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La morte come apertura al valore (Jankélévitch) o come ferita che umilia e disillude (Améry): due idee opposte della finitezza attraverso il pensiero di due filosofi contrari alle consolazioni metafisiche


Vladimir Jankélévitch e Jean Améry parlano entrambi della morte come di qualcosa che appartiene già alla vita, non come di un incidente che arriva solo alla fine. Ma la interpretano in modo quasi opposto. Per Jankélévitch la morte dà alla vita il suo peso, la sua intensità irripetibile. Per Améry è invece una forza che corrode, un principio di disgregazione già installato in noi.

Jankélévitch: il mistero del "quasi nulla"(presque-rien)

Per Jankélévitch la morte non è un evento biologico che si possa studiare fino in fondo: è il limite assoluto dell'esperienza. Posso assistere alla morte di un altro, ma non potrò mai fare esperienza della mia, perché nel momento in cui essa si compie il soggetto che dovrebbe farne esperienza non esiste più.

Nella sua opera La Mort (1966), Jankélévitch insiste su questo paradosso: la morte è la cosa più certa e insieme la più impensabile. È sempre imminente, ma non diventa mai davvero presente; accompagna ogni istante della vita senza mai trasformarsi in un oggetto che si possa conoscere fino in fondo.

Per questo Jankélévitch insiste sull'irreversibile: la morte rende ogni scelta definitiva, ogni gesto non ripetibile. Non è tanto un nemico quanto il limite che dà serietà all'esistenza. Non regala automaticamente un senso alla vita, ma impedisce di trattarla come qualcosa che si possa sempre rimandare o correggere. Proprio perché il tempo è finito, ciò che facciamo pesa.

Améry: la morte come presenza interna

La posizione di Améry è più aspra. In Rivolta e rassegnazione e in Levar la mano su di sé, la morte non è solo il limite estremo dell'esistenza: è già attiva nel corpo, fin dall'inizio. Non veniamo raggiunti dalla morte alla fine della vita - siamo, da sempre, esseri costruiti per morire.

La morte non arriva: cresce. Ogni processo vitale è anche un processo di deterioramento, e l'invecchiamento non fa che rendere visibile ciò che era già lì, in forma latente. Non siamo padroni di un corpo che un giorno ci abbandonerà: siamo quel corpo, esposto fin dal principio alla perdita.

Per Améry questa scoperta è un'umiliazione profonda. Distrugge l'illusione di essere padroni di noi stessi: l'io continua a sentirsi identico mentre il corpo cambia e si sottrae al suo controllo - una frattura permanente tra chi crediamo di essere e ciò che il corpo, ogni giorno, ci dimostra. È qui che la sua formula - "vivere con il morire è un'umiliazione senza pari" - trova pieno significato, contro ogni filosofia che ha provato a trasformare la coscienza della morte in maturazione o saggezza.

Da Platone a Heidegger, la coscienza della morte è stata spesso letta come un'occasione di risveglio: per Platone la filosofia è una preparazione a morire, per Heidegger l'essere-per-la-morte è la via verso l'autenticità. Améry rifiuta questa lettura: non vuole nobilitare la morte né farne uno strumento educativo. Resta uno scandalo, una violenza contro il desiderio di durare.

Un dialogo possibile

Jankélévitch, però, non direbbe semplicemente il contrario. Anche per lui la morte resta scandalosa, irriducibile a ogni spiegazione consolatoria - solo che, a differenza di Améry, vi riconosce un'apertura alla responsabilità morale: proprio perché il tempo è irreversibile, ogni gesto diventa unico; proprio perché la vita è esposta alla fine, ogni presenza acquista un valore che non si può sostituire. La morte non è un virus che invade la vita, ma il sigillo della sua irripetibilità.

Si può immaginare un confronto diretto tra i due. Améry potrebbe dire: «Siamo già abitati dalla morte: la vita è il progressivo manifestarsi di questa invasione». Jankélévitch potrebbe rispondere: «Sì, ma proprio perché ogni istante può essere l'ultimo, esso ha un valore assoluto». Améry insisterebbe: «Questo non attenua l'umiliazione». E Jankélévitch: «No. Ma impedisce che l'umiliazione abbia l'ultima parola».

Nessuno dei due riduce la morte a un semplice passaggio naturale o a un problema che la ragione possa risolvere. Ma Jankélévitch lascia aperto uno spazio in cui l'esistenza, ferita dalla propria precarietà, può ancora essere vissuta come dono e come responsabilità: la morte non viene addomesticata, ma la sua presenza rende più intensa la singolarità di ciò che accade.

Améry, segnato dalla persecuzione e dai campi di sterminio, diffida invece di ogni riscatto filosofico della morte: trasformare la sofferenza in una lezione, per lui, rischia di tradire la realtà di ciò che è accaduto. L'unica forma di onestà, scrive, è non mascherarne la violenza con significati consolatori.

Due filosofie del limite

Jankélévitch resta vicino a un umanesimo tragico di ascendenza bergsoniana: la vita conserva una positività irriducibile anche quando è attraversata dalla morte. Améry porta invece alle estreme conseguenze una filosofia della disillusione: la morte non dà senso alla vita, ne rivela la vulnerabilità costitutiva.

In sintesi: per Jankélévitch la morte è la condizione che rende possibile il valore dell'esistenza; per Améry è la ferita originaria che ne rivela l'impotenza. Il loro confronto resta fecondo proprio perché nessuno dei due chiude il problema troppo in fretta. Tra la morte come condizione del valore e la morte come ferita irriducibile si apre uno degli spazi più inquietanti - e più fertili - della riflessione contemporanea sulla finitezza.


Pubblicato il 28 agosto 2026

ugo perugini

ugo perugini / membro di diverse giurie di premi letterari

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