Che cos’è la Vita, che cos’è il Destino? Il poeta prova a rispondere alla domanda da par suo…
IERI SON STATO DALLA MIA SARTINA
Ieri son stato dalla mia sartina
per chiederle un vestito su misura:
“Taglia 80, bell’e pronto in vetrina!”
mi sembrava adatto alla mia ventura.
Gli anni sono passati, il vestitino
svolgeva il suo lavoro vento in poppa:
qualche scucitura, qualche buchino
presto rammendato con una toppa.
Ma oggi che del mio viaggio il porto
intravedo, vorrei tanto allungare
il vestito, che ora mi appare corto.
Mi dice la sartina col suo fare:
“Amico, io non ti ho fatto torto”.
Eppure, che darei per l’alto mare!
***
Un sonetto, forma poetica classica per eccellenza, per rispondere alla più classica e antica delle domande.
La sartina è figura delle Parche (o delle Moire, secondo la mitologia greca): le tre divinità che presiedevano a stabilire la lunghezza della vita e perciò il destino di una persona.
La “taglia 80” allude infatti alla lunghezza della vita (non certo a una taglia di abito per uomini!).
Il “vestito su misura” rappresenta il nostro corpo, che talvolta tendiamo a dimenticare o a sottovalutare, tutti concentrati sul dominio e la regia della mente, sulle sue ambizioni spesso smisurate.
La vita è vista nella poesia “Ieri son stato dalla mia sartina”, anche qui con una metafora classica, come un lungo viaggio in mare: metafora quanto mai adatta per chi ha deciso di salire a bordo della “stultifera navis”!
Ma ecco ad un tratto “il porto intravedo”: il viaggio non è infinito, la vita ha dei limiti non oltrepassabili, ma la fame di vita del poeta, alla vista della fine del viaggio, è la nostra fame di vita, il desiderio di proseguire la navigazione del poeta è il nostro desiderio inesausto di continuare questo viaggio avventuroso, racchiuso nel verso finale:
“Eppure, che darei per l’alto mare!”
In quella ricerca dell’alto mare non c’è però “hybris”, non c’è tracotanza o volontà di potenza, ma è racchiuso un profondo amore per la vita, per questa vita che, unica, ci è data e che quando è vissuta pienamente si lascia sempre un po’ a malincuore.
In quell’alto mare riecheggiano le parole dell’Ulisse dantesco che vuole oltrepassare quelli che allora erano i confini del mondo: “ma misi me per l’alto mare aperto”.
La sete di conoscenza del poeta, la sua fame di scoprire nuovi mondi, di oltrepassare i confini dati (non solo confini fisici ma soprattutto confini mentali), di andare oltre, è la sete e la fame dell’uomo di ogni tempo degno di questo nome:
“Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza”.