Go down

Il nostro è un tempo contraddistinto dal rumore e dalla chiacchiera, si parla ininterrottamente. Ma nel rumore e nella chiacchiera tutto perde di significato. L’unica cura possibile ed efficace è abitare il silenzio.

Il rumore, oggi, è così invadente che non ci accorgiamo più dell’assenza del silenzio. Il pensiero greco, invece, fin dalle origini ha dato un enorme valore al silenzio. I pitagorici, in particolare, stimavano chi sapeva ascoltare e riusciva a rispettare un rigoroso silenzio. Platone, nel Protagora, esalta la sapienza degli Spartani che traspare dal loro essere “laconici”: poche parole dette al momento opportuno. Secondo lo stoico Zenone Di Cizio, abbiamo due orecchie e una sola bocca per ascoltare di più e parlare di meno. Famoso è il detto di Eraclito: “incapaci sono e di ascoltare e di parlare” (frammento 19). Socrate ai suoi allievi insegnava innanzitutto a tacere. La sospensione del giudizio (epochè), nello scetticismo antico, era un modo per sospendere l’assenso così da evitare errori in ambito conoscitivo. Pratica ripresa oggi dalla consulenza filosofica nel senso dell’astenersi dal giudicare l’altro, mettendo da parte i propri pregiudizi e le proprie opinioni. Per Plotino e i neoplatonici, il silenzio era la via di accesso al divino.

Il silenzio è ciò che consente l’ascolto dell’altro, è la disponibilità ad accogliere l’altro.

Il silenzio è ciò che consente l’ascolto dell’altro, è la disponibilità ad accogliere l’altro. Senza un’apertura all’altro, nessun legame tra gli umani può esistere e nessuna possibilità di trascendere l’esistente.

Il silenzio può manifestarsi in molti modi: assenza di parole, suoni o rumori, pausa tra parole o suoni, ma soprattutto fondo da cui tutto emerge. È dal silenzio che nasce la parola. Se perde il contatto con il silenzio, la parola si svuota, si banalizza. Diventa chiacchiera. È anche vero, però, che il silenzio, per gli umani, ha cominciato a esistere nel momento in cui è nata la parola. L’antica radice del termine “silenzio” sembra essere “hsh”, non molto diversa dal suono inarticolato ‘shh’ che ancora utilizziamo per invitare a tacere. Quando i nostri antenati erano muti, non esisteva neppure il silenzio.

Il silenzio è considerato da Husserl l’analogo uditivo dello spazio vuoto. Può essere paragonato al bianco, all’assenza di colore. Il silenzio e il bianco riportano a qualcosa che non c’è, ma che permette alle cose di manifestarsi. Ai colori di combinarsi, ai suoni di esprimersi: “la nostra visione dell’uomo rimarrà superficiale finché non risaliremo all’origine, finché non ritroveremo sotto il brusio delle parole, il silenzio primordiale”.[1]

Il mondo ci parla attraverso le nostre parole. Noi ci rappresentiamo il mondo attraverso il linguaggio che è “la casa dell’essere di cui siamo custodi” (Heidegger). Ma la parola è scandita dal silenzio. Per “dire”, noi dobbiamo essere aperti al senso. La parola filosofica, intesa come ricerca di senso, come superamento di significati già dati, ha un bisogno estremo di silenzio. La genesi della filosofia è il “thaûma”, termine greco tradotto di solito con “meraviglia”. Occorre intendersi: non parliamo di meraviglia come stupore intellettuale, ma come sorpresa, angoscia rispetto al divenire della vita, alla sua imprevedibilità e alla possibilità, sempre presente, della morte. Il logos insomma nasce da ciò che razionale non è, che precede la distinzione tra ragione e follia, e, se non attinge continuamente ad esso, diventa chiacchiera, rumore. Nel Teeteto di Platone la filosofia è Iride, figlia di Taumante (da “thaumazein”= meravigliarsi) figura mitologica terribile. Iride è l’arcobaleno, congiunge la terra e il cielo, il visibile e l’invisibile ed è anche messaggera degli dei.

Il nostro è un tempo contraddistinto dal rumore e dalla chiacchiera, si parla ininterrottamente. Ma nel rumore e nella chiacchiera tutto perde di significato. L’unica cura possibile ed efficace è abitare il silenzio. Il silenzio non è il contrario della comunicazione, ha invece una enorme forza comunicativa. Noi, assediati dal rumore, proviamo quasi angoscia nei confronti del silenzio. Esorcizziamo il silenzio alzando la voce, mettendo musica di sottofondo e così rendiamo assordante un mondo in cui diventa difficile entrare in relazione autentica con gli altri, ma anche con noi stessi. Il silenzio è infatti, da sempre e in tutte le culture, la via privilegiata della vita interiore.

La diffusione dello smartphone e delle AI ha aumentato il rumore nelle nostre vite. Questi strumenti, che ci permettono di essere costantemente connessi con il mondo e di avere risposte alle nostre domande, facilitano la naturale tendenza umana al “divertissement” (distrazione) ben descritta da Pascal e possono generare dipendenza. Non dobbiamo dimenticare che il nostro cervello ha due modi di procedere: un modo di funzionamento “parallelo” che è spontaneo, veloce, evocativo, poco costoso sul piano delle energie che richiede (permette di passare da un argomento all’altro) e un modo di funzionamento “seriale” che è rigoroso, consequenziale e dispendioso (Boncinelli).

Nella nostra vita abbiamo bisogno di utilizzarli entrambi, ma spontaneamente tendiamo a utilizzare quello parallelo perché il funzionamento seriale (che è poi la presa di coscienza) è molto faticoso. Pensiamo ora alla quantità di informazioni che riceviamo ogni giorno attraverso lo smartphone. É talmente grande da creare un rumore mentale ed emotivo difficile da gestire, perché ostacola l’attenzione e la riflessione. Pensiamo anche all’uso degli assistenti virtuali che riduce lo sforzo mentale e quindi può favorire la passività cognitiva.  Eppure sentiamo il bisogno di essere sempre connessi per non perdere opportunità o per risolvere velocemente problemi. Silenziare ogni tanto questi strumenti digitali è un atto rivoluzionario. Significa riappropriarsi del proprio tempo, riconnettersi con sé stessi e con il mondo reale. Ridurli al silenzio è renderli inattivi. Per gli umani, invece, il silenzio è una grande opportunità.

la parola è scandita dal silenzio. Per “dire”, noi dobbiamo essere aperti al senso. La parola filosofica, intesa come ricerca di senso, come superamento di significati già dati, ha un bisogno estremo di silenzio

 

 

[1] M. Merleau Ponty, Fenomenologia della percezione, Il Saggiatore, Milano 1965, pag. 255

StultiferaBiblio

Pubblicato il 13 gennaio 2026

Anna Colaiacovo

Anna Colaiacovo / Consulente filosofico presso Phronesis

http://filopratica.com