La resistenza del nodo di scotta non dipende dall’essere impossibile da sciogliere, ma dal fatto che sa reggere mentre è in funzione. Lavora sotto carico senza cedere e, quando la tensione cambia, si lascia aprire senza strappi. È una forma di tenuta che non coincide con la chiusura. Per questo il Nodo di scotta può diventare il luogo delle domande: interrogazioni che restano operative, che mantengono il pensiero in uno stato di attenzione reale, capaci di sopportare il peso dell’interrogazione senza scivolare nella retorica. Quando una risposta arriva, se arriva, non rompe il legame che si è creato e non trattiene ciò che ha messo in relazione, ma libera le corde, rendendole di nuovo disponibili.

Chiamare questo spazio Nodo di scotta significa assumere una postura esigente. Le domande valgono per come sono costruite e per la tensione che sanno sostenere, perché mettono il pensiero al lavoro senza irrigidirlo e senza disperderlo, capace di reggere il carico del confronto e di sciogliersi quando il tempo dell’interrogazione è compiuto. Su una nave che continua a navigare nonostante tutto, questa precisione non è un dettaglio, ma una condizione di possibilità.

Non resta che sperimentarne la tensione!