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In morte di Jean Ziegler (1934–2026), un omaggio obliquo.

Il sociologo svizzero non apparteneva agli studi organizzativi, e resta utile proprio per questo: guardava le organizzazioni da fuori, come forme di potere che producono effetti — fame, debito, esclusione, opacità — molto oltre i propri confini amministrativi.

Dalla sua opera, una domanda scomoda per la psicologia critica del lavoro: non solo come funzionano le organizzazioni, ma quali forme di mondo rendono possibili.


Jean Ziegler è morto.

A Ginevra il 10 giugno 2026, a novantadue anni. Sociologo, parlamentare socialista per sette legislature, relatore speciale delle Nazioni Unite per il diritto all’alimentazione, autore di libri sulla fame e sul denaro che hanno fatto il giro del mondo mentre in patria gli valevano l’ostilità paziente dell’establishment. «Cercare di capire», diceva, «è già cominciare a disobbedire». Aveva pubblicato il suo ultimo appello, Où est l’espoir?, a novant’anni.

Ricordarlo qui, in un luogo che di navi e di naufragi porta il nome, non è del tutto arbitrario. Perché Ziegler non apparteneva agli studi organizzativi. Forse è proprio per questo che può ancora essere utile agli studi organizzativi.

Non perché abbia scritto una teoria dell’impresa, della leadership, della cultura organizzativa o dei processi decisionali. Non perché si possa collocare, con qualche acrobazia bibliografica, accanto a Selznick, March, Weick, Crozier, Friedberg, DiMaggio e Powell. Non perché abbia prodotto un modello da portare in aula, possibilmente con quattro quadranti, due frecce e una promessa di applicabilità immediata.

Ziegler è utile per una ragione più scomoda: guarda le organizzazioni da fuori. Le osserva nel punto in cui smettono di essere raccontate come sistemi razionali, comunità professionali, ecosistemi collaborativi o piattaforme di valore condiviso, e cominciano a produrre effetti nel mondo. Effetti materiali. Effetti politici. Effetti istituzionali. Effetti che, nel linguaggio elegante delle organizzazioni, vengono spesso chiamati esternalità. Parola notevole, esternalità. Serve a dire che qualcosa è accaduto, ma preferibilmente non qui, non ora, non per colpa nostra.

Ziegler non studia l’organizzazione come ambiente interno. Non gli interessa molto il clima aziendale, salvo forse quando l’aria condizionata funziona benissimo nei luoghi in cui si decide la fame altrui. Il suo oggetto è il potere organizzato: banche, imprese transnazionali, istituzioni finanziarie, organismi sovranazionali, Stati, reti criminali, apparati diplomatici, regimi giuridici. È un oggetto che lo accompagna fin dall’inizio: già nel 1976, con Una Svizzera al di sopra di ogni sospetto, aveva trasformato la rispettabilità elvetica in un caso da istruire. Non l’organizzazione come luogo in cui le persone lavorano, ma l’organizzazione come forma storica attraverso cui alcuni attori rendono possibile, stabile e presentabile il proprio potere.

In questo senso, Ziegler non è un teorico dell’organizzazione. È qualcosa di più disturbante: un sociologo delle conseguenze organizzate.

Il suo lavoro sulle multinazionali, sulla fame, sul debito, sulle banche svizzere, sulle mafie globali e sulle istituzioni economiche internazionali si colloca fuori dal canone ordinario degli organization studies. Non lavora sul comportamento organizzativo in senso stretto. Non produce una teoria della motivazione. Non spiega come rendere più efficace un team cross-funzionale. Non offre strumenti per migliorare l’engagement. Difficilmente sarebbe invitato a un convegno aziendale sul purpose, almeno non due volte.

Eppure parla continuamente di organizzazioni. Parla delle imprese che governano filiere, prezzi, risorse e accessi. Parla delle banche che rendono rispettabile il denaro, anche quando il denaro avrebbe molto da raccontare. Parla delle istituzioni internazionali che proclamano diritti universali e poi accettano, con ammirevole compostezza procedurale, assetti economici che rendono quei diritti impraticabili. Parla degli Stati che regolano, deregolano, proteggono, fingono di non vedere. Parla delle reti criminali non come folklore dell’illegalità, ma come forme organizzate che prosperano dentro le fratture della legalità globale: è la tesi de I signori del crimine, dove la mafia ha bilanci, gerarchie e strategie di investimento come qualsiasi impresa rispettabile.

La sua domanda, in fondo, è semplice: chi decide davvero quando tutti dichiarano di non decidere da soli?

È una domanda molto utile per gli studi istituzionali critici. Le istituzioni non sono soltanto regole, cornici, norme, procedure e dispositivi di coordinamento. Sono anche modi per rendere alcune cose dicibili e altre impensabili. Sono apparati di protezione, selezione e legittimazione. Possono garantire diritti, ma possono anche trasformare l’ingiustizia in procedura. Possono contenere il potere, ma possono anche dargli una scrivania, un regolamento interno e un comitato etico.

Qui Ziegler diventa interessante per chi si occupa di lavoro, organizzazioni e istituzioni. Non perché ci aiuti a capire meglio come si costruisce una job description. Ci aiuta a capire perché alcune job description, messe insieme, possono produrre un ordine sociale in cui nessuno si sente responsabile dell’effetto finale. C’è chi approva il credito, chi negozia il prezzo, chi ottimizza la filiera, chi certifica la sostenibilità, chi gestisce la reputazione, chi prepara il report, chi misura l’impatto, chi modera il panel. Alla fine, se il risultato è indecente, l’indecenza appare distribuita. E ciò che è distribuito, spesso, diventa organizzativamente invisibile.

Naturalmente, il linguaggio contemporaneo è preparatissimo a questo compito. Non parla più di dominio. Parla di governance. Non parla di dipendenza. Parla di interdipendenza. Non parla di sfruttamento. Parla di pressione competitiva. Non parla di ricatto economico. Parla di vincoli di mercato. Non parla di fame. Parla di insicurezza alimentare. Non parla di irresponsabilità. Parla di complessità degli stakeholder.

Ziegler serve anche per questo: per ricordare che il lessico non è mai solo lessico. È una tecnologia istituzionale. Permette di nominare alcune cose in modo da non doverle guardare troppo da vicino. Una cosa è dire che milioni di persone non accedono al cibo in un sistema globale tecnicamente capace di produrlo. Un’altra è parlare di criticità nella sicurezza alimentare. La seconda espressione è più composta. Più adatta a una slide. Probabilmente anche più facile da inserire in un piano strategico triennale.

Parlar chiaro.

Il suo lavoro come relatore speciale delle Nazioni Unite per il diritto all’alimentazione è, da questo punto di vista, particolarmente rilevante. Dal 2000 al 2008 portò quel diritto sul tavolo del Fondo monetario internazionale, della Banca mondiale e dell’Organizzazione mondiale del commercio (i «tre cavalieri dell’apocalisse», come amava chiamarli) e ne trasse un libro, Destruction massive, che leggeva la fame non come scarsità ma come geografia di decisioni. «Un bambino che muore di fame», ripeteva, «è un bambino assassinato»: non per enfasi, ma perché su un pianeta capace di nutrire dodici miliardi di persone la morte per denutrizione è un esito prodotto, non subìto. Destinare terre fertili agli agrocarburanti, bruciare alimenti come combustibile: per lui, un crimine contro l’umanità.

Il diritto al cibo non è soltanto una questione umanitaria. È una prova istituzionale. Dice quanto valgono i diritti quando incontrano commercio internazionale, debito, speculazione, filiere agroalimentari, politiche pubbliche, accordi multilaterali e interessi privati. Dice anche qualcosa di poco gradevole: un diritto può essere universalmente proclamato e strutturalmente impedito. Può esistere nei documenti e mancare nei corpi.

Questa è una lezione che la psicologia del lavoro e delle organizzazioni, il campo da cui scrivo, tende spesso a evitare. Non per cattiveria. Più banalmente, per buona educazione disciplinare. Siamo abituati a parlare di benessere, motivazione, leadership, performance, competenze, engagement, psychological safety. Tutti temi importanti. Ma spesso li trattiamo come se l’organizzazione finisse ai propri confini amministrativi. Come se l’impresa fosse prima di tutto un ambiente interno. Come se l’esterno fosse contesto, mercato, scenario, stakeholder map.

Ziegler obbliga a rovesciare la prospettiva. L’organizzazione non è soltanto il luogo in cui si lavora. È anche un attore che lavora il mondo. Distribuisce sicurezza e insicurezza. Produce opportunità e dipendenze. Genera valore e danno. Costruisce carriere e filiere. Promuove wellbeing all’interno e, talvolta, malessere altrove. Può avere ottimi programmi di inclusione e partecipare a sistemi economici che escludono. Può parlare di purpose e continuare serenamente a esternalizzare il costo morale delle proprie decisioni.

Non è una contraddizione marginale. È una delle forme ordinarie della modernità organizzata.

Da qui nasce il possibile dialogo tra Ziegler e una psicologia critica del lavoro (critical work and organizational psychology). Non si tratta di trasformarlo in un autore di organizational behavior, operazione che avrebbe qualcosa di inutilmente creativo. Si tratta di usare il suo sguardo per ripoliticizzare ciò che il discorso manageriale tende a neutralizzare. L’impresa non è solo un sistema di coordinamento. La banca non è solo un intermediario finanziario. L’istituzione internazionale non è solo una piattaforma regolativa. La supply chain non è solo una sequenza logistica. Sono tutte forme organizzate di potere, responsabilità e irresponsabilità.

Questo non significa che Ziegler vada assunto senza cautele. La sua scrittura è spesso accusatoria, morale, polarizzata. Non procede con il passo prudente del ricercatore che teme il reviewer numero due, figura teologica minore ma molto influente. A volte la denuncia prevale sulla distinzione analitica. A volte il capitalismo appare come un blocco troppo compatto, mentre le organizzazioni reali sono piene di contraddizioni, attori intermedi, conflitti interni, ambivalenze, margini di azione, logiche istituzionali divergenti.

Questa cautela è necessaria. Ma non cancella il punto. Anzi, lo rende più interessante. Ziegler non serve a sostituire l’analisi con l’indignazione. Serve a ricordare che un’analisi senza indignazione può diventare una forma raffinata di adattamento. Il problema non è essere neutrali. Il problema è fingere che la neutralità sia sempre una virtù conoscitiva e mai una posizione dentro un rapporto di potere.

Il management non è mai neutrale.

Gli studi organizzativi, soprattutto nella loro versione più manageriale, hanno spesso una tendenza alla bonifica linguistica, capace di trasformare il dominio in governance e la stanchezza in un programma di wellbeing. Non sempre, certo. Ma abbastanza spesso da rendere il sospetto un esercizio igienico.

Ziegler, da questo punto di vista, è un autore poco igienico. Porta fango sulle moquette concettuali. Ricorda che le organizzazioni non producono solo cultura, significati, identità e processi. Producono anche fame, esclusione, indebitamento, impunità, dipendenza, opacità, paura. Non sempre direttamente. Non sempre intenzionalmente. Non sempre illegalmente. Ed è precisamente questo il punto più difficile: il danno organizzato può essere perfettamente legale, distribuito lungo molte funzioni, certificato da procedure corrette e raccontato con parole impeccabili.

È qui che la sua opera dialoga meglio con i critical management studies e con una possibile critical work and organizational psychology. Non perché offra una metodologia pronta. Non perché basti citarlo per rendere critico un paper, abitudine ormai abbastanza diffusa: si aggiunge un autore severo in bibliografia e il testo si sente immediatamente più coraggioso. Ziegler è utile se costringe a cambiare la domanda.

Non più solo: come funzionano le organizzazioni?

Ma anche: che cosa rendono possibile?

Non più solo: come motivano le persone?

Ma anche: quali condizioni materiali producono per altre persone?

Non più solo: come costruiscono legittimità?

Ma anche: quali forme di irresponsabilità riescono a rendere legittime?

Queste domande non sono comode. In genere non migliorano il clima della riunione. Non aiutano a chiudere rapidamente un executive summary. Non stanno bene sotto un titolo come “towards a more human workplace”, soprattutto se il workplace in questione ha confini molto selettivi. Però sono domande necessarie, se vogliamo evitare che la riflessione organizzativa diventi solo manutenzione intelligente dell’esistente.

La Svizzera, nella produzione di Ziegler, è un caso particolarmente istruttivo. Non è soltanto il suo paese. È un laboratorio istituzionale. La Svizzera lava più bianco è quasi un programma in un titolo. Ziegler arrivò ad accusare i banchieri elvetici di aver fatto, durante la guerra, i «ricettatori di Hitler»: un attacco al mito fondativo della neutralità morale che gli costò querele, risarcimenti e, una volta, la revoca dell’immunità parlamentare. Neutralità, banche, democrazia ordinata, reputazione internazionale, segreto, ricchezza, diplomazia, precisione amministrativa: un insieme di virtù civili e dispositivi economici che possono convivere con zone d’ombra molto robuste. Il punto non è ridurre la Svizzera a caricatura. Il punto è più interessante: anche le istituzioni più rispettabili possono funzionare come infrastrutture del potere globale. Anzi, spesso funzionano proprio perché sono rispettabili. È la rispettabilità, per Ziegler, a oliare quello che chiamava l’«ordine cannibalico del mondo».

Questa osservazione riguarda anche le imprese contemporanee. La rispettabilità è diventata una risorsa organizzativa primaria. Codici etici, bilanci di sostenibilità, rating ESG, dichiarazioni di purpose, report di impatto, comitati, policy, manifesti valoriali. Nulla di tutto questo è irrilevante. Sarebbe ingenuo liquidarlo. Ma sarebbe altrettanto ingenuo prenderlo per prova sufficiente. Ziegler chiederebbe una cosa molto semplice: non ditemi soltanto che cosa dichiarate; mostratemi che cosa producete.

Una richiesta quasi volgare, nella sua concretezza.

Eppure è forse la richiesta più seria che si possa rivolgere a un’organizzazione. Perché ogni organizzazione produce sempre più di ciò che dichiara di produrre. Produce effetti sociali, categorie, esclusioni, dipendenze, opportunità, silenzi, paure, giustificazioni. Produce anche un racconto su se stessa. E spesso quel racconto è la parte meglio finanziata del processo.

Per questo Ziegler non va collocato forzatamente dentro gli studi organizzativi. Non serve addomesticarlo. Non serve renderlo compatibile con il manuale. Il suo valore sta altrove: nella capacità di disturbare il modo in cui le organizzazioni amano descriversi. Non comunità, ma potere. Non solo coordinamento, ma conseguenza. Non solo cultura, ma distribuzione materiale della vita possibile.

In una fase in cui molte organizzazioni parlano di sostenibilità, inclusione, benessere, responsabilità e impatto, Ziegler resta utile perché non è particolarmente impressionato dalle buone intenzioni. Non confonde la reputazione con la trasformazione. Non scambia la policy per la pratica. Non pensa che una parola diventi vera perché è stata inserita in un report, anche se il report ha una grafica rassicurante e un’introduzione firmata dal CEO.

Restò fedele fino all’ultimo a quello che amava chiamare, con un’eco gramsciana, l’«ottimismo della volontà». A novant’anni dava al suo ultimo libro un titolo che era una domanda e non una resa: Où est l’espoir?, dov’è la speranza. La cercava ancora là dove la maggior parte delle istituzioni rispettabili aveva smesso da tempo di guardare.

Il suo contributo agli studi organizzativi, dunque, non è diretto. È obliquo. Non fonda una scuola. Non propone un modello. Non offre una matrice. Non consola. Porta però una domanda difficile dentro un campo che, quando si avvicina troppo al management, rischia sempre di diventare il reparto concettuale delle buone maniere organizzative.

La domanda è questa: quali forme di mondo rendono possibili le nostre organizzazioni?

Finché questa domanda resta fuori dall’aula, dal paper, dal board meeting e dal report di sostenibilità, possiamo continuare a parlare di organizzazioni in modo elegante, tecnico e persino umano. Ma resterà sempre il sospetto che stiamo studiando molto bene il funzionamento interno della nave, evitando accuratamente di chiederci chi è stato gettato in mare.

 

Per conoscere Ziegler: letture minime

  • Una Svizzera al di sopra di ogni sospetto (1976). Il libro che lo rese celebre fuori dai confini: multinazionali elvetiche, segreto bancario, neutralità come dispositivo economico.
  • La Svizzera lava più bianco (1990). Il denaro reso rispettabile; il titolo che gli costò querele e immunità.
  • I signori del crimine (1998). Le reti criminali globali lette come imprese organizzate, non come folklore dell’illegalità.
  • La fame nel mondo spiegata a mio figlio (1999). La sua battaglia centrale in forma piana e accessibile: l’ideale punto d’ingresso.
  • L’impero della vergogna (2005). Debito e fame come architettura del mondo, non come incidenti della storia.
  • Il capitalismo spiegato a mia nipote (2018). La summa tarda, col sottotitolo che vale un’intera poetica: «nella speranza che ne vedrà la fine».

Pubblicato il 22 giugno 2026

Alessandro Reati

Alessandro Reati / Head of People & Culture; Head of HR & Management Division, Cegos Italia spa; Chartered Psychologist