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Quando il cinema ci ricorda l’errore più ostinato della modernità: pretendere vita da ciò che è già stato consumato.

Un saggio che prende Bugonia come occasione per riflettere su uno dei miti più ostinati della modernità: l’idea che valore, qualità e persino eccellenza possano nascere da ciò che è già stato consumato. A partire dal simbolo della bugonia — la credenza antica delle api generate da una carcassa — l’articolo legge il film di Lanthimos come una meditazione su percezione, sacrificio e normalizzazione dell’assurdo, spostando lo sguardo dal racconto cinematografico alle cosmologie produttive del presente.


Bugonia parte da una premessa che potrebbe sembrare una semplice provocazione: due uomini ossessionati dai complotti rapiscono la CEO di una grande azienda perché convinti che sia un’aliena intenzionata a distruggere la Terra. Il film è stato presentato in concorso alla Mostra di Venezia del 2025 e viene descritto ufficialmente come un thriller dark comedy. Sarebbe facile usarlo come una satira “contro” qualcosa: contro il complottismo, contro il potere corporate, contro l’ecologismo performativo, contro l’idiozia del presente.

Lanthimos, invece, sceglie una via meno comoda: non offre un bersaglio da colpire, ma un sistema di percezioni da attraversare.

Il titolo, in questo senso, è già una dichiarazione di poetica. “Bugonia” richiama l’antica credenza secondo cui le api nascerebbero dalla carcassa di un bue. È un’immagine arcaica e quasi insopportabile, perché tiene insieme fertilità e macello, ordine e superstizione, produzione e sacrificio. Non è soltanto un riferimento colto: è il nucleo simbolico del film.
La bugonia è il sogno perverso della generazione spontanea, l’idea che il vivo possa essere estratto da ciò che è stato prima immolato.

Lanthimos ha detto con chiarezza che il punto del film non è stabilire chi abbia ragione e chi torto. Ciò che gli interessa è la dinamica tra i personaggi, il modo in cui ciascuno costruisce la propria realtà, e il fatto che perfino persone apparentemente normali possano compiere azioni terribili quando le condizioni lo consentono. È una dichiarazione importante, perché impedisce una lettura morale semplificata. Bugonia non ci mette davanti a mostri eccezionali: ci mette davanti a circostanze, cornici, automatismi, credenze. In altre parole, a un dispositivo.

La forma del film insiste con coerenza su questa idea. Robbie Ryan ha raccontato che Lanthimos ha scelto di girare in VistaVision e che tra il 60% e il 70% del film si svolge in un basement: una decisione paradossale solo in apparenza, perché invece di allargare lo spettacolo il formato intensifica l’intimità, la pressione dei volti, la densità dello spazio. I close-up si stringono progressivamente su Teddy e Michelle; la luce, per quanto costruita, conserva un carattere naturalistico e quasi ostinato. James Price, dal canto suo, oppone la casa caotica e saturata di Teddy alla freddezza vetrata e quasi astronave del mondo di Michelle. Non è un contrasto decorativo: sono due cosmologie che si guardano senza capirsi.

È qui che il film smette di essere soltanto un racconto bizzarro e diventa una diagnosi dell’immaginario contemporaneo. Sight and Sound ha parlato di satira della cospirazione e di “toxic typologies of the zeitgeist”, ma la formula che trovo più giusta è un’altra: pessimismo filosofico. Non perché il film predichi disperazione, ma perché rifiuta il conforto del giudizio facile. Nessuno è abbastanza innocente da funzionare come rifugio morale per lo spettatore. E proprio per questo il film continua a lavorare anche dopo la visione.

Ogni epoca ha le sue bugonie. Cioè i propri racconti attraverso cui pretende di far nascere valore da ciò che è già stato consumato: più velocità da un’attenzione esausta, più senso da un eccesso di segnali, più qualità da sistemi che hanno già divorato le condizioni della qualità. Il mito cambia lessico, non struttura. L’idea è sempre la stessa: stringere ancora un poco, forzare ancora un poco, estrarre ancora un poco. Come se il limite fosse un difetto da correggere, e non una forma elementare di verità.

Per questo Bugonia non mi pare un film “sul complottismo” in senso stretto. Mi pare un film sulle nostre cosmologie operative: sui racconti che ci servono per rendere abitabile l’assurdo, per trasformare l’attrito in normalità, per continuare a credere che dall’usura possa nascere eccellenza. La sua forza non sta nel proporre una tesi, ma nel togliere al presente una parte del suo incantesimo. E forse è questo che il cinema, quando è davvero all’altezza di sé, dovrebbe fare: non spiegarci il mondo, ma restituircelo in una forma meno addomesticata.

Pubblicato il 03 aprile 2026

Andrea Berneri

Andrea Berneri / Head of Architectures, Cybersecurity & Business Continuity @Fideuram ISPB. I turn complex systems into strategies, bridging law, tech, and organization—with method, irony, and precision