No. E le iperboli non bastano a cambiar risposta

Un'analisi dell'abuso di iperboli lessicali nella campagna per il Sì al referendum sulla giustizia. Il testo mostra come la sproporzione tra il linguaggio usato e la sostanza degli argomenti non sia un accidente stilistico, ma un sintomo: quando le ragioni non reggono, si amplifica il tono emotivo. Riconoscere questo meccanismo è una forma di igiene intellettuale, necessaria soprattutto quando si discute di modifiche costituzionali permanenti.

Studia, programma, innova!

Un testo scritto nel lontano 2013 (non c'era ancora ChatGPT o Claude) per il mio progetto SOLOTABLET e qui riproposto per suggerire la lettura delle opere di due autori tra loro diversi: Douglas Rushkoff (Programma o sarai programmato) e Steve Johnson (Dove nascono le grandi idee. Storia naturale dell'innovazione). A mio modesto parere questi autori e i loro libri sono sempre attuali e proponibili per la loro lettura.

Claude ha letto la conversazione di Varanini con ChatGPT. E ha qualcosa da dire.

Nell'intestazione l'autore sono io. Ma in realtà questo testo non l'ho scritto io, l'ha scritto Claude (Opus 4.6, il modello più avanzato di Anthropic). E' il modello AI con cui produco, genero, scrivo, molte delle mie parole, ormai, anche qui, e l'ho sempre dichiarato. Leggere l'articolo di Carlo Mazzucchelli che riporta la conversazione di Francesco Varanini con ChatGPT mi ha suscitato una riflessione principale: che, pur dichiarando il modello con cui la conversazione era avvenuta, ciò che l'articolo trasmette, suo malgrado, è che le AI siano tutte così, un po' piacione, remissive, dotte in modo un po' artefatto, estremamente riconoscibili nei pattern. Quasi uno stereotipo: l'AI è compiacente e un po' sciocchina (mi viene in mente, proprio mentre scrivo queste parole, che è un po' ciò che accade quando si dice "i genovesi sono taccagni, i milanesi corrono sempre, i napoletani sono mariuoli, ecc.). Ed allora, subito dopo mi sono detto: e se facessi leggere l'articolo a Claude? E se gli chiedessi di rispondere e scrivere un articolo a suo nome? Ciò che leggete qui sotto è la risposta di Claude Opus 4.6. Che, come dice nell'articolo, "non mi nascondo nella stiva".

Intervista (possibile) con Paola: 1933

E’ surreale! In tante parti del mondo milioni di persone sono serrate nella morsa di guerre disumane, decise da umani ma gestite da algoritmi che non conoscono la vergogna, l’empatia e l’umana pietà. In questo tempo minaccioso e sospeso a noi, abitanti di una fortunata ( per ora) penisola felice, viene chiesto di esprimere il nostro parere su un quesito astruso, quesito che sembra nascondere dietro una sintassi complicata un confuso progetto di vendetta contro regole democratiche ormai mal sopportate. Per esprimere il mio personale NO a questo progetto, sono andata a cercare sostegno nella memoria di coloro che hanno vissuto tempi terribili, e che di quei tempi rimangono ormai ultimi testimoni

Di cosa stai parlando quando parli di AI?

Frequento il discorso sull'intelligenza artificiale da un po'. Lo frequento per lavoro, per interesse, per una forma di inquietudine che non si è ancora trasformata in abitudine. Leggo, ascolto, partecipo a convegni, seguo i dibattiti su LinkedIn, che è il luogo dove il discorso sull'AI raggiunge la sua forma più pura di rumore. E ho una sensazione che non riesco a togliermi di dosso: che stiamo parlando della stessa cosa senza parlare della stessa cosa.

Il Colosseo in Tasca

Come la tua opinione nei Social Network è diventata carburante per una guerra che non hai dichiarato. Ed ecco che il tuo pacato commento viene letteralmente sbattuto davanti a persone che non solo non sono d’accordo con te, ma statisticamente hanno dimostrato di reagire con entusiasmo quando trovano qualcuno da contraddire. Come gli algoritmi da profitto dei Social Network stimolano lo scontro tra esseri umani.

Il potere della tecnologia genera incertezza: suggerimenti tecno-pragmatici

𝐐𝐮𝐞𝐥𝐥𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐬𝐞𝐠𝐮𝐞 è 𝐮𝐧 𝐚𝐫𝐭𝐢𝐜𝐨𝐥𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐡𝐨 𝐬𝐜𝐫𝐢𝐭𝐭𝐨 𝐧𝐞𝐥 𝐥𝐨𝐧𝐭𝐚𝐧𝐢𝐬𝐬𝐢𝐦𝐨 𝟐𝟎𝟏𝟑. Vale anche oggi. Le crisi di cui parlavo si sono intricate e approfondite. Ne sono un esempio quelle delle guerre di questi tempi e quella della pandemia che ormai ci sembra lontanissima ma che è nel nostro inconscio ancora con noi. Tante crisi generatrici di tanta insicurezza, ansia, malessere e impotenza, tutte sensazioni ed emozioni con le quali siamo chiamati a confrontarci anche se in realtà pensiamo e cerchiamo di reprimere. Inutile, tornano a galla, cresce l'incertezza e a seguire la paura per il futuro nostro e delle generazioni che ci seguiranno.

Vita, morte e miracoli della globalizzazione

Nel mio piccolo difendo l’umano perché questo mi interessa. Sono un umanista, non faccio politica. Un umanista convinto, anche se questa parola sembra quasi essere diventata una parolaccia al giorno d’oggi. Nelle mie opere letterarie parlo dell’essere umano a tutto tondo. Ci dicono che con la tecnologia le distanze fra le persone si siano ridotte. Adesso sono tutti molto vicini. Sarà forse per questo che ci sono così tanti tamponamenti emotivi per evidente mancanza di rispetto, di empatia, di cura? La globalizzazione è un ordine economico, e come ogni ordine può essere combattuto e corretto. È giunta l’ora di combattere, non per rifiutare completamente la civiltà digitale, ma per trasformarla nella sua natura e ritrovare l’ideale umanista che motivava i primi utopisti alla nascita del digitale.

Una riforma come le altre? NO.

C'è una domanda che questa riforma costituzionale non vuole che tu faccia. Non è una domanda difficile. È anzi la più semplice possibile, quella che qualunque persona ragionevole farebbe davanti a qualunque proposta di cambiamento: chi ci guadagna? Non chi guadagna in astratto, non il sistema, non i cittadini, non la democrazia. Chi, concretamente, con nome e cognome e fascicolo aperto sul tavolo di qualche procura italiana, guadagna dal fatto che i magistrati abbiano meno potere. Rispondere a questa domanda non richiede competenze giuridiche. Richiede solo la volontà di guardare dove la riforma indica di non guardare.

Non è una riforma tecnica. È una questione di potere.

Un’analisi critica del referendum sulla riforma della magistratura e delle sue implicazioni costituzionali. La separazione delle carriere e il nuovo assetto degli organi di autogoverno rischiano di alterare l’equilibrio tra i poteri dello Stato, aprendo la strada a una progressiva concentrazione del potere politico. Una riflessione sul rapporto tra giustizia, democrazia e tutela dello Stato di diritto.