NOVITA'[2181]
La fogna come tribuna. Trump, Savage e la normalizzazione del disumano
Robert Reich posed a simple and devastating question this week: why did the president of the United States repost a video in which a podcaster (Savage) calls the wombs of immigrant mothers a chamber pot—a bedroom, a latrine—and accuses a Chinese American citizen of wanting to turn the country into a colony of Beijing? The answer Reich doesn't explicitly give—but the material dictates—is this: because it works. Because that's exactly what the system was built to work.
Eros and Thanatos. The joy of killing, destroying, crushing nature and all creatures
Any liberal Democracy would have done it.
Chi custodisce il "bene dell'umanità"?
Il 27 aprile 2026 si è aperto a Oakland, in California, il processo che vede Elon Musk contro OpenAI e il suo amministratore delegato Sam Altman. Musk, cofondatore e primo finanziatore dell'organizzazione nel 2015, accusa Altman di aver tradito la missione originaria: nata come fondazione senza scopo di lucro per sviluppare l'intelligenza artificiale a beneficio di tutta l'umanità, OpenAI si sarebbe trasformata in un veicolo commerciale strettamente legato a Microsoft. Musk chiede danni miliardari e la rimozione di Altman dalla guida dell'azienda. Una giuria popolare dovrà decidere. I giornali lo raccontano come un duello. Da una parte Musk, l'uomo più ricco del mondo, sempre più controverso. Dall'altra Altman, il padre di ChatGPT, l'uomo che ha portato l'intelligenza artificiale nelle case di tutti. In mezzo, una causa miliardaria e quella che molti definiscono la battaglia per l'anima dell'intelligenza artificiale. Forse troppo bene. Il duello tra due miliardari ha il vantaggio di essere semplice, visivo, adatto ai titoli. Ma riduce a una questione personale qualcosa che personale non è. La vera posta in gioco non riguarda né Musk né Altman. Riguarda una domanda che nessuno dei due ha mai avuto interesse a rispondere: chi custodisce il bene dell'umanità, quando a prometterlo è un'azienda privata?
Il Futuro Nei Prossimi 10 Anni: Oltre La Tecnologia
Nei prossimi dieci anni non assisteremo solo a nuove tecnologie, ma a un cambiamento più profondo: la fusione tra sistemi intelligenti e realtà quotidiana. In questo scenario, il vero tema non sarà cosa può fare l’AI, ma quanto saremo ancora capaci di riconoscere quando non fidarci.
Lo sguardo dei manager italiani sulla Gen Z
L'arrivo della Generazione Z nelle organizzazioni ha generato una mole di discorsi manageriali, toolkit e programmi dedicati. Questo articolo sposta lo sguardo: dall'oggetto osservato (i giovani lavoratori) al soggetto che osserva (manager, funzioni HR, dispositivi organizzativi). Attraverso una lettura critica che attinge a Boltanski e Chiapello, Standing, Crouch, Fleming, Edmondson, Fraser, Honneth, Sennett e Latour, il contributo esamina come categorie diffuse — purpose, psychological safety, organizational citizenship, wellbeing, sustainability — funzionino spesso come dispositivi di neutralizzazione del conflitto e di psicologizzazione di problemi strutturali. Vengono discussi i fenomeni di DEI washing e purpose washing, la dimensione redistributiva (sistematicamente elusa nel discorso people), la differenza tra comunità organizzativa come retorica e come progetto istituzionale. La tesi: la Gen Z non è una sfida generazionale, ma una lente diagnostica che rende visibili scarti già presenti tra rotta dichiarata e rotta effettiva delle organizzazioni contemporanee.
Diamo voce alla Generazione Z
La vittoria del No nel referendum sulla giustizia è stata possibile grazie ai ragazzi della generazione Z. Chi ha a cuore la democrazia ora sa che deve costruire un rapporto con loro. Ma, per costruirlo, deve ascoltarli, mentre finora la classe politica li ha praticamente ignorati.
Le Idee sono pietre rotolanti. L'AI rischia di ucciderle prima che possano iniziare la corsa
Le intuizioni abbozzate, le ipotesi ancora mal formulate rotolano fra le menti di altri uomini e provocano scintille cognitive che alimentano le fiamme della creatività altrui.
L'AI Act non è una legge sulla tecnologia
L’AI Act non regola la tecnologia, ma l’uso che ne facciamo. Non è una norma tecnica: è un richiamo alla responsabilità di chi decide. Perché quando l’AI entra nei processi, le conseguenze restano umane.
Bernie Sanders vs. claude: l’ia stessa ci avverte della propria pericolosità
Oligarchia algoritmica: quando le Big Tech esercitano un potere politico senza mandato democratico. Bernie Sanders interroga l'IA. Quando l'Intelligenza Artificiale ammette i propri rischi. Un’analisi del faccia a faccia tra Bernie Sanders e Claude (Anthropic), dove la privacy smette di essere un tema tecnico per diventare una questione di sovranità politica. Dalla profilazione invisibile al micro-targeting elettorale, ecco perché il potere delle Big Tech sta scivolando verso una forma di oligarchia privata senza mandato democratico.
Arte e intelligenza artificiale: (POV #32)
Brian Eno e Refik Anadol: tra ambienti generativi e immaginazione dei dati. Se l’esperienza è sempre più mediata da sistemi che apprendono e producono forme, quale margine resta per una percezione che non sia interamente prefigurata? E quale ruolo può assumere l’arte nel rendere questo processo intelligibile, senza ridurlo a spettacolo?
Overtourism = game over?
L’hanno chiamato overtourism e in questo articolo si sostiene che continuare a farlo prosperare significherà game over per tante città italiane, a cominciare da Firenze, perché questo paradigma sta profondamente erodendo alla radice l’identità di quei luoghi.
Tutti ricchi su Substack? Aritmetica di una promessa: indagine casuale su cinque articoli e una perplessità.
Questo articolo non sarebbe esistito senza una conversazione di alcuni giorni fa con Francesco Varanini, una di quelle conversazioni amichevoli in cui due persone si trovano a tornare, quasi senza accorgersene, sullo stesso punto dolente. Il valore dello scritto, soprattutto come testo stampato, libro, articolo di giornale, materia che pesa fra le mani di chi legge insomma. Più precisamente, parlavamo del perché chi scrive sia motivato a scrivere. La risposta più ovvia, i soldi, è quella che si esaurisce in fretta nella conversazione: chi scrive per soldi, e per quello soltanto, lo si capisce dopo poche pagine, e produce, di solito, quella letteratura che si trova nelle aree di servizio dell'autostrada, dove il prodotto editoriale è funzione del traffico di clienti già intontiti dai prezzi esorbitanti per un cappuccino e una briche e della velocità di acquisto che diventa azione necessaria mentre come a Knosso di cerca la via d'uscita per tornare alla propria vettura. Si tratta di un comparto legittimo del mercato editoriale, ovviamente. Esiste, però, una seconda motivazione, meno facile da esibire e meno facile da liquidare. C'è chi scrive perché sente il bisogno di ritrovare sé stesso, di dire la propria in un sistema che impone, ogni giorno con strumenti sempre più sofisticati, l'appiattimento del cervello sulla forma breve, sulla risposta automatica, sull'opinione preconfezionata. La scrittura, in questa seconda accezione, è una pratica di resistenza cognitiva, prima ancora che di comunicazione. Si scrive per pensare, e si pensa scrivendo.
Il cannocchiale e il sigillo: quando la Scienza divenne autorità
Oltre il "lo dice la scienza": ritrovare il pensiero critico nell'era dell'autorità indiscussa
Si può ancora parlare?
I rapporti fra gli individui sono diventati così schermati che ogni virgola fuori posto può essere percepita come un attacco distruttivo all’imperante ego di ciascuno. Il commento, la critica, il giudizio (quelli motivati, costruttivi, competenti) non hanno più diritto di cittadinanza perché vengono immediatamente percepiti come aggressioni, pregiudizi, distruzioni. Di fatto in tanti hanno talmente abolito il pensiero che non sanno più distinguere, appunto, tra un giudizio benevolo e una cattiveria. Si è proprio eliminata la capacità di giudizio.
Dire senza dire. Non dire dicendo (vii)
MACINATO FRESCO: PAGHI UNO, COMPRI DUE
Nessuno è libero, a Omelas
A partire dal racconto di Ursula K. Le Guin, il pezzo indaga la struttura del sapere nei sistemi contemporanei: sappiamo da dove vengono i nostri dispositivi elettronici e i nostri indumenti a basso costo, sappiamo chi ne paga il prezzo con il proprio corpo. Eppure il sapere non modifica la scelta. Attraverso un confronto con il pensiero di Foucault sul potere e la produzione dei discorsi, il pezzo mostra come la consapevolezza possa essere incorporata dal sistema senza intaccarlo, e come la domanda sulla libertà si traduca, alla fine, in una domanda concreta: quanto siamo disposti a pagare ciò da cui dipende la nostra felicità.
Il petrolio non è libertà
La dipendenza dai combustibili fossili non è realismo economico, ma vulnerabilità geopolitica. Le guerre lo dimostrano: la transizione ecologica non era un capriccio ambientalista, ma una strategia di sicurezza, autonomia e futuro.
The Stone Age: Between the Eastern Stone and the Western Age
Before we rush to send Iran back to the Stone Age, it’s worth remembering that the Stone Age isn’t exactly the insult some imagine, and it may hold more power than its critics think.
E’ ancora possibile capirsi?
L’infrastruttura che ha guidato tutti i processi storici e sociologici è sempre stata il linguaggio; in questo senso, il linguaggio non è stato solo uno strumento, ma l’architettura attraverso cui si sono costituiti identità, istituzioni, forme di legittimazione del potere ma, soprattutto, narrazioni collettive.