Li abbiamo visti manifestare in massa contro il cambiamento climatico nel movimento Fridays for future, nato per iniziativa di Greta Thunberg. Li abbiamo rivisti nei sit-in, nelle occupazioni e nei cortei contro la guerra, in solidarietà con la causa palestinese. Eppure grande è stata la sorpresa collettiva nel vederli partecipare al referendum sulla giustizia, in difesa della Costituzione. Il 67% di questi ragazzi tra i 18 e i 28 anni è andato a votare e il 58% ha detto No. Grazie a loro è stato raggiunto un obiettivo che sembrava irraggiungibile. Sono stati determinanti.
Chi ha a cuore la democrazia ora sa che deve costruire un rapporto con loro. Ma, per costruirlo, deve ascoltarli, mentre finora la classe politica li ha praticamente ignorati.
Che cosa sappiamo della generazione Z? Partiamo da alcuni dati che sono innegabili: sono ragazzi nati e cresciuti nell’era digitale, la tecnologia è una presenza costante nelle loro vite; hanno già vissuto emergenze ambientali, crisi economiche, conflitti geopolitici; la pandemia li ha rinchiusi in casa in una fase della vita in cui più forte è il bisogno di relazioni e di spazi esterni alla famiglia.
In che modo le esperienze vissute hanno influenzato la loro visione del mondo, i loro valori, i loro comportamenti? Naturalmente le reazioni individuali agli stessi fenomeni possono essere molto diverse tra loro, ma alcuni strumenti, come i sondaggi, possono darci indicazioni utili.
Se ci affidiamo ai sondaggi Ipsos[1], scopriamo che i giovani della generazione Z sono usciti dalla pandemia più riflessivi, ma anche più sfiduciati e fragili. Scopriamo anche che, immersi come sono nelle tecnologie digitali, sono esposti continuamente a stimoli, che possono procurare ansia e distrazione. D’altra parte sanno di vivere in un mondo interconnesso, in uno spazio globale senza confini geografici o culturali sia nel campo dell’informazione che dell’intrattenimento. Non consumano soltanto i contenuti ma li trasformano e li condividono. Rileviamo che sono capaci di entrare nel mercato del lavoro senza mediazioni, utilizzando direttamente la rete, che hanno consapevolezza dei problemi legati all’inquinamento e al cambiamento climatico, che sono aperti verso i diritti civili e inclini all’attivismo sociale.
Rispetto alle altre generazioni, nella scala dei valori, pongono al primo posto la famiglia, poi l’amicizia, l’amore, il divertimento, la cultura e, solo al sesto posto, il lavoro. Quale senso danno al lavoro? È fonte di reddito ma deve dare anche possibilità di crescere e di essere indipendenti. Deve quindi permettere di avere tempo libero, flessibilità di orario, autonomia. Considerano meno importante la stabilità. Si direbbe che puntano a raggiungere un equilibrio tra lavoro e vita privata.
Un dato sorprendente sulla generazione Z, a livello planetario, è emerso da un nuovo studio Ipsos condotto in 29 paesi, compresa l’Italia, in collaborazione con il Global Institute for Women’s Leadership del King’s College di Londra, relativo alla parità di genere: il 31% dei maschi della generazione Z ritiene che la moglie debba sempre obbedire al marito, rispetto al 13% dei Boomers; il 31% dei più giovani pensa che, nelle decisioni importanti della famiglia, l’ultima parola debba spettare all’uomo, rispetto al 17% dei Boomers. Sono dati che riguardano l’insieme dei paesi, non solo l’Italia, ma è comunque un segnale di un passo indietro nel rapporto tra i sessi o meglio di una differenza tra una maggioranza di giovani maschi che si dichiara per la parità assoluta e una parte significativa che tende verso la riscoperta di ruoli tradizionali.
Per quanto riguarda il lavoro, molto interessanti sono i dati dell’osservatorio Zucchetti (HR 2025-2026) relativi a una indagine che ha coinvolto 1500 aziende di ogni dimensione e settore. Ogni anno quasi la metà dei lavoratori che appartengono alla generazione Z abbandona l’azienda dove lavora. Tra tutte le fasce generazionali è il valore più alto. Sono giovani alla ricerca di una propria collocazione professionale, che, capaci come sono di accedere con un clic a ogni informazione, valutano negativamente alcune caratteristiche aziendali, come la scarsa trasparenza e valori poco coerenti. Per attirare questi giovani, le aziende, soprattutto quelle del settore digitale e dei servizi, dove la domanda supera l’offerta, devono essere in grado di cambiare strategia, offrendo maggiore trasparenza nelle retribuzioni e nell’organizzazione interna, prospettive di crescita, spazi di autonomia.
Non sono giovani apatici, si mobilitano quando percepiscono la possibilità di incidere e quando si tratta di qualcosa che li riguarda davvero. La ragione della loro scarsa partecipazione alla vita politica risiede, come ha più volte sostenuto la studentessa Angela Verdecchia, coordinatrice degli studenti medi, nel fatto che si sentono inascoltati ed esclusi. Possiamo dar loro torto? Da tempo manca, in Italia, un solido investimento pubblico sulle nuove generazioni. I contratti che li riguardano sono per lo più precari e con scarse tutele. Permane un divario di genere nei livelli occupazionali e anche un divario tra generazioni. La fascia più colpita è proprio quella più impegnata nei progetti di vita, per la quale sarebbe necessario attivare strumenti e una rete di servizi che facilitino la conciliazione lavoro-famiglia. Non dimentichiamo che siamo in presenza di un crollo demografico che rischia di minare le fondamenta stesse del Welfare e dell’economia nazionale. Non siamo neppure in grado di offrire condizioni di lavoro all’altezza delle aspettative a molti nostri giovani laureati che preferiscono cercare migliori opportunità all’estero. Con il risultato che le energie migliori, da noi formate, vanno a sviluppare altri paesi. Questa è miopia politica, è riduzione della politica ad amministrazione dell’esistente.
Al di là dei sondaggi e dei rilievi statistici, proviamo ad ascoltarli questi giovani. Cominciamo da qualcuno che è stato scelto proprio da loro per rappresentarli. In una intervista al quotidiano “Il Centro” (2 aprile 2026), Angela Verdecchia ricorda la sua prima manifestazione: avevo 14 anni, erano gli anni dei Fridays for Future. Decidemmo di non andare a scuola per ripulire la spiaggia e il molo di S. Benedetto da tutta l’immondizia che c’era.
Un ideale che diventa gesto concreto, compiuto insieme.
Alla domanda su che cosa li abbia mobilitati in occasione del referendum risponde: abbiamo memoria storica e siamo una generazione precaria, che vive nell’instabilità. Famiglia, lavoro e futuro: è tutto molto incerto. La Costituzione è sempre stata la nostra difesa, la difesa dei diritti dei cittadini. Quando, in un momento del genere, ci hanno chiesto se cambiarla o meno, ci siamo mobilitati per difenderla.
La generazione Z ritiene fondamentale la parità dei diritti così come il pluralismo culturale, e, nell’incertezza del tempo in cui vive, si impegna per tutelare ciò che ritiene un valore: la difesa dell’ambiente, la giustizia, l’equilibrio vita-lavoro. Occorre dare parola a questi ragazzi che credono nella democrazia, ma non hanno fiducia in chi la rappresenta. Come insegna Habermas, la democrazia esiste solo se i soggetti non restano muti e non vengono relegati nell’irrilevanza. In particolar modo i più giovani.
L’intervistatore chiede ad Angela di descrivere la sua generazione. Ecco la risposta: Una generazione di ragazze[rm1] e ragazzi che prova a riprendersi lo spazio che le è stato sottratto, perché non rimane indifferente a quello che succede e vuole intervenire per far sentire la propria voce. Ci etichettano in mille modi diversi e difficilmente si parla di noi in positivo. Ma la verità è che abbiamo la fortuna di avere una grande empatia e accesso a strumenti che la generazione prima di noi non aveva. Penso al benessere psicologico, all’attenzione all’altro. Sono elementi che per tanto tempo non sono stati considerati, creando grande solitudine e individualismo nelle persone.
Questa generazione ha un forte bisogno di riconoscimento e di socialità. Dà un grande valore ai legami, che possono essere solidi o anche liquidi, ma devono essere autentici. Sono ragazzi disponibili al dialogo, attenti al benessere personale, aperti alla diversità e alla sperimentazione. Sono alla ricerca di una sicurezza emotiva.
Chi ha trasmesso ad Angela la passione politica? Non i genitori ma il nonno, che è stato anche sindaco del suo paese ed è sicuramente espressione della generazione dei boomers. Un dialogo tra queste generazioni, tra chi deve costruire un futuro che appare denso di minacce più che di opportunità e chi ha visto i sogni della sua generazione in gran parte traditi, ma non ha rinunciato all’impegno, è possibile. Va inteso come un fronte comune per la pace, per l’ambiente, per la difesa della democrazia contro lo strapotere di gruppi finanziari e multinazionali che gestiscono una porzione enorme del pil mondiale, che influenzano le politiche pubbliche, che controllano la pubblica opinione attraverso grandi piattaforme tecnologiche.
Un dialogo è possibile qui, sulla stultiferanavis.it.
[1] Sondaggio Ipsos: Le caratteristiche della generazione Z: tra mito e realtà 29/08/23
[rm1]uti