Cosa è la cultura “start-up”
Per cultura “start-up” intendiamo una serie di elementi culturali e comportamentali che caratterizzano le aziende così denominate. Il luogo di nascita della cultura “start-up” è ovviamente la Silicon Valley californiana, un microcosmo imprenditoriale ed economico estremamente particolare che però negli ultimi decenni ha saputo esportare i suoi elementi fondanti in tante parti del mondo intero, particolarmente nell’emisfero occidentale.
Non è solo una questione del numero di start-up che si creano nel mondo; né basta circoscrivere questa riflessione ai vari tentativi “geografici” di emulazione del modello Silicon Valley che in Europa e in Asia si è tentato di creare. È la cultura “start-up” che è andata diffondendosi, una cultura profondamente diversa da quella di imprenditoria classica. Questa cultura “start-up”, in forme più o meno esplicite, ha penetrato anche le organizzazioni economiche consolidate, inserendosi nei processi produttivi, codificandosi nei manuali delle Risorse Umane, spingendo anche le strutture più restie al cambiamento ad adottare modelli di innovazione continua, penetrando nel quotidiano operare anche di chi non lavora in aziende tecnologiche.
La start-up deve essere disruptive, deve sfidare l’esistente, deve sovvertirlo grazie alla tecnologia o ai propri metodi. È parte del DNA della start-up di mettere in discussione il passato. Ma la cultura “start-up” porta con sé altri elementi che oggi (è la nostra tesi) vediamo entrare in azione anche al livello delle relazioni internazionali. Facciamo alcuni esempi, con l’avvertimento che qui parliamo di un modello culturale, non di realtà economiche; qui cerchiamo di identificare uno stato d’animo specifico della nostra epoca per capire se può essere utile a spiegare il mondo in cui viviamo oggi.
Trial and error come regola operativa fondamentale
ll modello imprenditoriale classico impone alle nuove iniziative una fase di ricerca e sviluppo, di prova, di test e verifica dei risultati economici magari su piccola scala, prima del roll-out su larga scala. La cultura “start-up”, al contrario, ipotizza una partenza immediata su larga scala e con mezzi anche spropositati, con l’obiettivo di occupare quanto più terreno possibile in brevissimo tempo. Invece di avanzare a piccoli passi graduali si parte con una molteplicità di azioni, su tanti fronti contemporaneamente, sbaragliando gli ostacoli con una propaganda incessante e con annunci (spesso iperbolici) non suffragati dai fatti del presente ma unicamente dalla promessa futura.
Non ci devono essere dubbi o esitazioni di fronte al “fare”. È meglio fare e sbagliare, imparare e ricominciare piuttosto che perder tempo in analisi teoriche troppo lunghe. La storia di SpaceX, narrata dallo stesso Elon Musk, è rivelatrice. Mentre la NASA faceva calcoli su calcoli e simulazioni su simulazioni prima di un lancio, SpaceX passava all’azione velocemente, organizzando il primo lancio dopo solo quattro anni la creazione della società. Il lancio fu un fallimento, così come i tre successivi, ma al quarto tentativo il Falcon1 fu il primo razzo privato a raggiungere l’orbita.
Oggi SpaceX è leader nel settore dell’aerospazio, non grazie a particolari tecnologie ma grazie al particolare metodo “trial and error” utilizzato. L’amministratore della NASA ha candidamente ammesso che tale metodo non avrebbe potuto essere implementato dalla sua struttura perché al secondo fallimento il Congresso USA avrebbe messo fine al “dispendio” di risorse pubbliche.
Scalabilità vs concorrenza
Un'altra componente fondamentale della cultura “start-up” è la scalabilità continua come obiettivo principe, l’allargamento costante dei propri perimetri d’azione, corredata dall’eliminazione della concorrenza sul nascere. Nel mondo delle start-up non si concepisce la concorrenza tra società che fanno più o meno la stessa cosa, che competono magari innovando ma coesistono in maniera equilibrata su un determinato mercato.
Questo non significa che le start-up realmente operanti ed esistenti sul mercato non abbiano concorrenti. Significa semplicemente che nella pratica imprenditoriale quotidiana queste aziende operano con un obiettivo strategico che comporta sempre il superamento della concorrenza, senza contemplare la possibilità di coesistere “pacificamente” su un mercato dato con la concorrenza.
Storytelling e iperbole come strategia continua
Tutte le aziende comunicano: ai propri clienti e fornitori, ai propri azionisti, al potere pubblico. Ma il carattere “sovversivo” della start-up impone uno story-telling (letteralmente un “raccontar storie”) continuo, epico, con personaggi archetipali come quelli omerici. L’intensità di questo storytelling raggiunge rapidamente dimensioni epocali: i cambiamenti annunciati non riguardano un settore economico particolare, ma devono sempre avere effetti (raccontabili) a livello del pianeta; l’impatto deve essere storico, arrivando fino a incidere sull’esistenza dell’umanità stessa. E infine lo storytelling deve essere continuo, iperbolico, con un fine evidente di creazione del caos a livello mediatico e poi anche economico. Non c’è bisogno di razionalità nello storytelling, neanche di razionalità economica; la contraddizione è non solo accettata ma anche valorizzata come capacità creativa e di continua innovazione.
Cultura “start-up” e geopolitica
Non siamo i primi ad esplorare l’impatto della cultura “start-up” a livello geopolitico. Nel 2009 per esempio è stato pubblicato un libro dal titolo “Start-up Nation: the story of Israel’s economic success”. Si tratta di un’opera di analisi storico-economica e dunque per definizione rivolto al passato; ma a distanza di un quindicennio le tesi esposte possono essere utili per capire i più recenti accadimenti e sviluppi di geopolitica internazionale. Il nostro interesse nel libro non riguarda particolarmente la storia dello stato d’Israele, ma nell’utilizzo della categoria di “start-up” per caratterizzare l’andamento economico di un intero paese: è questo che apre la strada all’intuizione che tale categoria sia ormai talmente presente nella contemporaneità da poter essere usata come prisma per la comprensione degli avvenimenti di oggi.
Il libro parte da un assunto fattuale: un paese piccolo, sprovvisto di risorse naturali, circondato da paesi in linea di massima ostili, presenta risultati economici strabilianti e improntati da una forte componente innovativa. Concretamente questi risultati sono misurabili nell’altissimo numero di aziende quotate in borsa (essenzialmente al Nasdaq statunitense), frutto a sua volta del numero di start-up innovative create localmente, un numero pro-capite che non ha rivali nel mondo (1). Di qui il titolo del libro. E di qui l’interrogativo sulle condizioni che hanno reso possibile questi risultati.
La risposta del libro consiste in due elementi essenziali: il servizio militare obbligatorio e l’immigrazione.
Il servizio militare obbligatorio – argomenta il libro – pone le reclute immediatamente in situazioni dove è fondamentale assumersi responsabilità e incarichi importanti; e questo in una relativa assenza di gerarchie stabilizzate, dunque senza dover o poter ricorrere alla catena del comando o all’esperienza dei più anziani. Gli ufficiali di basso rango si danno del tu anche con i loro superiori, non hanno timori ad esprimere la loro opinione o contraddire decisioni a loro avviso errate, e il risultato conta spesso più del rispetto formale e integrale delle regole. Il rango o l’età contano poco quando “un conducente di taxi comanda a dei milionari o quando un ventenne è incaricato di addestrare zii e parenti più anziani”, o laddove la truppa può “votare le dimissioni di un ufficiale superiore.” (2)
L’immigrazione ha anch’essa avuto – secondo il libro – un ruolo fondamentale nella crescita economica. L’immigrante è più propenso a prendere rischi, dunque più propenso all’avventura imprenditoriale. E in Israele 9 abitanti su 10 sono immigranti di prima o seconda generazione.
E’ importante sottolineare che entrambi gli elementi devono essere compresi nella particolare accezione che rivestono nel contesto della situazione politica e militare di Israele.
Il servizio militare in Israele non è come in Europa un periodo tranquillo dove si fanno parate, magari esercitazioni, ma quasi esclusivamente in condizioni di pace; indossare la divisa in Israele significa essere costantemente in allerta, partecipare ad azioni di guerra reali e in piena regola; e poter essere richiamati in servizio in qualunque momento.
Anche l’immigrazione è un concetto diverso in Israele. Mentre in Europa l’immigrato è quasi sempre portatore di cultura, abitudini e religione differenti, ovviamente le cose non stanno così considerando che in Israele l’immigrante è quasi sempre comunque di religione ebraica.
Un futuro geopolitico e militare “start-up-driven”?
Nella storia la guerra è – purtroppo – una costante apparentemente impossibile da eliminare. Tuttavia la guerra è notoriamente “una continuazione della politica con altri mezzi” (Von Clausewitz), per cui evoluzione geopolitica e episodi militari possono essere analizzati anche alla luce delle condizioni culturali, tecnologiche e sociali dalle quali sono scaturiti.
La Prima Guerra Mondiale, per esempio, è il frutto del tentativo conosciuto come “Concerto Europeo” nato alla fine delle guerre napoleoniche e anzi quale risposta geopolitica agli sconvolgimenti portati in Europa dall’effimero “imperatore dei Francesi”. Quel tentativo mirava a consolidare un sistema di potenze più o meno paragonabili, che convivevano in un quadro di alleanze mutevoli ma senza che nessuna potesse diventare una super-potenza (o appunto un impero come invece aveva tentato di fare Napoleone). L’idea di fondo era che per evitare la guerra la soluzione migliore fosse un “equilibrio” dove nessuna potenza poteva essere preponderante rispetto alle altre.
La guerra (Mondiale, la Prima) invece ci fu comunque, e anzi il massacro che ne derivò fu poi ulteriormente attribuito proprio a quell’equilibrio teorizzato pochi decenni prima. Dopo la Seconda Guerra Mondiale abbiamo vissuto per un cinquantennio circa nel mondo bipolare delle superpotenze, terminato con la caduta del Muro di Berlino nel 1989.
Storicamente l’idea di un equilibrio geopolitico tra potenze equivalenti è vista come una delle cause profonde della Prima Guerra Mondiale - non per la guerra in sé che purtroppo è una costante nella storia - ma per la specifica tipologia di guerra che esso genera. Una guerra di posizione, estremamente simmetrica, dove l’equilibrio spostandosi sul terreno militare impedisce una conclusione rapida della guerra e comporta il rapido coinvolgimento della popolazione civile nel conflitto.
Al “Concerto Europeo” si contrappone storicamente la concezione “imperiale” (mutuata dall’Impero romano), le cui incarnazioni più longeva furono il Sacro Romano Impero (da Carlomagno a Carlo V) e il tentativo napoleonico dell’800: un paese dominante (la Spagna oppure la Francia) e dei territori periferici più o meno autonomi a seconda delle circostanze. Qui la guerra non è eliminata ma circoscritta; una conflittualità di bassa intensità sempre “controllata” (e a volte guidata) dal potere centrale, incarnato dall’Imperatore che media con i vari re, duchi, conti e altre autorità periferiche.
L’attualità geopolitica non consente analogie con il modello “imperiale” o con quello alternativo di “Concerto Europeo”, anzi il leitmotiv di tanti commentatori è proprio quello di una assoluta novità della attuale situazione. Non una novità di accadimento (la guerra è guerra, i morti sono morti, le atrocità sono atrocità) ma di modello interpretativo.
Di qui l’intuizione – qui affermata – che alla base di quello che promette la geopolitica dei prossimi decenni sia mutuato in gran parte da quella cultura “start-up” che qui abbiamo delineato. È una ipotesi che a giudicare da quanto accade in questo specifico periodo non sembra così peregrina.
Bibliografia
- Schumpeter (December 29, 2010). "Beyond the start-up nation: Israel has become a high-tech superpower over the past two decades. Can the good news last?". The Economist.
- Maureen Farrell (November 10, 2009). "Israel es incubator". Forbes