Fraternità
Il “parente povero”[1] del trinomio della Rivoluzione francese
Dei tre principi esaltati dalla Rivoluzione francese e diventati cardini delle democrazie moderne – Liberté, Égalité, Fraternité – l’ultimo è, in particolare nel nostro tempo, il più disatteso, anche se compare in diverse Carte Costituzionali e nella Dichiarazione dei diritti dell’uomo del 1948. Proviamo a capire perché.
Il diritto alla libertà garantisce l’autonomia e l’iniziativa del singolo individuo, riconoscendogli libertà di espressione e di azione, ma può sfociare nell’individualismo, in una competizione selvaggia e senza limiti. Il diritto all’uguaglianza tutela la dimensione sociale, riconoscendo la stessa dignità a tutti gli umani, ma, senza la libertà, può sfociare nell’autoritarismo, in regimi oppressivi. In sintesi, la libertà, da sola, lede l’uguaglianza; l’imposizione dell’uguaglianza nuoce alla libertà. È necessario un terzo principio che permetta la dialettica tra le due e rappresenti un fattore di equilibrio. Questo principio è la fraternità che esalta il legame tra gli umani e introduce la categoria del “noi”: gli esseri umani devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza. (1 art. della Dichiarazione universale dei Diritti Umani del 1948). Il nome giuridico della fraternità è la solidarietà.
La fraternità è dunque un principio cardine che però non ha ancora trovato una adeguata espressione giuridica perché, essendo fondato su un legame, è difficile stabilire come sanzionare la sua assenza. È un concetto che appare meno politico degli altri perché non definisce diritti. Infatti non è presente nella Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1879. È anche vero però che include atteggiamenti mentali e comportamenti senza i quali i valori espressi dagli altri diritti scompaiono.
A ben guardare, la differenza tra ideologie come il liberalismo e il socialismo risiede proprio nel ruolo dello Stato nella gestione del tema della fraternità. Nel liberalismo classico, che pone al centro l’individuo e i suoi diritti inalienabili, la fraternità è tradizionalmente relegata alla sfera morale e ai sentimenti e riguarda la vita privata, non la vita pubblica e le istituzioni. Per i liberali, l’intervento dello Stato in ambito economico rischia di comprimere la libertà individuale. La vera solidarietà è quella volontaria, una scelta morale del singolo. Se imposta dallo Stato diventa coercizione. Lo Stato ha solo il compito di vigilare e sanzionare i comportamenti nocivi. Dietro questa convinzione c’è, in fondo, la visione dell’uomo di Hobbes: homo homini lupus.
Per il socialismo, la fraternità dei liberali è del tutto insufficiente. Lo Stato deve intervenire attivamente nell’economia e trasformare la fraternità in diritti, attraverso servizi pubblici universali e una tassazione volta a redistribuire la ricchezza e diminuire le disuguaglianze. Le politiche del welfare, la sanità pubblica, la tassazione progressiva sono aspetti concreti della solidarietà richiamata anche dall’art. 2 della Costituzione Italiana: … doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale. [1]
Il periodo storico che ha visto lo sviluppo del welfare state e la sua massima espansione in Europa è stato il secondo dopoguerra (1945- anni ’70). Una forte crescita economica ha consentito anche in Italia l’estensione di vere e proprie politiche sociali - come sanità, istruzione, previdenza - che hanno permesso a ogni individuo di migliorare o cambiare la propria condizione economica e sociale rispetto a quella di origine (mobilità sociale). A partire dagli anni Settanta, con la fine del boom economico, questo sistema è entrato in crisi dando voce a critiche sempre più forti (assistenzialismo) e favorendo l’espansione del neo-liberismo, in base al quale lo Stato deve astenersi dall’intervenire nei processi economici lasciando che la libera concorrenza domini il mercato. L’indebitamento eccessivo dello Stato, l’aumento della tassazione, l’inefficienza di molti servizi hanno spinto molti governi europei ad accogliere idee neo-liberiste e a riformare lo stato sociale. La riforma dello Stato sociale ha portato all’affidamento di molti servizi pubblici a privati, all’eliminazione o riduzione di molti sussidi statali e all’introduzione della flessibilità nell’ambito del lavoro. È un processo ancora in corso che non solo produce diseguaglianze enormi e concentrazioni abnormi di potere nelle mani di privati, ma mette in discussione anche il principio che è alla base del liberalismo, la libertà: Tra i fallimenti più problematici del neoliberismo c’è il fatto che riduca la libertà di molti ampliando al tempo stesso la libertà di pochi.[2]
Oggi, in un contesto dominato, anche sul piano culturale, dal neo-liberismo, dalla egemonia del mercato e dalla globalizzazione economica, il conflitto tra neo-liberismo e fraternità è plateale. Da un lato, una socialità fondata sul contratto che neutralizza un conflitto possibile (sullo sfondo c’è sempre Hobbes). È una socialità che genera indifferenza, individualismo, isolamento perché dilata lo spazio dedicato alla dimensione individuale (il singolo visto come consumatore, lavoratore, risparmiatore) e riduce lo spazio dedicato alla comunità, dimenticando che l’essere umano è un campo di relazioni. Dall’altro, una socialità basata sulla relazione, sul riconoscimento reciproco in vista di un bene comune.
La fraternità può essere però interpretata e declinata in modi diversi. C’è una fraternità intesa come identità: appartenenza allo stesso territorio, stessa lingua, tradizioni e storia comuni. In questo caso al “noi” si contrappone il “loro” ovvero gli stranieri, i migranti. Non a caso i populismi offrono risposte rassicuranti alle paure e al disorientamento del nostro tempo spostando i problemi sugli “ultimi”.
Ma la fraternità può anche essere declinata nel senso di “noi umani” e il significato cambia totalmente. Diventa “dignità” riconosciuta a tutti gli appartenenti alla specie umana, al di là dei confini geopolitici. È il concetto teorizzato laicamente da Kant attraverso l’idea della Cittadinanza Universale. È la base dell’enciclica “Fratelli tutti” di papa Francesco. Kant fonda il superamento dell’egoismo degli individui e degli Stati sulla ragion pratica e sul dovere morale. Francesco lo fonda sull’amore e sul rispetto della sacralità della vita umana. Entrambi indicano la stessa direzione: la condanna delle guerre e la fratellanza tra i popoli.
Agisci in modo da trattare l’umanità, sia nella tua persona sia in quella di ogni altro, sempre anche come fine e mai semplicemente come mezzo. (Kant)
La fratellanza è la nuova frontiera dell’umanità; o siamo fratelli o ci distruggiamo a vicenda… Fratellanza vuol dire ascoltare con il cuore aperto. (papa Francesco)
[1] Espressione coniata da Mona Ozouf, storica francese nota per i suoi studi sulla Rivoluzione francese.