Essere o Non Essere

Speculazione sull’eccezione dell’esistenza Per millenni l’essere umano ha creduto che l’Essere fosse la condizione naturale dell’universo. Che la realtà fosse colma di forme, di materia, di vita. Eppure lo sguardo della cosmologia contemporanea suggerisce una possibilità più radicale: L’Essere non è la norma del cosmo. È l’eccezione.

Esiste già un Intelligenza Artificiale al di fuori della Terra?

L'Intelligenza Artificiale è destinata a rivoluzionare il progresso scientifico dell'umanità. Ma fino a che punto questo cambiamento trasformativo è casuale? Potrebbe inserirsi nella normale evoluzione della nostra specie? Dalle ipotesi della panspermia per indagare le origini della vita all'idea che a un certo punto quella stessa vita si evolva passando attraverso o in simbiosi alle macchine intelligenti. L'Universo e la nostra Galassia conoscono già la presenza di un'Ai?

Teilhard de Chardin: Ominizzazione, non Macchinizzazione

L'azzardo di Teilhard: immaginare come noi esseri umani potremmo trasformarci. Anche arrivando, in modi magari oggi inimmaginabili, a trascendere i nostri stessi limiti biologici. Ma sempre continuando il processo di ominizzazione. Scegliendo, anche nei tempi di trionfo della macchina, di continuare ad essere umani.

Proletarian Cosplay

Logica del consumo e omologazione culturale stanni desertificando umanamente e moralmente le nostre città, che assomigliano sempre più a grandi centri commerciali all’aperto. Davvero possiamo chiamare questo progresso e riqualificazione? Questi outlet con posto letto e area food sono davvero le città di cui abbiamo bisogno come umani?

Scienza

Il chiedersi perché 'scienza' si traduce in tedesco 'Wissen' apre il terreno per una profonda riflessione a proposito del concetto stesso di 'scienza'.

[Pubblico]

Il 'popolo' non è dato una volta per tutte; evolve nei propri costumi, di generazione in generazione. Il 'pubblico' ci appare quindi come continua formazione, assunzione di responsabilità, cammino, sancito da passaggi, verso l’essere adulto.

Milano, le nuove generazioni e il prezzo della prossimità

Milano è la città che funziona, e proprio per questo mostra meglio di ogni altra dove il funzionamento diventa esclusione. Produce lavoro qualificato in abbondanza, ma rende sempre più difficile, a chi quel lavoro lo comincia adesso, viverci: la gentrificazione non cambia solo i quartieri, cambia chi può entrare, e funziona come un filtro generazionale in cui l'accesso al centro dipende ormai più dal patrimonio dei genitori che dal merito. La lettura qui è dichiaratamente schierata, e si appoggia a una tradizione critica precisa: gli studi urbani radicali del diritto alla città (Lefebvre, Harvey) e dell'abitare diseguale (Hochstenbach), l'economia politica del precariato e della giustizia sociale (Standing, Fraser, Fumagalli), e quella psicologia critica del lavoro che, dal Manifesto di Bal alla psychology of working di Blustein, rifiuta di ridurre problemi strutturali a questioni di resilienza individuale. È uno sguardo che colloca il disagio non nelle persone, ma nei rapporti materiali tra lavoro, reddito e territorio. Il risultato è una città che lavora altrove: i suoi giovani la servono, la attraversano e poi se ne vanno, perché restare costa troppo. Resta la domanda più scomoda, quella da cui parte ogni lettura critica: chi può permettersi di lavorare nella città che ha bisogno del suo lavoro?

IRONIA

Sono certo di non essere il solo a pensare quello che sto per dire. E so che fra tutti coloro a bordo della Stultiferanavis, ma anche quelli che non sono a bordo, il disagio difronte a ciò che sta avvenendo è enorme. E non si tratta di un disagio derivante dal non avere i mezzi per affrontare questa deriva cognitiva. Anzi, di mezzi ne abbiamo tantissimi. Direi infatti che molti di noi sono super attrezzati e hanno vagonate di valori, esperienze, conoscenze da regalare agli altri. Il disagio nasce dal fatto che i mezzi che abbiamo, e che le nuove generazioni non hanno, non valgono più in una realtà (si potrebbe discutere a lungo se questa parola ha ancora valore nell’odierno paradigma tecnologico) che è inequivocabilmente cambiata. E trovo disgustoso e vomitevole chi accusa coloro che provano questo disagio, di passatismo, di nostalgico fervore o di conservatorismo. Trovo anche piuttosto patetiche le accuse o i commenti di chi si sbraccia nel dire che ogni volta che c’è stata una innovazione tecnologica o scientifica, si è sempre assistito a questi criticoni che preferivano come era prima. No, questa “rivoluzione” non è come le altre perché nessuna ha mai inciso a livello cognitivo e comportamentale come questa, tale da modificare le caratteristiche umane. E non la considero nemmeno una innovazione. Semmai trattasi di un moltiplicatore esponenziale del già esistente.

La città: uno spazio che pensa

Questo saggio mette insieme due oggetti che di solito si tengono separati: la città e il modello linguistico. La tesi è che siano lo stesso tipo di cosa. Non in senso metaforico: sono entrambi ambienti cognitivi relazionali, spazi in cui si entra per pensare, ed entrambi sono costruiti, senza dirlo, intorno a un utente implicito che decide chi è incluso e chi resta fuori. Chi ha imparato a leggere il dominio iscritto nella forma di una città possiede già lo strumento per leggere quello iscritto nella forma di un modello. Non è un atto d'accusa contro la tecnologia. La tecnologia non è il pericolo: lo è l'attribuzione di un giudizio a sistemi che non ne hanno. Quello che segue è un esercizio di lettura, nella convinzione che stiamo costruendo l'ambiente cognitivo più pervasivo della storia a una velocità che supera la nostra capacità di leggerlo.