Bilancio

Questa poesia nasce da una riflessione intima sul mio modo di amare: imperfetto, segnato dalla paura e dalla mia storia, ma autentico.

La costruzione dell’ovvio

Questo articolo nasce da un percorso di ricerca autonomo, non lineare, guidato dal desiderio di comprendere i meccanismi attraverso cui il pensiero collettivo si forma e diventa senso comune. L’incontro con il pensiero di Serge Moscovici non è avvenuto all’interno di un programma universitario strutturato, ma attraverso un’esplorazione indipendente, resa necessaria dal confronto con il dibattito pubblico contemporaneo. Il testo non intende offrire un’esposizione specialistica, ma una chiave di lettura: rendere visibili i processi attraverso cui ciò che è complesso viene reso familiare e ciò che viene discusso diventa ovvio.

Una convergenza inattesa tra value streams e zone d'ombra

Casey LaFrance, professore di Political Science alla Western Illinois University e consulente specializzato in value delivery, ha recentemente pubblicato un saggio sui vincoli relazionali nei flussi di valore organizzativi. Il suo lavoro, parte del progetto Listening for Value, converge in modo sorprendente con la mia ricerca sull'ingiustizia epistemica nelle organizzazioni. Arriviamo da genealogie intellettuali differenti — lui da Carl Rogers, Lean thinking e Theory of Constraints; io da Miranda Fricker, Marcel Mauss e André Leroi-Gourhan — eppure osserviamo lo stesso fenomeno strutturale: il significato si degrada sistematicamente prima che l'azione cominci. La tesi centrale di LaFrance sostiene che nelle organizzazioni contemporanee il valore fallisce principalmente per un motivo specifico: prima ancora di agire, le persone hanno già frainteso cosa si deve fare e perché. Il significato collassa nel momento in cui viene comunicato, indipendentemente da competenza, impegno o sforzo successivi. I vincoli relazionali nei value streams emergono dove l'interpretazione limita il movimento del significato attraverso il sistema. Un esempio: il manager chiede "migliora il servizio clienti". Il team ICT interpreta "automatizza le risposte". Il commerciale interpreta "assumi più personale". Il controller interpreta "riduci i tempi di attesa". Tutti agiscono con competenza su interpretazioni diverse dello stesso obiettivo. Il fallimento è già inscritto nella fase di comunicazione, non nell'esecuzione. Le organizzazioni investono enormemente in sistemi per produrre informazione — report, dashboard, metriche, compliance artifacts — faticando sistematicamente a tradurre quell'informazione in comprensione condivisa.

Verso una nuova episteme. Oltre le semplificazioni [2]

Una conversazione con lo scienziato sociale e pensatore sistemico Piero Dominici, articolata e pubblicata in quattro parti separate. Una scelta che risponde a un’esigenza metodologica precisa: sottrarre il discorso alla continuità narrativa per riportare in primo piano la densità problematica di ciascuna domanda. Il testo della seconda domanda.

L’intelligenza è una relazione

Da quando i modelli generativi sono entrati nella conversazione pubblica, abbiamo iniziato a parlare di intelligenza artificiale come di un nuovo soggetto: sempre più potente, sempre più autonomo, quasi una mente. Ma cosa accade se cambiamo prospettiva? Se l’intelligenza non fosse una proprietà del singolo sistema, ma qualcosa che emerge dalle relazioni tra sistemi?

Il vincolo che brucia

Bruno fu qualcosa di più scomodo, un uomo che pensò fino alle conseguenze ultime ciò che il suo desiderio gli mostrava, un universo infinito, animato, legato in ogni sua parte dal vincolo dell'amore, e che non poté smettere di pensarlo nemmeno quando pensarlo costava la vita. Il suo furore non era eroismo, era necessità. Non poteva non bruciare, come il fuoco non può non ardere.

The Generative Value of Friction in Digital Media: Neuroscience, Education, and Play

This article, first published in Journal of Digital Media & Interaction ISSN 2184-3120 Vol. 8, No. 20 (2025), pp. 105–119 DOI:10.34624/jdmi.v8i20.40175, explores the conceptual value of friction in digital interactions, opposing the dominant rhetoric of “zero friction” in contemporary design, which reduces experience to mere efficiency. The removal of friction raises fundamental questions about the nature of experience and the formation of knowledge, since human experience has historically involved engagement with the resistance of the external world — an element that stimulates attention and meaning. In digital contexts, interface design aims to maximize fluidity, minimizing difficulty and interruption. While this improves usability, it can also diminish cognitive engagement and the capacity for critical interaction, fostering a perception of the world as entirely controllable and devoid of mystery. The article argues that friction can instead constitute a generative resource, not only in videogames — where it takes the form of intentional difficulty that prompts strategic reflection — but also in learning and neuroscience, as a space for error, recalibration, and cognitive effort. The analysis proposes a conceptual framework connecting these domains, showing how friction can become a condition for learning, engagement, and transformation. Keywords: Friction; Error; Digital interaction; Transformative learning; Game-based learning; Neuroplasticity

Il paradiso artificiale dell'intelligenza

Questa mattina, mentre attraversavo la città in sella allo scooter (momento meraviglioso per pensare), mi è venuto in mente che il termine "artificiale" ha sempre avuto, fino a un po' di tempo fa, una connotazione non propriamente positiva. Allora sono andato a cercare con la memoria usi del termine: paradisi artificiali, fiori artificiali, ecc. Poi, fermo ad un semaforo, mi sono detto: "vedi, però, come cambia la percezione collettiva del linguaggio, eh? Oggi con l'AI la parola è diventata una bella parola. - sì, d'accordo, parto, scusa, scusa - era venuto verde". Beh, com'è come non è, come ormai faccio sempre, tornato a casa ho aperto Perplexity (versione Claude 4.5) e ho cominciato a conversare con lui/lei/esso su queste riflessioni, che, come al solito, si sono espanse, dilatate, trasformate, arricchite. Ed allora, sempre come mio solito, con la conversazione con Perplexity sotto il braccio (per modo di dire), ho bussato alla porta di Claude (in una smagliante e scintillante versione Opus 4.6), con cui, in due o tre passaggi, ho scritto (?), generato, prodotto, il testo che segue. Come vedrete sono nella contraddizione con tutte le scarpe.