Domani è l’equinozio di primavera. Ma come domani, mi direte, è dopodomani. Oggi è il 19 e l’equinozio di primavera cade il 21 marzo. Lo sanno anche i sassi. Sì e no. È vero, lo celebriamo sempre il 21. In realtà, dal punto di vista astronomico, il momento esatto del passaggio varia di anno in anno. E quest’anno cade venerdì 20. Alle 15:45, per la precisione: il momento esatto in cui il sole attraverserà l’equatore celeste.
E un bel chissenefrega non ce lo vogliamo mettere?, aggiungeranno molti di voi. Eh sì. E proprio qui sta il problema. Non è colpa vostra, vi capisco. Nessuno ci ha insegnato a dargli importanza. Oggi abbiamo perso il senso delle soglie, dei passaggi che ci ricordano la nostra collocazione nel cosmo e, con essa, il nostro ruolo (i nostri ruoli).
Ma se domani pomeriggio, verso le quattro meno un quarto, proprio non avete niente da fare, provate a uscire nella natura. Provate a notare come l’inclinazione della luce sia già differente da quella di qualche giorno fa. Come l’odore di erba umida sia appena appena più intenso, come l’aria che vi sfiora il viso sia più tiepida, come qualche uccellino azzardi già le prove generali del suo canto. Schon und noch nicht, direbbe qualcuno. L’epifania, forse la Grazia, è sospesa lì, in quell’istante. In quelle quindici e quarantacinque in cui il Giorno e la Notte, il Sole e la Luna, Yin e Yang, la Luce e le Tenebre, per un attimo saranno perfettamente equivalenti.
Lo so perché a me è già capitato. Permettetemi di indulgere in un aneddoto personale. Avrò avuto otto o nove anni. Non era proprio l’equinozio, ma insomma, eravamo lì. È una mattina tra fine inverno e inizio primavera. Sto guardando in giardino dalla mia finestra. Lo faccio spesso. Mi piace guardar girare il mondo. A un certo punto mi accorgo che su un albero, uno solo, stanno già germogliando le prime foglioline verdi. All’improvviso sento qualcosa: come un’onda di energia che mi attraversa, una sensazione fisica di essere tutt’uno con quell’albero, con il giardino, con tutto. Una sensazione di gioia, di pace, di amore incondizionato. Sarà durata meno di un secondo, ma da allora è rimasta sempre con me. Riguardandomi indietro oggi, mi rendo conto che tutta la mia ricerca non è stata altro che il tentativo, tra alti e bassi, di ricreare quell’attimo e quella sensazione. Quel momento di satori ancora bambinesco, che avevo potuto raggiungere, forse, proprio perché ancora bambino.
la soglia dell’identità e quella che possiamo solo abitare, magari interpretare o plasmare, ma mai lasciare.
In questa mia lunga ricerca ho attraversato molte soglie. Alcune le ho abitate per molto tempo. Altre le abito ancora. Altre ancora sono passate come un lampo. Su tutte, la soglia dell’identità: quella che possiamo solo abitare, magari interpretare o plasmare, ma mai lasciare. Vivere su più piani allo stesso tempo, spesso in contrasto tra loro. Coniugare ciò che siamo con ciò che facciamo, la nostra persona professionale con il nostro Sé autentico. Una soglia che molti di noi riattraversano ogni giorno, da una parte all’altra e viceversa. E magari, arrivati alla mia età, la soglia che si apre quando smetti di cercare un posto nel mondo (qui, inteso come saeculum, non come cosmo…) e cominci a chiederti che cos’hai da restituire.
Quello che tutte le culture (anche la nostra) hanno sempre saputo
Ho capito col tempo che il problema non sono le soglie in sé. È la nostra scarsa capacità di percepire la trasformazione che comportano. La nostra presunzione analitica ci fa credere di avere una visione ipso facto più vera del pensiero analogico dei nostri antenati. Ce lo fanno credere le nostre tecnologie, i nostri dispositivi.
In realtà, pionieri come Arnold van Gennep o Mircea Eliade, ci hanno descritto molto bene la qualità strutturale dei riti di passaggio nelle società tradizionali. Se per Eliade erano tecnologie di riattualizzazione simbolica, per van Gennep erano dispositivi di trasformazione sociale. È vero, nessuno dei due ha mai usato questa terminologia così foucaultiana, ma entrambi hanno sottolineato la struttura. Lo sto facendo io (se questo fosse un articolo accademico non si potrebbe, ma per fortuna non lo è). Lo sto facendo io perché leggere le strutture come dispositivi e tecnologie ci porta dritti al nostro mondo di oggi, dove tecnologie e dispositivi sono diventati le strutture che innervano non solo la nostra vita, ma anche la nostra visione del mondo. Il dominio scientifico-tecnico sulla realtà, direbbe Heidegger.
Anche le culture tradizionali hanno una tecnologia, quindi. Fondata sulla comprensione che, per trasformarsi, il ritmo individuale deve prima sincronizzarsi con qualcosa di più grande. Con il ritmo del cosmo, passando attraverso il clan, la specie, la Madre Terra. Nelle società tradizionali la “tecnologia” riveste una funzione cosmologica ed ontologica, che diventa antropologica e religiosa traducendosi sul piano umano. La nostra, invece, presenta una funzione puramente utilitaristica. Nelle culture tradizionali i dispositivi hanno una funzione di attraversamento della soglia. Nella nostra, ne hanno una di accumulo al di qua della soglia.
leggere le strutture come dispositivi e tecnologie ci porta dritti al nostro mondo di oggi, dove tecnologie e dispositivi sono diventati le strutture che innervano non solo la nostra vita, ma anche la nostra visione del mondo.
L’analfabetismo rituale della strana umanità occidentale
Poi è arrivata la modernità, e ha deciso che tutto questo era superstizione. Non c’è più nessun “come in alto, così in basso”: c’è solo un basso che si espande indefinitamente in orizzontale.
In uno dei saggi più avvincenti che abbia letto negli ultimi anni, Joseph Henrich ha documentato con pazienza certosina quello che molti sapevamo già, ma a cui non avevamo ancora dato un nome: nella storia dell’umanità, le società occidentali contemporanee sono tra le più povere di riti di passaggio autentici. Non li hanno aboliti per scelta ideologica consapevole, li hanno semplicemente sostituiti con eventi che celebrano l’arrivo senza presupporre alcun attraversamento reale. La laurea, la promozione, il matrimonio segnano dei momenti, certo. Ma non richiedono di stare nel mezzo, di attraversare davvero qualcosa, di uscirne cambiati in modo verificabile. Uno dei tanti motivi per i quali, dal punto di vista del resto del genere umano, siamo strani. Molto strani. Non a caso, quando ha provato a sintetizzare i risultati della sua ricerca in uno di quegli acronimi parlanti che piacciono tanto agli anglofoni, Henrich ha scelto WEIRD (Western, Educated, Industrialized, Rich, Democratic).
Il soggetto che Henrich definisce così non è semplicemente un occidentale istruito e benestante. È il prodotto di un lungo e specifico processo storico che ha selezionato, tra tutte le possibili configurazioni umane, quella più individualista, più analitica, più orientata alla causalità lineare e al controllo razionale della realtà. Un’eccezione antropologica, non la norma: eppure è diventata il metro con cui per decenni la psicologia occidentale ha misurato (e spesso continua a misurare) l’intera umanità. E tra le sue caratteristiche più marcate c’è proprio questa: è il tipo umano storicamente più sradicato dai ritmi collettivi, dalle reti di appartenenza, dai dispositivi simbolici che nelle altre culture scandiscono i passaggi della vita. Tecnicamente avanzatissimo e ritualmente analfabeta, cambia continuamente posizione restando, nel profondo, fermo.
Lo vediamo ovunque, con una certa coerenza sconfortante: nelle organizzazioni che annunciano “trasformazioni” ogni diciotto mesi, riconfezionando le stesse strutture con un nuovo lessico. Nelle persone che cambiano lavoro, città o relazione portandosi dietro le stesse domande non risposte. Nel modo in cui il vocabolario del cambiamento si è così inflazionato da essere diventato il rumore di fondo di qualunque conversazione professionale. Riconoscerlo non è cinismo. È prendere coscienza di una cultura che ha interrotto il ritmo e non sa ancora come riprendere il tempo.
c'è una coerenza sconfortante nelle organizzazioni che annunciano “trasformazioni” ogni diciotto mesi, riconfezionando le stesse strutture con un nuovo lessico
Tre domande per domani alle 15:45
Il paradosso è che l’esigenza non è scomparsa. Non può e non potrebbe farlo, perché è parte costitutiva del nostro essere-umani. Com’era prevedibile, è riemersa, nelle forme meno sorvegliate: dai cristalli all’astrologia rivisitata, dai ritiri sciamanici nei resort cinque stelle a bizzarre incursioni nella vita quotidiana della retrocausalità quantistica, che assomigliano tanto al pensiero magico. È facile sorriderne e, fino a un certo punto, è anche lecito farlo. Ma sotto la superficie del New Age e delle sue infinite varianti, si nasconde una spinta che merita attenzione: il riconoscimento ostinato che il ritmo è stato interrotto, e che qualcosa chiede di essere ricollegato. Re-ligione, alla fine, significa proprio questo. Ri-collegare. Con la comunità, con il cosmo. Ciò che è in alto come ciò che è in basso.
In questo senso, l’equinozio è un’offerta che ci fa l’universo. Non serve aderire a nessuna tradizione specifica per raccoglierla. Serve soltanto fermarsi un momento nel senso più letterale: smettere di ottimizzare, di reagire, di produrre, e lasciarsi attraversare da tre domande semplici.
Da cosa mi sto separando? Verso cosa mi sto muovendo? E sono davvero disposto a stare nel mezzo il tempo necessario?
Il cosmo, domani alle 15:45, farà la sua parte. A noi fare la nostra.