Magnifica Humanitas e la sfida di restare umani
Leggendo Magnifica Humanitas, l'enciclica di Leone XIV dedicata all'intelligenza artificiale, ho avuto la sensazione di trovarmi davanti a un testo che, pur nascendo da una tradizione molto diversa dalla mia, affronta una domanda che considero decisiva per il nostro tempo: come evitare che l'essere umano si perda proprio nel momento in cui raggiunge il massimo della propria potenza tecnica?
L'enciclica nasce dalla dottrina sociale della Chiesa e legge il presente alla luce del Vangelo. Il mio pensiero nasce invece da una prospettiva laica, ecologica e sociologica. Eppure, lungo tutto il testo, ho ritrovato temi su cui mi sono interrogata: il rapporto tra tecnologia e potere, la critica dell'autosufficienza, la centralità della dignità umana, la necessità di ricostruire legami, il valore della fragilità, il bisogno di un nuovo modo di abitare il mondo.
Chi governa la tecnologia?
Uno dei primi interrogativi posti da Leone XIV riguarda il potere tecnologico. L'intelligenza artificiale viene riconosciuta come espressione dell'ingegno umano, ma la domanda da porci non è cosa la tecnologia sia in grado di fare, ma chi la governa e verso quali fini viene orientata? È una riflessione che condivido profondamente.
Il problema non è la tecnologia in sé. Sarebbe difficile sostenerlo dopo aver trascorso decenni nell'innovazione e aver creato un'impresa che utilizza dati, monitoraggio satellitare e strumenti digitali per misurare e valorizzare il capitale naturale. Il problema è un altro.
La tecnologia non è mai neutrale, in quanto riflette i valori, gli interessi e le visioni del mondo di chi la progetta, la finanzia e la regola. Una tecnologia costruita esclusivamente per massimizzare efficienza e profitto tenderà a misurare ciò che è facilmente quantificabile e a ignorare ciò che non lo è. Una tecnologia orientata alla cura e al bene comune può invece diventare uno strumento di protezione, conoscenza e giustizia.
Babele o Gerusalemme
Uno dei passaggi più suggestivi dell'enciclica è il confronto tra Babele e Gerusalemme. Babele rappresenta il sogno dell'autosufficienza, della potenza e del controllo. Gerusalemme, attraverso la figura di Neemia, rappresenta invece una città ricostruita grazie alla collaborazione, all'ascolto e alla responsabilità condivisa. È una metafora straordinariamente attuale. Negli ultimi decenni abbiamo costruito molte Babele con economie fondate sull'estrazione illimitata di risorse, modelli di consumo basati sullo spreco, piattaforme che sostituiscono relazioni reali, culture della performance che trasformano ogni aspetto della vita in una competizione permanente. La lezione di Neemia è diversa.
A ciascuno viene affidato un tratto di muro da ricostruire. Nessuno può completare l'opera da solo e nessuno è irrilevante.
Questa immagine richiama una convinzione in cui credo profondamente: la trasformazione collettiva non nasce soltanto dalle grandi decisioni politiche o tecnologiche, nasce dalla responsabilità quotidiana, dalle relazioni, dalle scelte che ciascuno compie nel proprio ambito di vita. La differenza tra Babele e Gerusalemme è, in fondo, una differenza antropologica. Babele ignora il limite. Gerusalemme parte dalla fragilità. Babele uniforma. Gerusalemme coordina differenze. Babele presume di bastare a sé stessa. Gerusalemme riconosce che nessuno si salva da solo.
La fragilità come risorsa
Nel cuore dell'enciclica compare un'espressione che considero centrale: rimanere umani. Leone XIV critica la tentazione, sempre più presente nella cultura contemporanea, di considerare la fragilità come un difetto da eliminare. In questa prospettiva, la tecnologia diventa lo strumento attraverso cui correggere ogni limite umano, fino ad alimentare alcune visioni transumaniste che immaginano un futuro di esseri sempre più performanti e sempre meno vulnerabili. L'enciclica propone una lettura opposta.
La fragilità non è un errore di progettazione, ma una dimensione costitutiva della condizione umana. Ritengo che il problema non sia diventare invulnerabili, ma imparare a riconoscere la nostra dipendenza dagli altri, dalla natura e dalle reti di relazioni che rendono possibile la vita perché la vulnerabilità può diventare il luogo in cui nascono cura, solidarietà e responsabilità.
Una società che considera la fragilità soltanto come inefficienza finirà inevitabilmente per escludere chi è più lento, più povero, più anziano o meno competitivo. Una società che la riconosce come parte dell'esperienza umana può invece costruire istituzioni e tecnologie capaci di includere. La misura del progresso non è la quantità di potenza che accumuliamo, ma la qualità di umanità che riusciamo a custodire.
Un nuovo umanesimo ecologico
Nel ripercorrere i principi della Dottrina sociale della Chiesa, Magnifica Humanitas richiama il bene comune, la solidarietà, la giustizia sociale e lo sviluppo umano integrale. Leggendo queste pagine ho ritrovato molti elementi di quello che definisco un nuovo umanesimo ecologico. L'essere umano deve tornare al centro, ma non come dominatore del vivente, bensì come essere in relazione con gli altri esseri umani e con l'intera comunità della vita. L'enciclica parla di ecologia integrale. Io utilizzo il concetto di ecosofia tridimensionale, articolata nelle dimensioni ambientale, sociale e mentale. Le parole sono diverse, ma la struttura del ragionamento è sorprendentemente vicina.
Non possiamo affrontare la crisi ecologica senza affrontare le disuguaglianze sociali. Non possiamo curare le relazioni sociali senza interrogarci sull'immaginario culturale, sui desideri, sulle paure e sulle narrazioni che orientano i comportamenti.
Mentre scrivo queste righe, gran parte dell'Europa è investita da un'ondata di calore eccezionale. Non è soltanto un'estate particolarmente torrida, è l'ennesima manifestazione di un cambiamento che produce conseguenze sempre più misurabili sulla salute umana e non solo. Uno studio pubblicato su Nature Medicine ha stimato che nel solo 2023 il caldo abbia provocato circa 47.000 morti in Europa, mentre una ricerca pubblicata su The Lancet Public Health stima che, senza adeguate strategie di adattamento, i decessi legati alle alte temperature potrebbero superare i 200.000 all'anno entro la fine del secolo. Non si tratta più soltanto di una questione ambientale, è una questione sanitaria, economica, sociale e morale. Lo sviluppo non può essere considerato autenticamente umano se il benessere di alcuni continua a essere costruito sullo sfruttamento di altri popoli, di altri territori o delle generazioni future.
Quale intelligenza artificiale vogliamo?
Il cuore dell'enciclica è la riflessione sull'intelligenza artificiale. Leone XIV pone una domanda semplice e radicale: questa tecnologia rende la vita umana più umana? È una domanda molto più profonda di quelle che normalmente guidano il dibattito pubblico. Sposta l'attenzione dalla prestazione alla finalità. Un algoritmo può essere efficiente, accurato e potente, ma nulla di questo, però, garantisce automaticamente che sia anche utile al bene umano.
Dovremmo chiederci se una tecnologia aumenta la comprensione reciproca, riduce le disuguaglianze, rafforza la libertà, migliora la cura, protegge i più vulnerabili e amplia l'accesso alla conoscenza. Personalmente immagino un'AI utilizzata come strumento di apprendimento attivo.
Non una tecnologia che sostituisce il pensiero, ma una tecnologia che lo stimola. Non uno strumento per delegare la comprensione del mondo, ma un alleato per formulare domande migliori. L'enciclica contiene un'osservazione che considero particolarmente importante: per un algoritmo l'errore è qualcosa da eliminare; per una persona può essere l'inizio di una trasformazione. L'apprendimento umano nasce spesso dall'ambiguità, dal limite, dal confronto, dal tempo lungo. Se utilizziamo l'AI per eliminare ogni attrito rischiamo di ottenere individui più efficienti ma meno capaci di comprendere la complessità.
Verità, lavoro e libertà
Leone XIV dedica ampio spazio ai temi della verità, del lavoro e della libertà. La verità viene descritta come un bene comune. In un'epoca in cui immagini, informazioni e contenuti possono essere generati artificialmente, la fiducia diventa una risorsa sempre più preziosa.
La verità non è semplicemente un dato corretto, ma una pratica sociale costruita attraverso verifica, confronto e responsabilità.
Anche il lavoro viene reinterpretato in chiave profondamente umana. L'automazione e l'intelligenza artificiale possono liberare persone da attività ripetitive e degradanti, ma possono anche produrre esclusione e perdita di senso. La domanda non dovrebbe essere soltanto quanti posti di lavoro verranno sostituiti, ma quale idea di lavoro vogliamo difendere. Per me il lavoro resta prima di tutto un'attività umana capace di esprimere significato, creatività e partecipazione. Quando viene ridotto esclusivamente a produttività o prestazione economica, perde la sua dimensione più importante.
La stessa riflessione vale per la libertà. Le piattaforme digitali non influenzano soltanto il modo in cui comunichiamo, ma la nostra attenzione, i nostri desideri e il nostro rapporto con il tempo. Per questo piccoli gesti come camminare senza telefono, sostare nel silenzio o recuperare una relazione autentica possono diventare atti di resistenza culturale.
La civiltà dell’amore, è un cantiere aperto.
Uno dei concetti più belli dell'enciclica è quello di civiltà dell'amore. Non si tratta di un invito sentimentale, è una proposta politica e sociale.
Significa costruire istituzioni, economie e tecnologie fondate sulla dignità, sulla reciprocità e sulla cura.
Anche nel mio libro l'amore non è confinato alla sfera privata, ma è una forma di connessione con gli altri esseri umani e con tutte le creature viventi. Una società non può reggersi soltanto su competizione, controllo e paura, ha bisogno di fiducia, cooperazione e responsabilità condivisa. Questo vale anche per l'intelligenza artificiale. Un'AI orientata al bene comune non è semplicemente più gentile, è una tecnologia progettata secondo criteri di giustizia, inclusione, accessibilità e tutela dei più fragili.
Nelle ultime pagine, Leone XIV utilizza l'immagine del cantiere. Mi sembra una delle metafore più efficaci dell'intera enciclica. Un cantiere è un luogo in cui si costruisce, si corregge, si sperimenta e si immagina.
Il nostro tempo assomiglia molto a un cantiere aperto in cui l'intelligenza artificiale, la crisi ecologica, il lavoro, la comunicazione e la pace devono essere ripensati insieme.
Magnifica Humanitas chiede di custodire la persona umana nel tempo dell'AI. Basta essere umani invita a ritrovare l'umano dentro un ecosistema vivente, sociale e mentale che abbiamo profondamente alterato. Le due prospettive non coincidono, ma convergono su un punto essenziale: il futuro non è un destino tecnico, è una costruzione morale, culturale e relazionale.
La domanda decisiva non è se saremo capaci di creare macchine sempre più intelligenti. ma è se saremo abbastanza umani da utilizzarle per custodire la vita invece che per accelerare la nostra disumanizzazione. Il cantiere è già aperto. Resta da decidere se vogliamo costruire un'altra Babele o iniziare finalmente a costruire una città abitabile.
Per approfondire
Magnifica Humanitas. (2026). Enciclica sull'intelligenza artificiale. Città del Vaticano. Disponibile su: https://www.vatican.va/content/leo-xiv/it/encyclicals/documents/20260515-magnifica-humanitas.html
Basta essere umani. Guida pratica per non estinguerci. (2025). All Around Edizioni.
World Health Organization. (2024). Climate change and health. https://www.who.int/news-room/fact-sheets/detail/climate-change-and-health
Copernicus Climate Change Service. (2025–2026). European Climate Bulletins. https://climate.copernicus.eu/
Nature Medicine. Ballester, J., et al. (2024). Heat-related mortality in Europe during the summer of 2023
The Lancet Public Health. Pierre Masselot, et al. (2025). Estimates of heat- and cold-related mortality under climate change scenarios in Europe