L'IA Ci Presenta il Conto. Non Sono Sorpreso.

Chi ha vissuto l'alba dei social sapeva già come sarebbe andata a finire. Il copione è identico, cambia solo la posta in gioco. Quando hanno cominciato a circolare le notizie sui bilanci di OpenAI, molti hanno alzato le mani al cielo scandalizzati, come se qualcuno avesse loro sottratto qualcosa di prezioso senza preavviso. Io invece ho fatto quello che faccio spesso davanti alle grandi rivelazioni del mondo digitale: ho annuito, lentamente, con quella soddisfazione amara di chi ha già visto questo film.

Νύξ δμήτειρα — La Notte domatrice degli dèi e degli uomini

C’è un gesto antico che nessuna tecnologia della luce può replicare e nessuna accelerazione può sostituire: alzare gli occhi verso il cielo nel momento in cui le ultime luci si spengono e la Notte, come scrive Hölderlin, viene piena di stelle e ben poco preoccupata di noi. In quel gesto non c’è nostalgia, non c’è rifiuto della modernità, non c’è arcaismo sentimentale: c’è l’accettazione della soglia di bronzo, il riconoscimento che l’alternanza tra visibile e invisibile non è un problema da risolvere ma il ritmo stesso dell’essere.

Il Cursore Lampeggiava e Io Non Avevo Paura

Quarant'anni a braccetto con l'informatica, e adesso arriva lei: l'intelligenza artificiale. Che non è la fine della storia.  C'era una volta un cursore che lampeggiava nel buio. Ricordo ancora il momento esatto in cui ho capito che la mia vita sarebbe stata per sempre diversa da quella degli altri, e non parlo di una rivelazione mistica né di uno di quegli episodi che nei film vengono accompagnati da violini commoventi e luce radente sul viso del protagonista, perché la realtà era molto più concreta, molto più rumorosa e profumava di plastica riscaldata e di quel particolare odore chimico che avevano i primi computer quando li accendevi e sembrava quasi che anche loro avessero bisogno di qualche minuto per svegliarsi, proprio come noi la mattina.

Tracciare corpi, fabbricare consenso: la computer vision urbana e la sua doppia destinazione

Vengo da una formazione militare nelle telecomunicazioni, e ho passato alcuni anni a comandare un centro dove il problema quotidiano era distinguere il segnale dal rumore. Scrivo di questo, di come gli strumenti decidono cosa si riesce a vedere e cosa resta in ombra, perché è il terreno che conosco. Resto lontano da ogni materia coperta da riservatezza, e mi muovo dentro i limiti della competenza tecnica che ho acquisito sul campo. Il punto di osservazione che propongo è quello di colui che ha visto da vicino l'architettura interna dei sistemi, prima ancora del loro effetto sociale.

L'arte dell'intuarsi. Dante, salute mentale e la responsabilità di entrare nel mondo dell'altro

La responsabilità collettiva non nasce nelle istituzioni, ma nel modo in cui una persona incontra un'altra persona. Non può esistere un'etica dell'intelligenza artificiale se prima non esiste un'etica della relazione umana. La più importante forma di prevenzione della sofferenza umana inizia quando impariamo a vedere nell'altro una persona e non una funzione. Che cosa accadrebbe se la più importante infrastruttura di una società non fosse tecnologica, economica o politica, ma relazionale? Attraverso il concetto dantesco di intuarsi e inmiarsi, questo articolo propone una riflessione sul rapporto tra salute mentale, educazione, responsabilità collettiva e qualità delle relazioni umane, sostenendo che il futuro delle nostre comunità dipenderà sempre più dalla capacità di riconoscere nell'altro una persona e non semplicemente una funzione, un ruolo o una statistica.

L’uomo che inventò la macchina per vedere i mostri (e perché potrebbe servirci)

Nel modello matematico dello psicologo cognitivo Donald Hoffman, la realtà è una matrice infinita di stati possibili di cui ciascun osservatore percepisce solo una finestra. La coscienza incarnata è solo una delle tante tipologie di osservatore, e tra le più limitate. Più che possibili, secondo questo modello forme di coscienza invisibili alla nostra banda percettiva sono altamente probabili. La scienza occidentale non ha ancora inventato nessuna tecnologia per interagire con loro, ma le grandi tradizioni del passato sì. In una fase in cui ci accingiamo a ridefinire il concetto di coscienza e il suo ruolo nell’universo, potrebbe essere il momento di riscoprirle.

Sibylle Mertens, archeologa ribelle

Nonostante Genova abbia dedicato una strada a Sibylle Mertens (via Sibilla Mertens) nel quartiere di Sturla perché è stata una benefattrice della città, ella è poco conosciuta in Italia.    Visse anni anche a Roma e riposa nel cimitero teutonico in Vaticano. Sibylle Mertens fu la prima archeologa, appassionata e studiosa di reperti romani, monete, gemme. Le sue collezioni si trovano in musei prestigiosi come il British Museum a Londra, The Metropolitan Museum of Art a New York, il Royal Ontario Museum di Toronto, al Klassik Stiftung Weimar e all'Akademisches Kunstmuseum di Bonn e in alcune private.

Storie

Una riflessione sulla necessità della memoria, sul raccontare e soprattutto sullo scrivere storie, oggi, in un mondo pieno di narrazioni vacue, in un profluvio incessante di storytelling narcisistici.