Una parola chiave in questi tempi, dove il rumore di fondo prevale sull'ascolto.
Indica, tra i molteplici significati, l'essere "coscienti", ma anche "informati" di quello che accade in sé, certamente, ma anche e soprattutto nel mondo esterno, senza giudizio, né tanto meno pregiudizio. Quest'ultimo, infatti, non deve essere un vincolo alla chiarezza, al discernimento, alla comprensione e rielaborazione dei fatti.
La consapevolezza deve permettere di agire in maniera cosciente, ma libera.
La libertà è, però, frutto di conoscenza, ecco quindi il legame indissolubile tra consapevolezza e cultura. Il nesso è fondamentale. La cultura non è un’idea astratta perché fornisce tutte le categorie concettuali, il linguaggio e, ancora più importante, i "quadri interpretativi" attraverso i quali diventiamo consapevoli del mondo e di noi stessi. Non possiamo prescindere, quindi, dal conoscere per essere consapevoli e dall'essere consapevoli per decidere del nostro presente, quale preludio per un futuro realmente libero.
Contestualizziamo queste affermazioni guardando alla filosofia ed alla storia che ci hanno insegnato come ,la consapevolezza collettiva, si sviluppi attraverso la cultura di un'epoca. E’ quando una società raggiunge nuovi livelli di comprensione critica della propria condizione che nascono le grandi trasformazioni. Pensiamo alle rivoluzioni del secolo scorso, ai movimenti per i diritti civili. Filosofia e storia ci hanno insegnato, però, anche il contrario. Quando il potere costruisce narrazioni ,che sostituiscono la complessità della realtà con slogan semplicistici e nemici da abbattere, sta riducendo la nostra capacità di essere consapevoli.
Sta manipolando gli strumenti stessi del pensiero critico.
Tutto questo può sembrare “filosofia da salotto”, ma è esattamente ciò che sta accadendo oggi in Italia con il referendum costituzionale sulla giustizia che si terrà il 22 marzo 2026.
Il referendum: cosa si vota
Gli italiani saranno chiamati a esprimersi su una riforma che modifica sette articoli della Costituzione riguardanti l'ordinamento della magistratura. La riforma promette di risolvere le inefficienze del sistema giudiziario italiano: processi troppo lunghi, errori giudiziari, giustizia che non funziona. La soluzione proposta passa attraverso una diversa organizzazione della magistratura, modifiche al Consiglio Superiore della Magistratura, nuove regole sulla separazione delle carriere e sulla responsabilità disciplinare dei magistrati.
Il messaggio è semplice e allettante: votate SÌ e la giustizia funzionerà meglio. Tutto si risolverà modificando sette articoli della Costituzione.
Ma è qui che dovremmo fermarci. Quando qualcuno promette che problemi strutturali complessi si risolvono con una soluzione semplice, è obbligatorio iniziare a porti domande.
Quando il dibattito degenera
Ciò che dovrebbe allarmarci non è tanto il merito tecnico della riforma, sul quale si possono avere opinioni diverse, legittime, argomentate, quanto il modo in cui il dibattito pubblico si è sviluppato.
Quando smetto di sentire parlare di contenuti e sento solo insulti reciproci tra schieramenti, quando la discussione sui sette articoli della Costituzione si trasforma in tifoseria, quando chi vota SÌ o NO viene automaticamente etichettato come nemico... allora so che mi stanno togliendo la possibilità di essere consapevole.
Il fatto stesso che il dibattito si sia polarizzato su appartenenze a schieramenti politici anziché sul merito è il primo segnale d'allarme. Questo referendum attraversa gli schieramenti: ci sono persone di “sinistra” che voteranno SÌ e persone di destra che voteranno NO. Ci sono costituzionalisti favorevoli e costituzionalisti contrari. Ciò nondimeno la narrazione dominante vuole ridurre tutto a "noi contro loro", ad una battaglia identitaria dove conta più la bandiera che porti che gli argomenti che sostieni.
Ancora una volta, questa è esattamente quella semplificazione che uccide la consapevolezza che dovrebbe nascere dalla conoscenza.
Le domande che dovremmo farci
La modifica di questi sette articoli risolve le vere cause delle lentezze processuali, della cronica mancanza di fondi per il sistema giudiziario, della carenza di organico, dell'inconcepibile arretratezza tecnologica di molti tribunali o serve ad altro?
Di contro, quali equilibri costituzionali si modificheranno e con quali conseguenze? Cosa succede all'assetto dei poteri in un sistema democratico?
Il dibattito pubblico non si concentra su queste domande, sbagliando.
E’ più facile urlare uno slogan che affrontare la complessità. È più comodo identificare un nemico ideologico che studiare il problema e confrontare soluzioni alternative.
Quando il dibattito si riduce a questo, quando chi dovrebbe informarci preferisce schierarsi e insultare, quando i social media amplificano le voci più urlate invece che le più argomentate, la nostra possibilità di decidere consapevolmente viene sistematicamente erosa.
Perché voterò NO
Non sono una costituzionalista. Non ho le competenze tecniche per valutare nel dettaglio ogni singola modifica proposta, ma riconosco quando il dibattito pubblico degenera. Riconosco quando mi viene chiesto di votare sulla base dell'emozione e non della ragione, dell'appartenenza e non del merito.
Riconosco soprattutto quando una riforma costituzionale, che per sua natura dovrebbe essere oggetto di dibattito pacato, approfondito, con tempi lunghi di riflessione collettiva, viene invece presentata come una battaglia esistenziale dove devi scegliere subito da che parte stare.
Per questo voterò NO.
Non perché sia contraria a qualsiasi riforma della giustizia. Non perché pensi che il sistema attuale funzioni bene. Ma perché quando mi viene tolta la possibilità di essere consapevole, quando il dibattito diventa rissa, quando le promesse sono vaghe ma la retorica è violenta, allora so che qualcosa non va.
La Costituzione non si cambia con gli slogan. Non si modifica perché "tutto andrà meglio", senza spiegare come, senza affrontare le vere cause dei problemi, senza un dibattito pubblico all'altezza della posta in gioco.
Un appello alla consapevolezza
Quindi fermati e prima di votare, cerca la consapevolezza.
Leggi i contenuti delle modifiche proposte. Confronta analisi diverse, provenienti da fonti e orientamenti differenti. Chiediti se davvero queste riforme affrontano le cause reali dell'inefficienza giudiziaria o se non siano piuttosto la risposta a domande diverse.
Chiediti soprattutto: perché il dibattito è diventato questo? Chi beneficia dalla polarizzazione? Cosa si nasconde dietro la semplificazione?
La consapevolezza non ha colore politico. È fatta di fatti analizzati, di cultura, di capacità critica. È la condizione necessaria perché una democrazia funzioni, perché i cittadini possano davvero decidere e non solo ratificare decisioni già prese altrove.
Per questo, alla fine, la domanda non è solo se votare SÌ o NO a questo referendum. La domanda è se vogliamo essere cittadini consapevoli o tifosi inconsapevoli? Vogliamo una democrazia matura o una democrazia urlata?
Io ho scelto.
Non mi vergogno di reputare la cultura e la consapevolezza un valore.