditate, spesso senza dichiararle. Tra Butler e Crawford non c’è una sovrapposizione, la prima analizza le norme che producono il soggetto, la seconda mostra come quelle norme vengano oggi tradotte in infrastrutture tecniche. Le loro analisi convergono su un punto, il passaggio dalla costruzione simbolica dell’identità alla sua codifica automatizzata.
L’uomo di bolina nell’era degli agenti
Viviamo un passaggio silenzioso ma profondo: l’intelligenza artificiale non si limita più a rispondere, inizia ad agire. Gli agenti autonomi coordinano processi, prendono decisioni, eseguono azioni in sequenza mentre noi arretriamo di qualche passo. Non credo che la questione sia soltanto tecnologica. È una questione di postura. In questo testo provo a interrogarmi su cosa significhi mantenere una direzione quando la velocità aumenta, su come restare responsabili mentre deleghiamo, su quale forma di maturità sia richiesta quando il vento dell’automazione soffia più forte.
Gli Amodei di Anthropic eredi di Asimov? Quando la Fantascienza Diventa Scelta Etica
Isaac Asimov non ha inventato le Tre Leggi perché era un ingenuo. Le ha inventate perché sapeva che l’umanità aveva bisogno di un recinto etico prima ancora che la tecnologia fosse possibile. Articolo sulle recenti posizioni di Anthropic sulla limitazione dell’uso militare dell’AI
Il Transumanesimo è servito
La distanza tecnica può essere breve ma la distanza filosofica è abissale. Vivremo in un mondo dove l’individuo potrebbe essere progressivamente interpretato attraverso il suo modello, non viceversa. E questo il mondo che vogliamo lasciare in eredità?
Intervista ImPossibile a Martin Heidegger (IIP #25)
L’intelligenza artificiale viene spesso raccontata come una rivoluzione tecnologica. In realtà, la sua portata pare riguardare più il modo in cui una civiltà interpreta sé stessa. Non siamo soltanto di fronte a nuovi strumenti, ma a una trasformazione che ridefinisce il rapporto tra linguaggio, conoscenza, decisione e immaginazione. L’AI non si limita a produrre immagini o testi, prevede comportamenti, legge il reale in cui tutto tende a presentarsi come dato. In questo contesto la tecnica diventa l’ambiente dentro cui viviamo. Quando il mondo viene progressivamente interpretato come flusso di informazioni elaborabili, anche l’essere umano rischia di essere letto nello stesso modo. Perciò, la questione diventa che cosa accade a una società quando il pensiero viene assimilato al calcolo. Non riguarda soltanto ciò che possiamo fare con le macchine, ma il modo in cui esse riconfigurano l’idea stessa di esperienza e responsabilità. Martin Heidegger, con Essere e tempo ha riportato al centro l’esperienza concreta dell’esistenza, l’essere umano come apertura al mondo. Nei suoi scritti successivi ha individuato nella tecnica moderna un modo di rivelare il mondo, un dispositivo che tende a trasformare ogni cosa in risorsa disponibile e calcolabile. Ha chiamato questo processo Gestell, l’impianto che dispone il reale come fondo da sfruttare. Rileggere oggi quelle pagine significa accorgersi che la logica descritta da Heidegger trova nell’intelligenza artificiale una delle sue forme più compiute, non perché avesse previsto computer e algoritmi, ma perché aveva colto la struttura profonda della civiltà del calcolo, una civiltà in cui il linguaggio rischia di diventare puro scambio di informazioni e l’umano una funzione tra le funzioni. Intervistare Heidegger oggi significa riportare l’AI dentro una storia lunga del pensiero occidentale e restituirla alla sua dimensione più radicale per verificare se le sue categorie siano ancora capaci di illuminare il presente.
Disimpegno morale nell'era della delega algoritmica
Zimbardo assegnava uniformi a studenti e otteneva aguzzini. Bandura ha identificato otto meccanismi attraverso cui persone comuni violano i propri princìpi senza provare disagio. Oggi quegli stessi meccanismi operano su scala planetaria, tradotti in funzioni di prodotto dall'industria dell'intelligenza artificiale. Questo saggio esplora la zona d'ombra dove il disimpegno morale incontra la delega cognitiva: il punto in cui smettiamo di pensare e cominciamo a obbedire, convinti di stare semplicemente usando uno strumento. La tesi è che l'obbedienza più efficace sia quella che non si riconosce come tale, perché si presenta con il volto rassicurante dell'efficienza.
Giustizia algoritmica (POV #25)
Cathy O’Neil vs Virginia Eubanks: Chi decide davvero quando un algoritmo decide? Sempre più decisioni che incidono sulla vita delle persone non vengono prese da esseri umani ma da sistemi automatici. Software che selezionano i candidati a un lavoro, punteggi che determinano l’accesso a un prestito, algoritmi che stabiliscono chi può ricevere un sussidio. Quando questi strumenti entrano nei processi pubblici e privati, il confine tra amministrazione tecnica e scelta politica diventa meno visibile. Le decisioni appaiono oggettive, basate sui dati. Ma chi definisce i criteri e risponde degli effetti? Negli ultimi anni le istituzioni europee hanno iniziato a riconoscere che alcune applicazioni dell’intelligenza artificiale incidono direttamente sui diritti. Per questo gli algoritmi usati nel lavoro, nel credito e nel welfare sono considerati “ad alto rischio in quanto può determinare opportunità e limiti di vita senza un reale spazio di contestazione. In questo contesto si collocano due voci ormai centrali nel dibattito internazionale: Cathy O’Neil e Virginia Eubanks. O’Neil, matematica e data scientist, ha definito molti modelli decisionali automatizzati “armi di distruzione matematica”, sistemi difficili da contestare che trasformano dati incompleti in decisioni definitive, spesso rafforzando le disuguaglianze sociali sotto l’apparenza della neutralità statistica. Eubanks, politologa, osserva invece gli algoritmi dal punto di vista del welfare. In Automating Inequality mostra come le tecnologie usate per gestire sussidi e assistenza negli Stati Uniti trasformino la vulnerabilità economica in un problema di sorveglianza e controllo, creando una sorta di “burocrazia digitale della povertà”. Il problema non riguarda solo la qualità tecnica dei modelli, ma la natura stessa della decisione pubblica. Se la selezione di un lavoratore, l’assegnazione di un mutuo o l’accesso a un servizio essenziale vengono affidati a sistemi automatizzati, chi resta responsabile dell’esito? E quale spazio rimane per il dissenso quando le scelte appaiono come il risultato inevitabile di un calcolo?
Systemic Intelligence [2]
This paper is part of a conceptual trilogy on systemic thought: Dimensions of Interaction (the process) Systemic Intelligence (the structure) Systemic Consciousness (the emergent outcome)
Systemic Consciousness [3]
This paper is part of a conceptual trilogy on systemic thought: Dimensions of Interaction (the process) Systemic Intelligence (the structure) Systemic Consciousness (the emergent outcome)
Dimensions of Interaction [1]
This paper is part of a conceptual trilogy on systemic thought: Dimensions of Interaction [1], Systemic Consciousness [2], Systemic Intelligence [3] Dimensions of Interaction (the process) Systemic Intelligence (the structure) Systemic Consciousness (the emergent outcome)
Contro la delega del pensiero: ripartire da Umberto Eco per governare l’IA
19 febbraio 2026: Dieci anni senza Umberto Eco. Oggi, più che mai, è lui a parlarci del nostro presente. ChatGPT, Gemini e gli altri LLM sono, per dirla con il Professore, le massime espressioni di “macchina pigra”. Producono sintassi, ma non semantica. Calcolano probabilità, ma non creano senso. Mentre il mondo continua ad interrogarsi su reti neurali, algoritmi, bias e (presunta) intelligenza non umana, sono tornato su alcuni lasciti di Eco strettamente collegati ad una contemporaneità sempre più AI/DATA-DRIVEN. Non ci serviva un profeta per prevedere l’IA generativa, ma forse ci serve un semiologo per sopravviverle.
Né oggetti né soggetti: il vuoto che non possiamo più ignorare
Ci mancano le parole per descrivere quello che sta succedendo nel mondo AI Un agente AI ha diffamato autonomamente un programmatore. Un altro sistema si è assegnato il 15-20% di probabilità di essere cosciente. Uno studio su Nature Communications mostra che i processi interni di questi sistemi convergono con quelli del cervello umano. Tre eventi delle stesse settimane che rivelano un vuoto normativo, etico e concettuale che non possiamo più ignorare.