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Storicamente una delle trasformazioni più profonde del diritto penale italiano è molto più antica: il Codice Zanardelli, promosso da Giuseppe Zanardelli, approvato nel 1889 ed entrato in vigore nel 1890.

No pena di morte? Diritto di Sciopero? Diritti degli accusati? Li dobbiamo non alla costituzione, ma ad un ministro di fine 800.


Nella storia del diritto penale italiano si parla spesso di grandi svolte: la riforma fascista del 1930-1931, la Costituzione del 1948, le riforme contemporanee della giustizia.

Eppure, se si guarda con un minimo di prospettiva storica, una delle trasformazioni più profonde e meno ricordate rimane quella del 1889: il Codice Zanardelli, approvato il 30 giugno 1889 ed entrato in vigore il 1º gennaio 1890, promosso dal ministro della giustizia Giuseppe Zanardelli.

Paradossalmente è proprio una delle riforme più moderne dell’Ottocento europeo ad essere oggi la più sottovalutata nel dibattito pubblico.

Il che è curioso, perché quando oggi si parla di “grandi riforme della giustizia” il riferimento va quasi sempre a interventi molto più recenti — spesso molto più rumorosi — ma raramente a quella che, storicamente, ha davvero cambiato il sistema.

Per capirne davvero l’importanza bisogna guardare non solo a ciò che introdusse, ma anche a ciò che venne progressivamente smontato negli anni successivi.

Il contesto: uno Stato liberale che prova a modernizzarsi

Negli anni successivi all’Unità d’Italia il sistema penale era ancora fortemente influenzato da modelli preunitari: severi, poco uniformi e legati alle tradizioni giuridiche degli Stati precedenti, come il Codice sabaudo del 1859.

Il Codice Zanardelli nasce dentro la stagione liberale e introduce un’idea diversa di diritto penale: non più uno strumento di puro controllo sociale, ma un sistema che deve funzionare entro limiti giuridici e garanzie per il cittadino.

Per l’epoca fu una svolta notevole.

In un certo senso, l’Italia liberale provava a fare qualcosa di abbastanza semplice da dire e piuttosto difficile da realizzare: costruire un diritto penale meno punitivo e più giuridico.

L’abolizione della pena di morte: il simbolo

La decisione più famosa del codice fu l’abolizione della pena di morte per i reati comuni (pur con eccezioni per i delitti militari).

Nel 1889 si trattava di una scelta radicale: pochissimi Stati europei avevano fatto lo stesso.

Non era soltanto una scelta umanitaria. Era anche un principio politico: lo Stato liberale non deve esercitare un potere assoluto sulla vita dei cittadini.

Questo punto è rimasto nella memoria collettiva e spesso assorbe tutta la narrazione del Codice Zanardelli.

Quando si cita il codice, quasi sempre si arriva lì: pena di morte sì o no.

Il problema è che non era affatto quella l’unica riforma importante.

Le riforme strutturali: la vera modernizzazione

Il codice introdusse una serie di innovazioni profonde che modernizzarono il diritto penale italiano:

  • una sistemazione più razionale dei reati;
  • maggiori garanzie per l’imputato (come la libertà provvisoria e le circostanze attenuanti);
  • una concezione proporzionata e rieducativa della pena;
  • la depenalizzazione dello sciopero (purché senza violenza o minacce), riconosciuto come libertà operaia;
  • una visione più liberale e meno autoritaria dello Stato penale.

In sostanza il Codice Zanardelli costruì l’ossatura del diritto penale liberale italiano.

Non si trattò quindi di una singola misura simbolica, ma di una riforma sistemica.

Una di quelle riforme che cambiano davvero il modo in cui uno Stato pensa il proprio diritto penale.

La distinzione delle funzioni: un equilibrio liberale

Nel sistema liberale dell’epoca esisteva una distinzione tra le funzioni nel processo:

il giudice, chiamato a decidere in modo imparziale, e il pubblico ministero (PM), titolare dell’azione penale.

Entrambi appartenevano alla magistratura, ma con carriere parallele e distinte, e il PM manteneva un collegamento con il potere esecutivo.

Il sistema funzionava quindi su un equilibrio tipico dello Stato liberale: distinzione delle funzioni, ma senza una struttura burocratica completamente unificata.

Questo dettaglio storico è interessante anche per un motivo molto semplice:

quando oggi si parla di separazione delle carriere come se fosse una questione nata ieri mattina, in realtà si entra in una discussione che ha radici molto più antiche.

Il cambio di paradigma negli anni Trenta: il Codice Rocco

Il sistema costruito nel 1889 non rimase immutato.

Negli anni Trenta il regime fascista intervenne profondamente sul diritto penale con il Codice Rocco, approvato nel 1930 ed entrato in vigore nel 1931, elaborato sotto il ministro della giustizia Alfredo Rocco.

Il Codice Rocco introdusse un’impostazione molto diversa rispetto a quella liberale:

  • reintroduzione della pena di morte;
  • maggiore centralità dello Stato rispetto alle libertà individuali;
  • una concezione più autoritaria del diritto penale.

Il diritto penale tornava a essere uno strumento di difesa dello Stato e dell’ordine pubblico, più che una disciplina orientata alla tutela delle libertà.

In altre parole, molte delle impostazioni liberali del sistema costruito da Zanardelli venivano ridimensionate o rovesciate.

La riforma Grandi del 1941: la magistratura diventa un corpo unico

Il passaggio decisivo avvenne però poco dopo, con l’ordinamento giudiziario del 1941, promosso dal ministro della giustizia Dino Grandi.

Questa riforma realizzò una trasformazione strutturale dell’organizzazione giudiziaria (non del codice penale):

  • la magistratura venne definita come un corpo unico e indivisibile;
  • giudici e pubblici ministeri entrarono definitivamente nella stessa carriera burocratica.

Ma l’unificazione non aveva lo scopo di rafforzare l’autonomia della magistratura.

Al contrario, il Pubblico Ministero veniva posto sotto la diretta dipendenza del Ministro della Giustizia.

In altre parole, la riforma creava una magistratura formalmente unificata ma inserita dentro l’architettura dello Stato autoritario.

Il paradosso storico

Guardata nel lungo periodo, la storia assume una forma curiosa.

Il sistema liberale costruito con il Codice Zanardelli puntava a limitare il potere penale dello Stato e a rafforzare le garanzie individuali.

Negli anni Trenta e Quaranta lo Stato fascista intervenne invece per rafforzare il controllo politico e l’autorità statale, modificando profondamente l’impianto precedente.

Eppure proprio alcune strutture di quel periodo — come la carriera unica della magistratura introdotta nel 1941— sono rimaste anche dopo la nascita della Repubblica, seppur modificate dalla Costituzione del 1948 per garantire l’autonomia giudiziaria.

Il che significa che quando oggi si discute di riforme della giustizia e di separazione delle carriere, spesso si finisce per discutere su assetti istituzionali nati in contesti storici molto diversi.

La lezione di una riforma dimenticata

Se si osserva la storia con un po’ di distanza, il Codice Zanardelli appare come una delle riforme più radicali della storia giuridica italiana.

Molte riforme successive hanno riguardato singoli aspetti del sistema: procedura, organizzazione giudiziaria, singoli reati.

Il codice del 1889 invece fece qualcosa di più raro: ridefinì la filosofia stessa del diritto penale dello Stato liberale.

Forse proprio per questo oggi appare quasi invisibile nel dibattito pubblico: perché le riforme davvero strutturali, con il tempo, diventano talmente profonde da sembrare semplicemente il modo naturale in cui il sistema funziona.

E così, mentre si discutono referendum e riforme come se fossero rivoluzioni giuridiche, la più grande trasformazione del diritto penale italiano continua a restare — con una certa ironia della storia — una delle meno citate.

Pubblicato il 17 marzo 2026

Gigi Morello

Gigi Morello / Teacher, Musician, Film Director and Human Being

http://www.gigimorello.com