“Sai che d’è la statistica? … risurta che te tocca un pollo all’anno: e, se nun entra nelle spese tue, t’entra ne la statistica lo stesso perché c’è un antro che ne magna due.” — Trilussa, La Statistica
C’è una ragione per cui il “pollo di Trilussa” è entrato nel linguaggio comune: la media racconta una storia parziale. I numeri servono, eccome—misurano, comparano, rendono trasparente. Ma senza contesto, strategia e azioni concrete, la media può diventare un alibi. È così nella sostenibilità (ambientale, sociale, di governance) ed è ancora più vero nella sostenibilità digitale: un ambito che unisce impatti ambientali dell’ICT, etica dei dati e dell’AI, diritti digitali, inclusione e resilienza. In altre parole: la reportistica è necessaria, ma non sufficiente.
In questo articolo partiamo da Trilussa per mostrare perché un bilancio di sostenibilità non basta se non è guidato da una strategia fattiva, e come il contesto italiano e internazionale stia evolvendo — tra CSRD, AI Act, twin transition UE, esplosione dei data center (soprattutto in Lombardia) ed e-waste — verso un cambio di paradigma dove la sostenibilità entra nel modello di business e nella governance digitale, contaminandole e ristrutturandole.
Oltre la “media”: il valore (e il limite) della reportistica
La Corporate Sustainability Reporting Directive (CSRD) ha alzato l’asticella del reporting in Europa: più platea, standard ESRS, approccio di doppia materialità e assurance, con prima applicazione per alcune categorie già dall’esercizio 2024 (report 2025) e fasi successive fino al 2028 per gruppi non UE con presenza significativa in Europa. Nel ‘25 è proseguita la semplificazione Omnibus, con modifiche ai criteri di soglia e un ridimensionamento del perimetro, tema ancora in evoluzione e da monitorare per gli impatti sulle platee e sugli obblighi.
Un progresso importante: più trasparenza, più comparabilità, più accountability. Ma proprio perché la statistica può illudere, serve ricordare che un report è una fotografia, non il film. Senza piani d’azione, investimenti, governance, obiettivi operativi e capex/opex allineati, la reportistica rischia di diventare un esercizio formale. Lo stesso vale per i data center e la sostenibilità digitale: misurare PUE, consumo elettrico o emissioni non è la destinazione; è l’inizio del viaggio.
La doppia transizione (green + digital) e la sostenibilità digitale: integrare, non affiancare
L’Unione Europea parla da anni di Twin Transition — integrazione tra transizione verde e digitale. La sfida è farle marciare insieme, evitando di spostare il problema (ad es. compensare efficienza operativa con carichi computazionali e consumi elettrici crescenti, fonte Studio PA.TE.). In Italia, gli Osservatori del Politecnico di Milano segnalano luci e ombre: crescita degli investimenti digitali e consapevolezza della transizione green, ma ancora pochi progetti che sfruttano appieno AI, dati, IoT, blockchain in chiave sostenibile.
La sostenibilità digitale è:
- Ambientale (energia dei data center e reti, water footprint, e‑waste, efficienza e circolarità dell’hardware);
- Sociale (inclusione, accessibilità, competenze, impatti sul lavoro, equità nell’accesso alle infrastrutture digitali);
- Etica e governance (AI affidabile, sicurezza, privacy, trasparenza, accountability).
Solo una strategia integrata evita l’effetto “pollo di Trilussa”.
Il contesto italiano: PNRR, Cloud Italia e l’ascesa dei data center (con la sfida energetica)
Negli ultimi anni il Paese ha accelerato con Italia Digitale 2026 (in linea col Digital Compass UE), PNRR e Strategia Cloud Italia: migrazione al Polo Strategico Nazionale (PSN), classificazione dati/servizi, qualificazione dei servizi cloud, cybersecurity, fascicolo sanitario elettronico e piattaforme “once only”. Nel 2025 è stato pubblicato un avviso da 150 milioni per potenziare infrastrutture digitali delle PA centrali e migrare servizi verso il PSN.
Parallelamente, Milano e la Lombardia stanno vivendo un boom dei data center e delle infrastrutture per l’AI: investimenti miliardari, progetti iperscalabili e impatti rilevanti sulla rete nazionale (fonte Network360), con consumi aggregati paragonabili a città e necessità di pianificazione, rinnovabili e interconnessioni. Eni, ad esempio, ha annunciato iniziative per campus AI da centinaia di MW nell’area milanese (Ferrera Erbognone) con soluzioni low‑carbon e cattura/riuso di CO₂.
Questa crescita porta opportunità e responsabilità:
- Pianificazione di rete (adeguatezza, picchi estivi, flessibilità): tema già al centro dei dati e dei piani di Terna;
- Efficienza e standard (PUE, WUE, CUE, ERF) secondo ISO/IEC 30134, EN 50600 e ISO 50001/14001;
- Energia rinnovabile e recupero calore (district heating), progettazione heat-reuse e riduzione water footprint.
Il quadro internazionale: consumi dell’ICT, AI e impatti ambientali
Sul piano globale, data center e reti pesano intorno all’1–1,5% dei consumi elettrici mondiali, con trend in accelerazione per via di cloud e AI. L’IEA stima che la domanda elettrica dei data center possa raddoppiare entro il 2030 se non mitigata da efficienza e rinnovabili. Nel 2023–2025 varie analisi segnalano consumi in crescita anche a doppia cifra, con PUE (Power Usage Effectiveness) medi migliorati ma carichi di calcolo molto più intensi.
Al tempo stesso, il Greening Digital Companies 2025 (ITU/WBA) mostra che le aziende tech stanno aumentando target e procurement rinnovabile, ma riportano anche spike emissivi associati all’espansione data center/AI. In breve: la traiettoria non è automatica. Servono governance, standard, metriche e investimenti per allineare innovazione e clima.
e-waste: il lato nascosto della digitalizzazione
La trasformazione digitale genera un’altra sfida: rifiuti elettronici. Il Global e-waste Monitor 2024 riporta 62 milioni di tonnellate di e‑waste nel 2022, con solo il 22,3% documentato come raccolto e riciclato; la crescita dell’e‑waste viaggia 5 volte più veloce del riciclo documentato, e potrebbe toccare 82 Mt entro il 2030. Il riuso e il riciclo sono strategici anche per terre rare e metalli critici, di cui oggi solo ~1% della domanda è coperto da riciclo e-waste.
Questo è il cuore della sostenibilità digitale: occorre progettare supply chain e procurement circolari, programmi di repair/refresh, refurbish e take‑back, oltre a criteri ambientali minimi (CAM) integrati in processi di Green Public Procurement efficaci (specie per la PA). Senza azioni operative, un buon dato medio ci dirà che “in media” mangiamo un pollo all’anno — pur lasciando dietro di noi discariche di smartphone e server.
AI Act, fiducia digitale e governance responsabile
La sostenibilità digitale non è solo kilowattora e tonnellate di CO₂: è fiducia. L’EU AI Act, entrato in vigore nel 2024 con applicazione scaglionata fino al 2026–2028, introduce divieti, requisiti per sistemi ad alto rischio, trasparenza e una AI Office europea per la coerenza applicativa. Il punto per le imprese è chiaro: governance dei modelli, risk management, valutazioni di impatto (anche sui diritti fondamentali), tracciabilità e post-market monitoring. È sostenibilità in senso lato: non solo carbon footprint, ma impatti sociali, etici e di sicurezza.
“La sostenibilità non è (solo) un bilancio”: dal fare all’essere
La tentazione del “fare qualcosa di buono” è forte: un progetto di impatto sociale, un report ben scritto, una pagina ESG. Ma sostenibilità è un cambio di paradigma: quando entra nel modello di business e lo contamina, ristruttura e rifonda. È una lente con cui si prendono tutte—tutte—le decisioni; non una funzione aziendale.
Se non entra nel business model, non è sostenibilità.
Tradotto nel digitale:
- Design by sustainability: architetture cloud‑efficienti, code e modelli AI ottimizzati, green SLAs (Service Level Agreements); misurabilità (Power, Water, Carbon Usage Effectiveness, Energy Reuse Factor e Renewable Energy Factor) integrata in KPI di prodotto;
- Procurement circolare e lifecycle management: criteri di acquisto, riparazione, riuso, riciclo certificati; partnership con operatori qualificati CNDCP (Centro Nazionale di Distribuzione e Controllo della Produzione) e verifiche terze parti (EU Taxonomy);
- Strategia energetica: PPAs (Power Purchase Agreements), rinnovabili, demand-response, recupero calore; pianificazione con TSO (Transmission System Operator), DSO (Distribution System Operator) e autorità locali;
- Governance digitale: AI Act compliance, data ethics, privacy, sicurezza; OKR (Objectives and Key Results) che collegano obiettivi immateriali (fiducia, equità) a risultati misurabili.
In sintesi, la reportistica certifica, ma la strategia trasforma.
Cosa fare (davvero) domani mattina: una traccia operativa
- Metti in chiaro l’intento (purpose): definisci i valori aziendali come bussola della sostenibilità digitale; fai vivere la “doppia materialità” oltre il report, nei processi decisionali.
- Mappa l’impronta digitale: data center, reti, device, cicli di vita; adotta metriche ISO/IEC 30134 (PUE, WUE, CUE, ERF) e ISO 50001/14001 per energy/environmental management.
- Integra nel business model: porta KPI ambientali e sociali nei P&L di prodotto; collega OKR di sostenibilità a roadmap IT/AI e agli obiettivi commerciali (time-to-value, qualità, resilienza).
- Progetta per l’efficienza: architetture cloud native, right-sizing dei carichi, ottimizzazione AI, caching e heat-reuse misurando i risultati.
- e-waste e supply chain: programmi di refurbish/take-back, contratti con riciclatori certificati, target di material recovery e design for repair.
- Governance & compliance: attiva un AI governance board; gap analysis su AI Act, privacy, sicurezza; post‑market monitoring e incident reporting (template UE).
- Partnership di sistema: con PA/TSO per la pianificazione di rete (Italia Digitale 2026, PSN), con operatori CNDCP, con università e cluster tecnologici.
Conclusione: dal pollo alla sostanza
Trilussa ci ricorda che la media può nascondere la realtà. Nel 2025, tra CSRD, AI Act, twin transition e boom dei data center (anche a Milano), è facile avere bei numeri medi e grande storytelling. Ma la sostenibilità non è (solo) un bilancio; non è nemmeno (solo) un progetto sociale. È quando entra nel modello di business, contamina il modo in cui progettiamo prodotti digitali, gestiamo infrastrutture, prendiamo decisioni.
È quando passiamo dalla logica del “fare qualcosa di buono” alla logica dell’“essere qualcosa di diverso”. E allora???
Misura, sì. Ma poi agisci.
Perché se la sostenibilità non entra nel business model non è sostenibilità.