Dall’evoluzione dei mercati, dell’industria, della specie, alla libertà di scelta.
E’ doverosa una premessa, che fa parte del mio abito mentale, e che cerco sempre di tenere presente ogni volta che azzardo riflessioni o previsioni sul mondo: ogni considerazione è applicabile con il metro di osservazione che appartiene alla mia misera bolla cognitiva, e che comprende una fetta rilevante di umanità, ma che non è la specie tutta.
Si tratta piuttosto di quella porzione di individui più fortunati che siedono dall’altra parte dello schermo, vivono in aree industrializzate, più o meno democratiche e più o meno acculturate, con una connettività ed un accesso alla rete tutto sommato stabili e decenti: insomma, una volta lo si sarebbe definito “Primo Mondo”, quando andava di moda parlare del Terzo Mondo ma non era mai chiaro quali e quante fossero le distanze che li separavano in realtà.
Semplificando al massimo direi che la mia (nostra) percezione non può essere la stessa di chi sopravvive suo malgrado, con due dollari al giorno.
Non può e non potrà mai esserla: viceversa le ricadute delle scelte del Primo Mondo pesano anche, e a volte soprattutto, sulle teste degli esclusi.
Espletati i preamboli parto da un esempio dissetante, quando la sete chiama e se volessimo concederci una cola fresca quelle che mi vengono in mente sono due alternative possibili, che non cito ma che tutti conosciamo, ed a ciascuno di noi verrebbe in mente la possibilità di orientarsi su una o sull’altra, legittimamente, ma anche forzatamente: il mercato mondiale di quel tipo di soft drink è diviso equamente fra i due marchi, un duopolio di fatto che bilancia e mantiene il consumo del prodotto, e lo mantiene dividendoselo, ma non senza esclusione di colpi, con enormi investimenti pubblicitari, con campagne costanti, con guerre commerciali e presidio delle filiere che non cede mai terreno.
L’esempio delle bibite è facile da comprendere, ma rappresenta anche una tendenza fisiologica del mercato, in cui gli attori principali piano piano si restringono, fino a rimanere in pochi sulla scena: i protagonisti economici non sono mai più di due, tre, volendo esagerare diciamo cinque, anche se l’equilibrio perfetto per il sistema è e rimane il duopolio.
E questa cosa vale non soltanto per il mercato dei beni di consumo, ma anche per i servizi, per l’energia, le Banche e le Assicurazioni: la tendenza del sistema è quella di concentrare in mano di pochi soggetti, idealmente due, la totalità del controllo, la totalità del presidio di quel particolare bisogno della specie, sia che si tratti del bisogno di soddisfare la sete del momento, sia che si tratti di darti la possibilità di telefonare.
Non c’entrano l’abilità commerciale, la fortuna imprenditoriale e le tendenze del mercato: tutto evolve sempre verso la massima concentrazione possibile, polarizzandola: personalmente oserei chiamarla entropia, nuda e cruda.
Dal punto di vista industriale la tendenza alla concentrazione è sempre stata più evidente, e subì un’accelerazione improvvisa a partire dalle prime forme di stardizzazione introdotte da Henry Ford che è noto per una sua frase iconica: “Any customer can have a car painted any color that he wants, so long as it is black.”, quindi ogni cliente poteva avere l’auto del colore che desiderava, a patto che fosse nera.
Non è ironia, tutt’altro: si tratta della sintesi perfetta del concetto di industrializzazione di un prodotto, che deve diventare uniforme, riproducibile e vendibile minimizzando i costi di produzione e massimizzando la sua redditività, giocoforza dovrà essere nera, ed il mio mercato acquisterà equamente la mia auto nera, oppure le auto bianche del mio competitor, perché la fisiologia del business manterrà attivo ed agguerrito anche il secondo termine del duopolio automobilistico.
Si, ammetto l’obiezione: al momento non esistono soltanto due marchi nel mondo, ma per esempio Stellantis, che nasce nel 2021 controlla al momento quattordici marchi automobilistici: se questa non è una tendenza alla concentrazione, chiamiamola pure evoluzione del panorama automotive, ma fra una decina d’anni ne potremo riparlare, per il momento prendiamola con le pinze, se vi va.
Il panorama dell’informazione poi è ancora più interessante perché assistiamo alla semplice morte naturale di piccole nicchie informative indipendenti che hanno cercato di resistere all’impatto dei nuovi media ma che non avrebbero potuto reggere, e dall’altro lato al consolidamento ed espansione dei giganti informativi che stanno fagocitando i diversi canali. Editoriale, televisivo, social, radiofonico: l’informazione mainstream si concentra, si omologa, e viene distribuita seguendo la stessa logica dettata dalla fisiologia che spinge al duopolio, seguendo la sua deriva entropica che porta alla polarizzazione della verità.
· I Social Media devono occupare una trattazione a parte, perché le cose si complicano ulteriormente, a maggior ragione ora che sulla scena si presenta un nuovo paradigma a rimescolare le acque, e cioè l’introduzione massiccia di Modelli nasati sull’intelligenza artificiale, di agenti LLM attivi nella produzione di contenuti, anche involontariamente falsi (generati da contenuti falsi in modo automatico), e riprodotti memeticamente, o ancor peggio deliberatamente falsi, per spingere e modificare la percezione, e quindi la conseguente opinione delle masse di utenti utilizzatori delle piattaforme.
Comunque la si guardi, la dinamica interna agli algoritmi che reggono le piattaforme sociali è tarata in modo da massimizzare la polarizzazione, per massimizzare la presenza, la permanenza degli utenti su determinati siti, argomenti, dibattiti: non vince l’informazione di qualità, vince l’argomento che produce maggiore attrito, che provoca lo scontro più acceso, e la dicotomia è perfetta per mantenere e consolidare gli schieramenti.
I Social Media però rappresentano soltanto una parte della Rete Internet, uno dei suoi aspetti, ma il web ci permette anche di acquistare beni e servizi, di cercare e trovare lavoro, di occupare il tempo libero…
La rete nasce come insieme di risorse distribuite, di tipo informatico, che piano piano sono state collegate fra di loro, e quindi interconnesse, e crescendo è diventata una mole di dati grezzi, di contenuti elaborati, di video suoni immagini brani musicali: in questa mole immensa di informazione l’unica bussola utilizzata dagli internauti (che bello quando ci si sentiva di navigare) è stata per lungo tempo il motore di ricerca preferito, ed a livello mondiale già lo stacco di Google su tutti gli altri era evidente.
Il motore di ricerca preferito si integrava con il nostro browser preferito: il browser stesso fu protagonista di almeno due Guerre note, la Prima Guerra dei Browser dagli anni 90 ai primi anni 2000 fra Netscape Navigator e Microsoft Internet Explorer, e la Seconda Guerra dei Browser che si disputa a partire più o meno dal 2008 fra Google Chrome Mozilla Firefox Safari (su macOS e iPhone) Microsoft Edge (successore di Internet Explorer): anche qua la tendenza alla concentrazione è evidente, ma i navigatori, se vogliono continuare a navigare, una barca dovranno pur sceglierla, o no?
Se la bussola è il mio motore di ricerca, che ora viene integrato o rimpiazzato dalla sua versione agentica, non posso non sapere, e non devo dimenticare mai, che quella bussola non punta automaticamente la strada più corta, la direzione migliore, o la rotta più sicura, ma punta sempre by design a delle coordinate definite dalle logiche SEO (Search Engine Optimization) che si sta evolvendo in AIO (Artificial Intelligence Optimization) e quelle coordinate fanno si che siano le coordinate esatte dei soggetti paganti che stanno dietro ai servizi di ottimizzazione.
Insomma, siamo seri, se devo spendere cinquecento euro per un manifesto, chiederei all’attacchino di piazzarlo bene in vista, sulla via principale nella piazza migliore: solo un folle pagherebbe per avere il suo prodotto pubblicizzato nel sobborgo più infimo dell’ultima baraccopoli del pianeta allo stesso prezzo dello striscione a bordo campo della finale di Wimbledon.
Quindi se mi sento di navigare, devo sapere anche che si tratta sempre i un viaggio organizzato, di una crociera fra porti conosciuti e con destinazioni previste, decise prima, e sempre con attracchi prefissati.
· E la libertà di decidere quindi?
Partiamo da un caso, uno su tutti che è stato forse uno di quelli che ha destato maggiore scalpore, e che ha mostrato in tutta la sua pericolosità la capacità di manipolazione e controllo dei nuovi strumenti, il caso Cambridge Analytica fu emblematico e mostrò al mondo come era ormai diventato possibile pilotare in modo esatto l’orientamento del pubblico, peccato che qua si trattò di pilotarne anche i comportamenti elettorali, e questa cosa mi mise i brividi allora, figuriamoci ora quando sulla scena sono comparsi soggetti molto, ma molto più pericolosi, come Palantir di Peter Thiel, per citarne uno.
Se arrivando fin qua si può capire ed accettare che esiste una tendenza alla concentrazione in ogni campo ed in ogni settore, non dobbiamo trascurare anche un’altra tendenza, non meno inquietante, che è il fenomeno della convergenza.
Il principio erano un quotidiano cartaceo, una cabina telefonica, un televisore, l’ufficio postale, l’anagrafe, lo stato civile…..
La nostra vita informativa, la nostra identità civile, l’esistenza economico finanziaria di ciascuno di noi erano aspetti che convivevano in noi ed a cui erano dedicati canali ed ambiti diversi fra loro, compartimentati, a volte addirittura totalmente separati in modo quasi stagno.
Poi pian piano abbiamo iniziato a sostituire l’utilizzo del contante con il pagamento elettronico, che rappresenta una doppia comodità, diventa tracciato e la sua tracciatura e reinterpretazione diviene business per chi si occupa di marketing e di analisi economiche e finanziarie.
In tasca il telefono analogico che mi consentiva di comunicare con chi volevo per sentirne la voce iniziò a mutare introducendo la funzione di connettività alla rete internet, e quindi divenne un dispositivo “smart” che intelligentemente poteva erogare funzioni di intrattenimento, informative, e chi più ne ha più ne metta.
Infatti ci abbiamo messo anche le funzioni di certificazione dell’identità, e quindi SPID che certificano che io sia io, che mi trovi a Milano agganciato alla cella di Piazza Duomo, che stia pagando un Happy meal alle 13.48 del giorno X, e che lo stesso giorno sia sveglio dalle 6.45, perché la fotocamera del mio terminale convergente ha viso che aprivo gli occhi dal comodino.
E queste informazioni vengono memorizzate, e trasmesse, registrate e rielaborate, intrecciandole ad altre presenti su altri sistemi, salvate dentro ad altri database e rilanciate ad altre piattaforme che fanno altro.
La battuta semplificatrice è che “Non avendo nulla da nascondere” possono anche tracciarmi, ma la realtà non è così semplificabile: è necessario comprendere che la tendenza del sistema a concentrarsi richiede necessariamente di poter prevedere e pilotare le nostre scelte, e le nostre azioni: rimando alla lettura di un libro molto istruttivo sulla questione privacy e diritti di libertà di Matteo Flora, “Tette e Gattini” che cerca di mettere nella luce giusta le istanze di controllo che il sistema ormai vuole imporre.
Non mi addentro nell’aspetto geopolitico, ma la tendenza alla concentrazione è un dato di fatto, ed il mondo che conosco, da quando ci vivo, è sempre stato diviso in blocchi, la tendenza a semplificare le sfere di influenza, e la deriva imperiale è sotto agli occhi di tutti, ma anche questa è entropia, e servirebbe una vita intera soltanto per descrivere dove e come si evidenziano le concentrazioni e le campagne imperiali, ed imperialiste.
Però una cosa è importante, e non va dimenticata, io stesso l’ho realizzato in tarda età, ma da giovine garzone, affacciandomi al mondo del lavoro una collega anziana, ormai passata a miglior vita, mi disse con accento marcatamente brianzolo: “Crederai di ridere!” giuro che credo di averla capita, a distanza di anni ma l’ho capita, ed ora non riesco più a dichiararmi libero, perché so, serenamente, di non esserlo mai stato.
Ma forse il primo passo verso la libertà, è capire che non ce l’hai: perlomeno spero che sia così.