La sua conoscenza è confinata al fenomeno, nel senso indicato da Immanuel Kant: ciò che si manifesta entro le possibilità conoscitive della coscienza, filtrato da spazio, tempo e categorie.
L’uomo non raggiunge mai la radice dell’accadimento.
Non accede alla “cosa in sé”.
Il noùmeno resta sempre oltre l’orizzonte dell’esperienza.
L’esistenza umana dispone solo della conoscenza ontica ma è sottratta alla radice ontologica.
Tuttavia l’essere umano non vive soltanto tra fenomeni oggettivabili.
Vive anche nei qualia, nelle qualità intime, personali e irriducibili dell’esperienza, quelle tonalità interne che la filosofia della mente contemporanea ha individuato come il “che cosa ognuno prova”.
Il fenomeno è ciò che appare.
Il qualia è come quell’apparire viene vissuto.
Il primo è condivisibile.
Il secondo è intrasferibile.
Così l’umanità abita una doppia superficie:
la superficie oggettiva e strutturata dell’apparire;
la superficie soggettiva e emotiva dell’esperienza vissuta.
Ma resta pur sempre superficie.
L’uomo non conosce il principio esistenziale dell’accadere;
egli interpreta ciò che si manifesta e sente ciò che interpreta.
Vive tra fenomeni e qualia come un navigatore che osserva le onde senza poter sondare l’abisso.
E tuttavia, ed è qui il punto decisivo, questa limitazione non è una colpa:
è la condizione naturale umana.
L’umanità vive superficialmente non per stupidità morale, ma per struttura ontologica.
Tuttavia, se l’accesso diretto al noùmeno è impossibile, resta però la tensione che muove verso l’oltre.
Tensione che si risolve in due precise direzioni:
la prima è la direzione religiosa.
la seconda è quella filosofica.
Il compito del filosofo non è quello di possedere il noùmeno, ma di indicarne il limite.
Non tradurlo, ma segnalarne l’ineffabilità.
La filosofia non conquista l’oltre; ne custodisce il silenzio.
Diverso è il movimento delle religioni.
Laddove il noùmeno è radicalmente sottratto, le religioni operano una trasformazione: traducono l’oltre in narrazione, simbolo, dogma.
Esse tentano di convertire il noùmeno in fenomeno comprensibile.
Danno volto a ciò che non può averne.
Attribuiscono volontà a ciò che, più realisticamente, è solo puro accadere.
Così facendo, riducono l’indeterminazione.
Ma in questa operazione avviene anche un’altra trasformazione:
la pluralità dei qualia viene normalizzata.
L’esperienza soggettiva dell’oltre, la vibrazione personale del mistero, viene incanalata in forme codificate.
Il noùmeno diventa dottrina.
Il fenomeno diventa rito.
Il qualia diventa fede prescritta.
L’inquietudine viene disciplinata.
Ma l’uomo continua a restare tra superficie e desiderio.
Costretto a vivere inevitabilmente solo tra fenomeni e qualia.
Non può oltrepassare questa condizione. Non può fare altro.
Il noùmeno allora resta soglia dell’oltre, ma mai territorio abitabile.
Limite, non conquista.
La maggioranza abita l’apparire.
Le religioni lo arredano.
Le ideologie lo decorano.
La scienza lo misura.
Ma nessuno lo fonda.
Il noùmeno non si lascia possedere.
Ogni tentativo di afferrarlo lo trasforma in fenomeno, e dunque lo tradisce.
L’uomo, allora, non è l’essere che conosce l’Essere.
È l’essere che interpreta ciò che appare e si nutre di ciò che interpreta.
Superficie e intensità. Fenomeni e qualia.
E forse la vera maturità filosofica non consiste nel pretendere l’accesso all’oltre, ma nel sopportarne l’inaccessibilità.
Non conquistare il noùmeno.
Sopportarlo.
Ed è proprio in questo riconoscimento, non nella conquista, che si gioca la dignità del pensiero.
Non tradurre l’oltre.
Abitarne il silenzio.
Perché l’esistenza non è ciò che comprendiamo,
ma ciò che accade mentre tentiamo di comprenderla.
Macte animo
Guido Tahra
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