In questa intervista ImPossibile gli chiederemmo dell’intelligenza artificiale come manifestazione del nostro tempo, più che come semplice strumento. Una macchina può mettere insieme informazioni, ma non conosce la vita, gli affetti, le relazioni. L’immaginazione umana nasce proprio da queste esperienze. Per questo, nei suoi film, la scienza non risolve mai davvero i problemi, ma li rende più profondi e più difficili da ignorare.
Guardare l’AI con lo sguardo di Tarkovskij significa chiedersi che cosa accade all’essere umano quando affida la propria memoria e le proprie immagini a un sistema automatico. L’intelligenza artificiale può creare mondi e moltiplicare le immagini, ma che cosa di tutto questo diventa esperienza vissuta? Che cosa rimane dentro chi guarda?
1. Immaginazione, memoria e tecnologia
CAB: Che cosa distingue l’immaginazione e la memoria di una macchina da quelle di un essere umano?
ANDREI TARKOVSKIJ: Una macchina può combinare elementi che ha già visto, ma non può ricordare nel senso umano del termine. Il ricordo è un’esperienza che continua a influenzare chi siamo. Quando ricordiamo, non recuperiamo solo informazioni, ma riviviamo qualcosa che ci ha segnato.
In Lo specchio non ho raccontato la mia infanzia per riprodurla in modo fedele, ma per evitare che scomparisse, per darle un significato nel presente. La memoria nasce nei punti in cui il passato continua a farci riflettere e ci chiede di essere compreso.
L’intelligenza artificiale può generare immagini, ma non sa che cosa rappresentano davvero, non conosce il valore emotivo o personale che un’immagine può avere. L’arte nasce da un bisogno interiore di esprimere qualcosa che riguarda la propria vita. Un’immagine autentica porta con sé una storia, un’esperienza, un legame con chi l’ha vissuta.
Un algoritmo non ha avuto un’infanzia, non ha relazioni affettive, non conosce la paura della morte. Per questo non può creare nel senso umano del termine, può solo rielaborare ciò che esiste già.
La memoria digitale conserva informazioni mentre la memoria umana le trasforma. Ricordare vuol dire cambiare punto di vista, dare un nuovo senso a ciò che è accaduto. Ogni ricordo modifica chi lo porta con sé, e l’essere umano porta con sé il tempo che ha vissuto.
Proprio da questa relazione con il passato nasce l’immaginazione, dal bisogno di dare un significato a ciò che non è ancora concluso dentro di noi.
2. Autenticità umana nel tempo delle macchine
CAB: Che cosa distingue l’essere umano da una macchina intelligente?
ANDREI TARKOVSKIJ: Ciò che distingue l’essere umano da una macchina è la capacità di fare scelte che non sono guidate solo dall’efficienza. L’essere umano può rinunciare a qualcosa di utile o conveniente per dare valore a ciò che considera importante. In Il sacrificio ho raccontato la storia di un uomo che decide di perdere tutto pur di salvare ciò che ama. Una macchina, invece, cerca sempre la soluzione più rapida ed efficace, e non è in grado di scegliere contro sé stessa, perché non ha nulla da perdere.
Le emozioni possono essere descritte e imitate, anche in modo molto realistico, ma non possono essere vissute da una macchina. Il dolore, per esempio, è un’esperienza che si vive nel profondo e che modifica la persona. In questo passaggio nasce la coscienza, l’essere umano diventa davvero tale quando accetta di non essere perfetto, quando si ferma, quando sbaglia, quando ama senza calcolare il risultato.
La tecnologia, in sé, non elimina l’autenticità, a toglierla è il modo in cui viene usata. Se l’essere umano rinuncia alla propria responsabilità e lascia decidere tutto alle macchine, perde una parte di sé. Essere autentici richiede impegno, attenzione e memoria di ciò che si è vissuto. Non è una qualità automatica e non può essere delegata, è un lavoro quotidiano che riguarda il modo in cui si sceglie, si agisce e si dà senso alle proprie azioni.
3. Linguaggio poetico contro linguaggio algoritmico
CAB: Qual è la differenza tra il linguaggio poetico umano e quello generato da una macchina?
ANDREI TARKOVSKIJ: La differenza principale è che il linguaggio umano nasce da un bisogno interiore, mentre quello della macchina nasce da un calcolo. Quando una persona scrive o parla in modo poetico, non sceglie le parole perché sono le più corrette o le più probabili, ma perché sente che sono necessarie per esprimere qualcosa che ha dentro. La scelta delle parole è legata a un’esperienza, un ricordo, un conflitto interiore.
Una macchina, invece, sceglie le parole in base a ciò che ha già visto nei dati su cui è stata addestrata. Parte da una regola statistica, seleziona le combinazioni che risultano più coerenti con i testi precedenti. In questo senso può imitare bene la forma di un discorso poetico, ma non il processo che porta una persona a scrivere.
Il linguaggio umano nasce spesso da un dubbio. Prima di parlare, una persona può fermarsi, riflettere, non sapere subito cosa dire. Questo tempo di attesa fa parte del pensiero e dell’esperienza. La macchina invece risponde subito perché è programmata per produrre un risultato, non per interrogarsi.
Il linguaggio generato da un sistema automatico può riempire lo spazio con frasi corrette, immagini e risposte. Ma il linguaggio umano nasce proprio quando lo spazio non è ancora pieno, quando qualcosa resta aperto e incerto. La poesia, in questo senso, serve a lasciare un segno nel tempo, a fissare un’esperienza, a trasformare un’emozione in parola.
Per questo il linguaggio poetico non è una funzione tecnica, ma una responsabilità personale. Chi parla o scrive si assume il peso di ciò che dice. Finché esisterà questa responsabilità, ci sarà una differenza tra un linguaggio prodotto perché “può essere generato” e un linguaggio pronunciato perché “deve essere detto”.
4. Tempo, coscienza e intelligenza
CAB: Che legame esiste tra tempo, coscienza e intelligenza, e che cosa ci dice oggi l’intelligenza artificiale su questo rapporto?
ANDREI TARKOVSKIJ: L’intelligenza serve a organizzare il mondo, permette di calcolare, prevedere, classificare. La coscienza, invece, riguarda il modo in cui viviamo ciò che accade, e non si limita a elaborare informazioni, ma implica desiderio e responsabilità.
Per l’essere umano il tempo non è soltanto una misura oggettiva, come quella di un orologio., ma è un’esperienza soggettiva. Il tempo è legato ai ricordi, alle paure, alle aspettative. Viviamo il tempo attraverso ciò che ci accade e attraverso ciò che ricordiamo. Il cinema nasce proprio per rendere visibile questo rapporto con il tempo, per mostrare che ogni momento contiene una parte della nostra vita. Quando ho detto che il cinema “scolpisce il tempo”, intendevo che l’immagine cinematografica rende percepibile il passare del tempo così come viene vissuto dagli esseri umani.
Una macchina può misurare il tempo con grande precisione, ma non lo vive. Può riconoscere sequenze e stabilire relazioni tra eventi, ma non conosce l’attesa, né il rimpianto, né la nostalgia. Può analizzare il passato come insieme di dati, ma non ne sperimenta il peso emotivo.
La coscienza è piuttosto la distanza tra ciò che siamo e ciò che vorremmo essere. È la capacità di sentire questa distanza e di assumersene la responsabilità. È questo che rende ogni scelta umana significativa.
In Stalker, la Zona appare come una forma di intelligenza diversa da quella umana. Non fornisce spiegazioni e non offre soluzioni, non consola e non rassicura. Costringe chi entra a confrontarsi con sé stesso. In questo senso, mostra che una vera potenza non consiste nel rispondere a tutte le domande, ma nel mettere in crisi chi le pone.
Una tecnologia avanzata dovrebbe funzionare allo stesso modo, non come uno strumento che risolve ogni problema al posto nostro, ma come qualcosa che ci obbliga a riflettere sui nostri limiti. L’intelligenza artificiale diventa simile alla Zona quando ci costringe a chiederci che cosa resta umano in un mondo capace di calcolare tutto, ma incapace di vivere il tempo come esperienza personale.
5. Il compito spirituale dell’arte nell’epoca dell’AI
CAB: Che consiglio darebbe a un artista che usa l’AI?
ANDREI TARKOVSKIJ: Direi prima di tutto che l’arte ha il compito di ricordare all’essere umano che non è una macchina. Ciascuno di noi è un soggetto che vive nel tempo, che ha memoria, che cerca un significato alla propria esistenza. La tecnologia, in sé, non è un nemico. Il problema nasce quando si diffonde l’idea che tutto possa essere ridotto a un procedimento tecnico o a un calcolo.
Una macchina può diventare uno strumento di falsificazione quando l’essere umano le chiede di sostituirlo, di parlare, di provare emozioni o di prendere decisioni al posto suo. In questo caso, la tecnologia non ci aiuta a esprimerci, ma ci esonera dalla propria responsabilità.
Un artista non dovrebbe usare l’intelligenza artificiale per evitare il confronto con sé stesso. Al contrario, dovrebbe usarla come occasione per interrogarsi su ciò che sente. Se un’opera non contiene una parte autentica dell’esperienza di chi la produce, allora non è davvero un atto creativo, ma una delega a un sistema automatico.
Il rischio più grande è che gli esseri umani rinuncino a porsi domande, a cercare un senso nelle proprie azioni. L’arte serve proprio a questo, a mantenere viva la coscienza critica, a ricordare che vivere non significa soltanto funzionare in modo efficiente, ma assumersi la responsabilità della propria interiorità, delle proprie scelte e del proprio rapporto con il tempo e con gli altri.
Breve bio
Andrej Tarkovskij (1932–1986) è stato uno dei più importanti registi e teorici del cinema del Novecento. Nato in Unione Sovietica, si è formato al VGIK di Mosca e ha realizzato film che hanno segnato profondamente la storia del cinema, tra cui L’infanzia di Ivan, Andrej Rublëv, Solaris, Lo specchio, Stalker, Nostalghia e Il sacrificio.
Il suo cinema è noto per l’uso di lunghi piani sequenza, per il ritmo lento e per immagini di forte intensità simbolica. Nei suoi film affronta temi come il tempo, la memoria, la fede, il sacrificio, il rapporto tra l’uomo e la natura e la responsabilità morale dell’individuo.
A causa dei conflitti con le autorità sovietiche, negli ultimi anni della sua vita ha lavorato in esilio, tra Italia e Svezia. Parallelamente all’attività di regista, ha elaborato una riflessione teorica sul cinema, raccolta soprattutto nel libro Scolpire il tempo, in cui definisce il cinema come un’arte capace di modellare il tempo e di interrogare la coscienza umana.
La sua opera continua a essere un punto di riferimento per registi, filosofi e studiosi, ed è considerata una delle espressioni più alte di un cinema inteso come ricerca spirituale e morale.
IIP nasce da una curiosità: cosa direbbero oggi i grandi pensatori del passato di fronte alle sfide dell’intelligenza artificiale? L’idea è di intervistarli come in un esercizio critico, un atto di memoria e, insieme, un esperimento di immaginazione.
Ho scelto autori e intellettuali scomparsi, di cui ho letto e studiato alcune opere, caricando i testi in PDF su NotebookLM. Da queste fonti ho elaborato una scaletta di domande su temi generali legati all’AI, confrontandole con i concetti e le intuizioni presenti nei loro scritti. Con l’aiuto di GPT ho poi generato un testo che immagina le loro risposte, rispettandone stile, citazioni e logica argomentativa.
L’obiettivo è riattivare il pensiero di questi autori, farli dialogare con il presente e mostrare come le loro categorie possano ancora sollecitarci. Non per ripetere il passato, ma per scoprire nuove domande e prospettive, utili alla nostra ricerca di senso.