Oggi un sedicenne che volesse sapere se il preservativo serve davvero, a cosa serve o cosa fare dopo un rapporto non protetto, la risposta, o meglio una risposta, la troverebbe in pochi secondi, online. Il difficile come sempre è trovare quella giusta, e ancora più difficile trovare qualcuno, nella vita reale, con cui parlarne. Non solo del preservativo, ma anche e soprattutto, del groviglio di emozioni che l’avvicinarsi al sesso, o a una relazione, comporta.
L’Italia è uno dei pochi paesi europei senza un programma obbligatorio di educazione affettiva e sessuale.
Non che ai miei tempi fosse diverso e i miei tempi adolescenziali risalgono a più di 30 anni fa per capirci. Allora Internet muoveva i primi passi e non aveva certo l’allure di onniscenza che ha oggi, al massimo ci trovavi qualche forum e qualche scalcagnata pagina fatta con Dreamweaver. Allora, quando avevo domande sul sesso, mi rivolgevo a quella fonte inesauribile di minchiate che erano i miei amici, e ovviamente finiva in caciara. Parlarne con la famiglia era tabù, le poche volte che veniva solo sfiorato l’argomento relazioni c’era un imbarazzo micidiale che scoraggiava qualsiasi altro tentativo, figuriamoci se avessi voluto parlare di sesso.
Tornando all’attualità, secondo un sondaggio di Ipsos Doxa per Medici del Mondo, presentato a Milano e ripreso da Open il 28 ottobre, su mille giovani tra 16 e 25 anni il 50% si informa su sessualità e salute riproduttiva con Google, che ormai risponde in gran parte con l’intelligenza artificiale, e il 27% usa direttamente piattaforme di AI. Solo il 18% si rivolge a personale medico e il 14% è stato almeno una volta in un consultorio. Per il 31% la pornografia è l’unica fonte da cui ha imparato qualcosa sul sesso. E chissà che ha imparato mi viene da pensare, forse che i baffi sono un accessorio interessante per il maschio performativo o che il trash talking è la normalità del rapporto sessuale, mentre immagina un mondo in cui tutti e tutte sono disponibili a copulare con grande facilità. I ragazzi stessi vedono il problema della pornografia: per il 64% crea aspettative irrealistiche sulle prestazioni e per il 59% contribuisce a oggettivare le donne. Lo sanno, e continuano a usarla, perché in molti casi non hanno un’altra fonte.
Ma la mancanza di interlocutori e di uno spazio in cui affrontare il tema del sesso apertamente, ha anche conseguenze più serie dell’ansia da prestazione. Il 72% del campione ha idee sbagliate su come si trasmettono le infezioni sessuali, solo il 39% dice di conoscere bene la clamidia e il 40% la gonorrea. Sull’aborto il 36% conosce correttamente la normativa e l’81% non sa cosa sia la Ru486. Che, vi tolgo subito dall’imbarazzo, è quella che comunemente è chiamata “pillola del giorno dopo”.
Un’altra ricerca, commissionata da Durex Italia nel 2024, ci chiarisce che la famiglia non è anche oggi il luogo adatto dove affrontare l’argomento. Il 44,7% dei giovani non si sente a proprio agio a parlare di questi argomenti con i genitori, il 32,4% non ne sente il bisogno, mentre il 15,1% non ne parla perché il sesso in casa è considerato un tabù. Per quanto riguarda i genitori il 19% prova sentimenti negativi nell’affrontare il tema a fronte di domande da parte dei figli, come vergogna e imbarazzo, senso di smarrimento e impreparazione, timore e paura. Solo il 6,9% dei giovani chiede informazioni in ambito affettivo e sessuale ai propri genitori. Quindi se in famiglia siamo rimasti al clima della mia adolescenza, a parte Google e ChatGPt cosa resta?
L’Italia è uno dei pochi paesi europei senza un programma obbligatorio di educazione affettiva e sessuale. Il 4 giugno il Senato ha approvato in via definitiva il ddl Valditara, che è quindi in vigore dal 7 luglio e vale dall’anno scolastico 2026/27. Alle medie e alle superiori serve il consenso scritto dei genitori, o dello studente se maggiorenne, per le attività su sessualità e affettività. Nelle scuole dell’infanzia e nelle primarie quelle attività sono vietate.
Il governo la presenta come una tutela dei minori dalla «propaganda gender» e come un modo per restituire voce ai genitori. Il ministro Valditara aggiunge che nulla viene tolto: l’educazione al rispetto, alle relazioni e all’empatia resta obbligatoria in tutti i gradi, la parte biologica continua nei programmi di scienze e alle medie entra per la prima volta la prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili. Visto il sondaggio di cui sopra, con risultati eccellenti aggiungerei. Infatti le opposizioni e l’Ordine degli psicologi sostengono invece che il consenso preventivo scoraggerà le scuole e lascerà scoperti proprio i ragazzi le cui famiglie non ne parlerebbero mai. Che come abbiamo visto, sono parecchi.
Non ci sono statistiche su quanto questo DDL abbia influenzato i programmi scolastici ma possiamo dire certamente che un passaggio burocratico in più, applicato a un’attività già rara, difficilmente la renderà più frequente.
Quindi ci pensa Google certo, ,ma bisogna sottolineareche possibilità di accesso all’informazione non significa educazione. Altrimenti con le possibilità offerte da Internet saremo tutti geni potenziali, invece passiamo il tempo a fare selfie, meme e scrollare.
A ribadire la differenza sostanziale tra conoscenza e educazione basta un dato: il 96% dei giovani conosce il preservativo maschile, ma solo il 36% dice di usarlo sempre e il 21% lo usa raramente o mai. Il 70% ritiene i contraccettivi troppo cari e il 73% li vorrebbe gratuiti per i più giovani.
Di conseguenza, in questi tempi civili e informati, in Europa le infezioni sessuali crescono. Nel 2024 l’ECDC ha contato oltre 106.000 casi di gonorrea, più del 300% rispetto al 2014, quasi 46.000 di sifilide e oltre 213.000 di clamidia, con i tassi più alti tra i 20 e i 24 anni. In Italia i casi sono raddoppiati in vent’anni, e l’indagine europea HBSC registra un uso del preservativo in calo tra i giovani. Le cause sono diverse, ma evidenzia come il problema non sia conoscere l’esistenza del preservativo, informazione anche alla portata di una felce, ma piuttosto perché sia così importante usarlo.
Ribadisco ancora che le informazioni sono qualcosa non sono tutto, anzi sono molto poco quando mancano le parole per usarle. Chiedere a un partner di mettere il preservativo, dire di no, accettare un no: sono competenze di relazione, e nessun motore di ricerca le insegna.Tantomeno lo fanno i baffoni arrapati dei film porno.
Oggi si dice che i ragazzi siano più svegli ma la realtà è che, come spesso gli adulti del resto, hanno il vocabolario tecnico del sesso ma non quello dei sentimenti, e non sanno come si dice di avere paura, non sanno che è naturale averne, non sanno come si chiede, non sanno come si rifiuta.
È plausibile che il vuoto sia più grande su questo tema che su altri, perché è quello su cui gli adulti tacciono di più. Gli adulti chiedono ai giovani una competenza emotiva che loro stessi non mostrano, come dimostra l’imbarazzo con cui affrontano il tema. Il silenzio è a sua volta un maestro, ma un cattivo maestro, che insegna che di certe cose non si parla. Questo ci riporta al dibattito sulla scuola e sulla famiglia. Chi vuole che l’educazione affettiva resti ai genitori e chi la vuole in classe condividono un’assunzione, cioè che gli adulti abbiano qualcosa da trasmettere. Ma le generazioni precedenti non erano meglio attrezzate: tolleravano violenze e matrimoni infelici in silenzio, e di quel silenzio si faceva addirittura una virtù. E in assenza di dialogo, per i più giovani il modo di stare in relazione si apprende per imitazione, osservando come litigano, si riconciliano, si lasciano e si trattano le persone che hanno intorno.
E cosa facciamo vedere a sti poveri ragazzi, noi adulti con la morale dacile e il ditino alzato? In molte case il conflitto o non esiste perché tutto viene taciuto, che non si incrini la famiglia del Mulino Bianco, fino al giorno in cui esplode, o è urlato. Ancora in troppi contesti la gelosia viene venduta come prova d’amore e il controllo come attenzione. Il silenzio punitivo passa per carattere. Saltare da un rapporto all’altro senza impegnarsi mai non è sintomo di disagio, ma uno stile di vità. I talk show insegnano che discutere significa urlarsi addosso e vince chi urla di più. I social premiano la gogna e l’indignazione recitata, e le coppie, meglio se disfunzionali, vengono proposte come uno spettacolo. Ma chi dovrebbe insegnare qualcosa a questi ragazzi? La tanto bistrattata scuola sembra davvero uno dei pochi argini possibili a un vuoto spaventoso.
E purtroppo questo vuoto è terreno fertile per subculture molto pericolose. Vi ricordate Adolescence? Credo di si, ed era una serie agghiacciante quanto attuale, da cui molti hanno appreso una parola ancora più inquietante, Manosfera. Con manosfera si indica una rete di comunità e influencer online maschili, antifemministi, che comprende pick-up artist, incel, uomini che dichiarano di voler stare lontani dalle donne e attivisti dei diritti degli uomini. Ovviamente questi deliri hanno generato un mercato: contenuti contro le donne usati per vendere corsi online, trading e consigli finanziari a ragazzi in cerca di riscatto.
Ora immaginiamo un quattordicenne che si sente inadeguato con le ragazze, situazione non certo insolita ma naturale, e non ha un adulto con cui parlarne, trova online qualcuno sicuro di sé che gli offre una spiegazione e un colpevole. Chi vende certezze ha vantaggio quando la scuola e la famiglia tacciono. Non tutti i ragazzi finiscono nella manosfera e nessuno sa dire quanti siano quelli che ci entrano, né se quelli che ci entrano sarebbero stati diversi con un’ora di educazione affettiva a settimana. Ma un tentativo serio andrebbe fatto, perché il fatto che un problema sfugga alla statistica non significa che non abbia conseguenze.
Quindi mentre aspettiamo un numero che ci dica che possiamo preoccuparci, una volta reimmigrati tutti i maranza, godiamoci femminicidi, trasmissioni volgari e becere, social fuori controllo, relazioni che non funzionano più. Ma almeno dovremme avere la dignità di non stupirci.
Intanto le scuole, che già poco potevano, grazie a illuminati interventi politici, stanno preparando i moduli del consenso per l’anno in corso. Quante famiglie firmeranno e quanti istituti rinunceranno a proporre i già pochi corsi non è ancora noto. I ragazzi, nel frattempo, continuano a chiedere a Google, a ispirarsi a prestanti baffoni, o ancora peggio, a guardarsi semplicemente intorno e imitare.