Non si tratta di un paradigma completamente nuovo: Nietzsche iniziava la sua carriera filosofica proprio con questa dicotomia ne “la nascita della tragedia” dove rileggeva e portava nuovamente sul palcoscenico principale della filosofia la tradizione greca, o nella controcultura degli anni 60 del secolo scorso, specie negli Stati Uniti, dove c’è stato un largo recupero sincretico di molte figure della mitologia orientale ed occidentale in senso anti-materialistico, contrapponendo la civiltà industriale allora all’apice della sua potenza e dispiegamento con un mondo naturale, idealizzato, non alienante e di fondo amico dell’essere umano. Un mondo capace di essere motore di uno sviluppo spirituale e portatore di pace e armonia, se colto e vissuto nel profondo. Da qui l’innamoramento con l’Oriente e le sue figure vissute dai giovani di quella generazione, con tanti viaggi-pellegrinaggi in India alla ricerca di una realtà differente e tanti viaggi nella psiche, da quelli promossi dall’uso di allucinogeni di fresco sintetizzati fino alle utopie sociali di liberazione dove si tentava di fondere la lettura psicanalitica personale con quella marxista del mondo.
Il tratto comune di queste riletture e recuperi, che si sono man mano susseguite sempre più rapidamente nel tempo dal Novecento in poi, è l’essere delle risposte compensatorie a situazioni unilaterali, come ad esempio il positivismo filosofico rampante dell’Ottocento e l’appiattimento dell’umano sulla dimensione performativa e produttiva del lavoro e del conformismo sociale, fuori dal lavoro, specie negli Stati Uniti, dove l’unione tra il retaggio protestante-calvinista e la razionalità ingegneristico-economica fece sì, ad esempio, che nella fabbrica fordista non fosse rara la figura dell’ispettore morale che doveva assicurare il retto comportamento anche al di fuori del lavoro del dipendente, pena il licenziamento o il demansionamento.
la concettualizzazione quanto la pratica del potere si è fatta gradatamente più capillare e totalitaria, anche grazie alle possibilità della tecnica
Come un meccanismo a molla, quando la modernità ha troppo appiattito e reso unidimensionale il mondo e l’esperienza della vita umana, o meglio una lettura di qualcuno fra i suoi mille volti, ha fatto capolino, come un’ospite non previsto, che finisce col far mutare il corso della festa o un dettaglio trascurato ma fondamentale. Perché questo è successo in particolare nel Novecento? Perché, come ricorda anche Michel Foucault in “Sorvegliare e punire”, tanto la concettualizzazione quanto la pratica del potere si è fatta gradatamente più capillare e totalitaria, anche grazie alle possibilità della tecnica. Un po’ per volta sono sparite tutte le zone franche, grigie, dove un controllo diretto era materialmente impossibile o non conveniente dati gli sforzi necessari. A proposito si pensi alla situazione della campagna, almeno fino alla prima Guerra Mondiale: una vera terra di nessuno, dove la legge raramente agiva, e dove sono sopravvissuti riti, modalità di vivere, superstizioni e pratiche totalmente differenti rispetto a quelle della città.
Mircea Eliade nel suo “Il mito dell’eterno ritorno” ricorda di come i progressi intellettuali, filosofici e materiali per lungo tempo rimasero appannaggio della minoranza che viveva in città, forse il 10% della popolazione. Fra un contadino del 1200 e uno del 1700 non c’era poi così tanta differenza di mentalità e modi di vita, il cambiamento diventerà rapidissimo e inesorabile solo dopo le rivoluzioni industriali e in particolare con l’adozione in massa dei combustibili fossili.
Possiamo anche notare come la rapidità del mutamento (e il conseguente s-radicamento, tanto nel territorio quanto nelle abitudini di vita) poi produca un altrettanto violento tentativo di recupero e di territorializzazione, gradualmente astratto nel movimento natura-psiche-spazio urbano e spazio virtuale (ci torneremo più avanti) e come col progredire del tempo anche il luogo ideale del ritorno, il nostos si faccia sempre più astratto: negli anni ‘60 si sognava il ritorno alla natura, oggi le nuove generazioni cercano di (ri)vitalizzare gli spazi urbani con occupazioni e street parade infettati di un immaginario sincretico e post-moderno, che unisce tutto dai videogiochi fino alle figure mitologiche antiche o meglio la loro rilettura fatta dalle generazioni precedenti (si veda ad esempio la fascinazione per l’Oriente presente in una vasta fetta della scena techno urbana o post-rave), senza però avere una collocazione spazio-temporale-simbolica ben precisa, che vada oltre l’emergenza e che quindi sia un… riemergere.
Torniamo ora all’ultimo recupero su scala globale del dionisiaco, avvenuto con la generazione del ‘68. Di sicuro si tratta del recupero di più largo impatto sia per quantità di persone coinvolte che per eredità artistica e simbolica lasciata anche a decenni di distanza, come abbiamo accennato poco sopra.
La generazione del ‘68 segna un prima e un dopo. Collochiamola nella concretezza dello spazio e del tempo sociali. Del contesto materiale e industriale abbiamo già detto poco sopra. La differenza principale è data dal fatto che la finanziarizzazione dell’economia e del mondo, di cui possiamo porre l’inizio nei primi anni ‘70, segnando come punti di svolta i primi crash di Borsa americani e la crisi energetica data dalla stretta dell’OPEC sul commercio del petrolio di allora, era ancora di là da venire. Un processo storico che cambierà tutto, anche per il dionisiaco.
La generazione del baby-boom viene al mondo sotto una rara convergenza fatta di eventi storici, sommovimento culturale e progresso tecnologico. Fin da subito, si ascrivono una particolarità non comune e mai più ripetuta: sono tanti, numericamente tanti al punto di poter fare massa critica (baby-boom letteralmente significa esplosione di nascite) essendo venuti al mondo al picco del processo storico che vedeva la mortalità infantile diminuire drasticamente grazie al rapido avanzamento della scienza medica. Scienza passata in poco più di un secolo a non conoscere nemmeno il concetto di infezione (scoperta dal dottor Semmelweiss nel 1847, poi morto in manicomio, che letteralmente suggerì ai medici di… lavarsi le mani prima di operare sulle donne gravide, guadagnandosi così il titolo di ‘angelo delle partorienti’) a poter operare trapianti e scoprire il DNA. Se la scienza però progrediva, mutando le condizioni materiali e passando da una mortalità infantile elevatissima, intorno al 40% nel 1872 al 0.5% del 1962, i costumi riproduttivi, dettati dalla bassa speranza di sopravvivenza degli infanti e dalla struttura fondamentalmente agricola della società, ancora non erano mutati portando così a una crescita numerica della popolazione mai vista prima. Se infatti la popolazione umana lungo la storia non è mai calata, salvo rarissimi momenti dettati da calamità enormi come la peste bubbonica che falcidiò un terzo della popolazione europea, il tasso di crescita della stessa restava bassissimo, meno dello 0.1% annuo (per raggiungere 1 miliardo di esseri umani abbiamo dovuto attendere il 1800). Il biennio 1962-1963, per i motivi spiegati poco fa, rappresenta il picco più elevato, con un valore dello 2.2% di crescita annua della popolazione mondiale. Dopo questo picco il tasso inizia progressivamente a calare, accelerando dopo il 1990.
La prima particolarità generazionale dei baby-boomers, quindi, si manifesta alla partenza, prima ancora di muovere un solo passo sul palcoscenico del mondo e anche prima di solo gattonare timidamente sul pavimento di casa: sono tanti, rompendo una soglia significativa.
La seconda peculiarità fu quella di trovarsi al mondo nel momento in cui i rapidi progressi scientifici e della tecnica permettevano possibilità prima impensabili. Prima su tutte, una liberazione da molte incombenze quotidiane che inchiodavano forzatamente nello spazio e in ruoli sociali e di genere: si pensi a invenzioni come la lavatrice o l’automobile, che letteralmente hanno creato possibilità nemmeno immaginate prima e liberato enormi quantità di energia e tempo, il cui perfezionamento tecnico e diffusione di massa è coinciso con l’arco temporale di nascita dei baby-boomers, il dopoguerra.
Oltre ad aprire possibilità di movimento e risolvere efficacemente problemi pratici, liberando così persone e tempo, il progresso medico-scientifico ha permesso anche la realizzazione concreta di molte correnti di pensiero in primis quelle legate al femminismo, la diffusione di quest’ultimo agevolato enormemente dall’invenzione della pillola anticoncezionale (1960 in America, resa legale in Italia nel 1971) al punto che alcune femministe sono giunte a dire che essa fu “ciò che ha reso possibile il femminismo tout court”. Consentendo la pianificazione delle nascite, diventava concretamente possibile ripensare il proprio destino e con esso il ruolo della sessualità, i ruoli sociali e via discorrendo. Un’operazione ora possibile non solo in astratto ma anche esperibile concretamente nel mondo della vita. Trovare un quadro teorico e del lavoro intellettuale che abbia “preparato il terreno” non era scontato (per restare sul pensiero femminista, le suffragette esistevano dall’Ottocento) e possiamo quindi ascrivere anche questo come particolarità e convergenza generazionale, anche se minore di quelle finora elencate.
Il terzo punto di convergenza è storico e si amplifica con i primi due menzionati poco sopra: essere venuti al mondo alla fine del conflitto più sanguinoso della modernità con un mondo intero da ricostruire anche nella concretezza. Si eredita quindi una crisi che non è però solo concettuale, di pensiero, ma è anche concreta e soprattutto in molti luoghi privata della vecchia classe dirigente, per buona parte uccisa dalla guerra, permettendo così un rinnovamento altrimenti molto improbabile, se non impossibile.
Ci troviamo così davanti a una generazione numerosissima, di fronte a un mondo tutto da ricostruire e in un momento di enorme progresso tecnico-scientifico con scoperte dirompenti capaci di riscrivere da cima a fondo la vita quotidiana dai fondamentali fino ai dettagli. Il terreno era quindi caldissimo, ma quindi Dioniso?
Il Dioniso evocato da questo strano calderone sarà un primo esemplare di Dioniso macchinico, alterato e condizionato cioè dalla tecnica. Non tanto lui, l’Archetipo (che, come tutti gli Archetipi è una possibilità simbolica, un’unità di senso, dalle infinite possibili letture e sfaccettature, anche apparentemente contraddittorie) ma gli uomini che l’hanno invocato e ci hanno avuto a che fare.
Si giunge così al tema della tecnica, molto dibattuto ed in voga da almeno qualche decennio. Senza sposare le tesi di autori apocalittici (come il coreano Byung-Chul Han) o entusiasti (tutto il filone, parossistico per chi scrive, dei profeti dell’intelligenza artificiale o transumanesimo), la cui polarità è comunque un effetto del decentramento portato dalla modernità (lo spostamento del sacro, etimologicamente confine, in luoghi inappropriati, ma ci torneremo successivamente), quando parliamo di tecnica in questo testo ci concentreremo sul suo ruolo di abilitatore di possibilità.
Prima di ogni riflessione sul suo impatto, infatti, la tecnica etimologicamente deriva dal greco Téchne, arte nel senso di “saper fare”, “saper operare”. La tecnica quindi, è ciò che permette il fare concreto, trasformativo, sempre a un passo dalla tracotanza e dall’eccesso: il mito Prometeico è molto chiaro su questo punto: rubare il fuoco agli Dei è un atto profondamente destabilizzante, un gesto che rompe un equilibrio statico introducendo un elemento di novità imprevedibile, un’azione punita dagli Dei e pagata dallo stesso Prometeo con l’eterno tormento dello sventramento e ricostituzione continui.
L’arte della tecnica, il fuoco rubato agli Dei, non è portatrice di pace, armonia, stabilità ma è un gesto aggressivo di tracotanza
L’arte della tecnica, il fuoco rubato agli Dei, non è portatrice di pace, armonia, stabilità ma è un gesto aggressivo di tracotanza che introduce un elemento di imprevedibilità e caos all’interno del mondo naturale: Caos e instabilità che però sono propedeutici allo sviluppo della coscienza e civiltà umana, tant’è che gli stessi greci ricordano: “Polemos (cioè il conflitto, la rottura) è il padre di tutte le cose”.
Prima della scoperta del fuoco, l’uomo descritto dal mito Prometeico è poco più di una comparsa sullo sfondo del mondo: vive perlopiù spaventato e ritirato, sopraffatto dalla crudeltà e grandiosità del mondo naturale. Il furto del fuoco agli Dei rende possibile un vero e proprio ribaltamento: da comparsa a protagonista, da meccanismo passivo a plasmatore attivo del mondo e del proprio destino.
Una prima provocatoria domanda che potremmo porci è sul ruolo dell’umano: padrone o custode del mondo? Heidegger lamentava l’equivoco del pensiero Occidentale che, da Bacone in poi, ha pensato il pensiero logico/razionale, alla base del nascente pensiero scientifico, come ruolo di dominio e non custode del mondo. Pensarsi ‘separato da’ piuttosto che ‘parte di’, per il filosofo tedesco, è uno dei tanti fraintendimenti e spostamenti che rendono necessario un ritorno al pensiero fondativo dell’Occidente, quello dei Greci presocratici in particolare, pena l’oblio.
È un tema su cui ritorneremo, ci preme per ora fare notare come la dualità evidenziata fra padronanza (cioè dominio e separazione) e custodia (quindi partecipazione e riunificazione) è legata a doppio filo con la scoperta della stessa tecnica, per sua stessa natura il cammino della tecnica non può che lasciare aperte entrambe le possibilità, mai eliminando del tutto uno dei due poli (a meno di non provocare l’estinzione di massa della vita stessa, ovviamente). L’uscita dallo stato d’innocenza, quindi, costitutivamente prevede l’apertura, l’imprevisto, l’instabilità. Anche altri miti simili sottolineano questo fatto, su tutti quello più esplicito è il mito cristiano della Caduta: mangiare dall’albero del bene e del male implica la caduta ma allo stesso tempo è ciò che permette la vita come la conosciamo (non a caso S. Agostino parlava in proposito di felix culpa).
Non è possibile, infatti, eliminare la possibilità dell’errore e una volta che una strada è stata percorsa, l’assetto del mondo sia stato modificato o un’esperienza di vita si sia manifestata, nemmeno Dio può far sì che tutto ciò non sia accaduto, come suggeriscono i teologi medievali.
Nessun multiverso, linea temporale parallela o altri trucchi retorici: una volta che qualcosa è storia questo qualcosa è, diventa realtà incancellabile, un tassello nel vasto mosaico dell’universo. Il cosmo, per definizione è uno, così come sono unici questo tempo e questa vita, anche in culture, come quella Orientale, che vedono il tempo ciclicamente e una continuità essenziale dell’esistenza anche dopo la morte. Il grande affresco della religiosità orientale è, infatti, un grande lavoro di riunificazione: l’Atman, il vero Sé al di là delle determinazioni, non rende insignificanti o modificabili a piacere gli avvenimenti nel tempo, nel Samsara, nell’illusione. L’illusione per gli orientali, il famoso velo di Maya, non è infatti la cosa in sé ma la pretesa di separazione. A maggior ragione, partecipando tutti a un’unica realtà al di là delle determinazioni ogni parte di essa è, a un livello, essenziale, concreta e reale. La realtà dell’Atman agisce per sottrazione delle determinazioni (‘questo è, questo non è’) ma per addizione di senso: l’Atman è al di là delle determinazioni e proprio perché è aldilà può qualitativamente raccoglierle e superarle tutte: non le cancella ma le abbraccia senza essere limitato da esse.
Proseguendo su questa linea di pensiero, dove la tecnica è arte del trasformare il concreto, moltiplicatrice di possibilità, strade, scenari dell’umano tanto positivi quanto negativi, ma reali una volta agiti, possiamo identificare l’intervento umano lungo la storia come sempre di più impattante tanto nell’immediato quanto nelle conseguenze future, molte delle quali difficili da prevedere, con una netta accelerazione dalla rivoluzione industriale in poi, ma con come vero punto di svolta la scoperta e l’adozione in massa dei combustibili fossili.
Anche in merito alla questione dei combustibili fossili, la generazione del baby boom, si trova al centro di una convergenza storica decisiva: poco fa abbiamo ripercorso alcuni elementi storico/demografici fondamentali, sottolineiamo ora la crescente dipendenza e sviluppo dai combustibili fossili (e anche dalle plastiche, scoperte lungo il Novecento: PVC nel 1926, nylon nel 1935, polietilene nel 1953) legato a doppio filo con lo sviluppo industriale. Non sarebbe stato possibile un così rapido e trasformativo sviluppo senza il costante scambio fra progressi scientifici e tecnici, resi possibili dal contesto dato da un panorama politico stravolto e rinnovato dalla guerra e da una rapida crescita economica a sua volta resa possibile dalle scoperte scientifiche che raccoglievano i frutti dei decenni precedenti (i primi studi sulle plastiche, citate poco fa, risalgono infatti a metà Ottocento).
Una costellazione unica nella storia che non tarderà però anche a mostrare i suoi lati oscuri. In primis, temporalmente parlando, la potenza tecnica applicata all’industria bellica, prima macabramente concludendo la seconda guerra mondiale con la doppia atomica su Hiroshima e Nagasaki e poi squarciando veli d’orrore con l’Agent Orange ed il Napalm usati in massa in Vietnam, potenza capace per la prima volta di eradicare la vita come conosciamo dalla terra ma allo stesso tempo, per una sorta di stallo luciferino, garante di pace essendo un nuovo conflitto di massa e parimenti però una strada sicura verso l’estinzione, almeno in Occidente (perché le guerre si sono continuate a fare, semplicemente by proxy e a pezzi fuori dai confini occidentali).
Il secondo lato tenebroso cronologicamente parlando, è la dipendenza dai combustibili fossili stessi, la cui prima campana suonerà negli anni Settanta con la crisi dell’OPEC.
Nel 1973, infatti, l’OPEC per sostenere l’azione egiziana e siriana contro Israele (la cosiddetta guerra del Kippur) decise di limitare le esportazioni verso i paesi maggiormente filoisraeliani e alzare i prezzi del greggio. Gli effetti di questa decisione, di fatto, imposero una brusca frenata alla crescita industriale delle due decadi precedenti, specie in Europa (maggiormente dipendente dalle importazioni dai paesi OPEC). Pur essendo limitata nel tempo (durò sei mesi appena, da ottobre 1973 a marzo 1974) innescò una crisi a catena dagli effetti devastanti: in Italia aggravò il problema dell’inflazione e impose agli italiani misure straordinarie come le famose domeniche con il divieto totale di circolazione delle auto, la conclusione anticipata dei programmi televisivi e la minore illuminazione stradale.
L'embargo espose il fragile cuore nella sua stretta interdipendenza che batteva dietro la facciata di potenza e sviluppo delle trasformazioni tecniche e per la prima volta l’ecologia iniziò a fare capolino fra i temi della politica. Gli effetti di scala e gli inneschi a più livelli attivati da una “semplice” crisi di sei mesi stupirono molti, così come i lunghi tempi di recupero e il segno lasciato su problemi strutturali come quello inflattivo. Diventava così evidente come un sistema complesso poteva collassare: da una semplice crisi periferica, lontana geograficamente e politicamente, ma situata in un centro nevralgico di produzione o raccolta, uno snodo centrale.
Lo sviluppo tecnico di massa, infatti, chiede un doppio movimento. Il primo movimento è di carattere sistolico, espansivo, di delega e organizzativo ad alto livello che porta alla costituzione dei cosiddetti sistemi esperti, fondati sulla fiducia in un sapere specializzato e altamente localizzato. Si pensi ad esempio al funzionamento di un ospedale: il medico è specializzato nell’operare, ma non conosce nulla dell’ingegneria dei macchinari che si trova ad utilizzare nel suo lavoro, mentre per il tecnico vale il discorso opposto, conosce a fondo la macchina ed il suo funzionamento ma ignora il significato diagnostico che i dati ottenuti dal lavoro delle macchine contribuiscono a formare.
Il secondo movimento, speculare al primo, è invece diastolico, contrattivo, di centramento e specializzazione: si pensi alla concentrazione di attività produttive su un territorio ben mirato sia per caratteristiche geografiche che sociali, al fine di beneficiare di economie di scala. Lo stesso vale per il lavoro intellettuale: si pensi a tutti i vari poli di ricerca o di formazione altamente mirata come università, laboratori ecc. Abbiamo quindi della produzione, materiale ed intellettuale, altamente localizzata nello spazio che poi viene impegnata all’occorrenza nel resto del territorio.
Il legame con lo sviluppo tecnico è evidente: senza un’adeguata rete di comunicazione e spostamento (reti telematiche, strade, ferrovie ecc.) questo doppio movimento o s’inceppa o procede troppo a rilento per essere sostenibile. La concentrazione presuppone infatti l’interdipendenza: più alta è la specializzazione, più ogni polo dipende dagli altri.
Le società premoderne e preindustriali erano organizzate all’opposto: la specializzazione era ridotta al minimo o riguardava comunque lati non essenziali alla sussistenza, ogni città/paese era pensato in primis per essere autonomo nelle funzioni base (cibo, approvvigionamenti di base) e dipendere dal fuori solo per quanto non era essenziale. Questo assetto era forzato sia dalle condizioni materiali sia dall’impossibilità materiale di controllare e regolare in modo capillare e rapido nel tempo le situazioni particolari all’interno dello Stato: non a caso fino alla Seconda Guerra Mondiale di fatto le campagne erano state un porto franco, un mondo a parte sia per costumi che usanze. Prima dell’industrializzazione di massa la separazione fra campagna e città era evidente e tutto ciò che viene oggi studiato a scuola come progresso della civiltà, le leggi, i costumi, la cultura ecc. riguardava, ad essere ottimisti, uno scarso 10% della popolazione, cioè la popolazione cittadina. Fra i contadini di ogni epoca non ci sono enormi differenze nella conduzione della vita quotidiana e nei costumi, plasmati dalla commistione fra pragmatismo e paganesimo già denunciato ai tempi dei Concili dai padri della Chiesa (e rimasti inalterati almeno fino al Novecento), mentre le trasformazioni per la vita cittadina nello stesso lasso di tempo sono enormi, sia in termini di quotidianità che di pensiero e costumi.
Questo dato di fatto era per buona parte influenzato dalla tecnica: le comunicazioni erano farraginose, imperfette, i lunghi viaggi lenti, pericolosi e costosi. Spostare merci e prodotti prima della costituzione della moderna rete stradale era difficile e pericoloso, totalmente incompatibile con il livello di precisione, affidabilità ed esattezza richiesto dalle forme di produzione moderne.
Da qui la necessità per il potere, anche quello monarchico assoluto, di delegare a delle figure locali e indispensabile un nucleo di autonomia, almeno per gli aspetti di sostentamento di base, per ciascun centro, grande o piccolo che fosse.
Ora, essendo sia le risorse che la quantità di tempo/lavoro limitate, non fu possibile avere lo sviluppo oltre un certo livello senza introdurre decentramento e istituzioni complesse e specializzate: si pensi alla figura del medico citata in precedenza. Per avere un medico formato è necessario avere come collettività almeno quattro elementi chiave:
- I centri di sapere e le istituzioni che lo producono. Scuole, università, laboratori di ricerca.
- La disponibilità di tempo da dedicare alla formazione: un medico mentre studia medicina deve potersi dedicare principalmente a quello e in modo continuativo.
- Le risorse materiali che permettono di poter fare a meno della persona che va formandosi. Punto complementare al precedente, la società deve potersi permettere di avere una persona che dedica la maggior parte del proprio tempo continuativamente alla formazione senza riceverne un danno essenziale.
- Le istituzioni di destinazione. Quindi, nel caso del medico, ospedali funzionanti, laboratori di ricerca all’avanguardia capaci di avvantaggiarsi al meglio del sapere prodotto e via discorrendo.
Tutti questi elementi sono prodotti complessi non ottenibili senza la potenza tecnica da un lato e il decentramento dall’altro. Per avere un ospedale, ad esempio, serve avere delle strade sicure e percorribili, una rete idrica e fognaria funzionante, una rete logistica di supporto ben oliata. E per ciascuno di questi elementi è necessario un grado di capacità tecnica applicata (quindi sia la teoria che la messa in pratica) e di pianificazione ad alto livello, pianificazione che giocoforza parte da un’idea unitaria e non frammentata del territorio.
La pianificazione è un elemento di forte discontinuità rispetto al mondo premoderno, perché richiede della precisione e una visione del tempo lineare, come progettualità, e non circolare dato dal ripetersi delle stagioni (quest’ultimo uno degli elementi del pensiero fondamentalmente pagano a cui si accennava sopra: il tempo lineare fu inventato in Occidente dal cristianesimo). Uno dei primi ostacoli della nascente industria fu, ad esempio, ottenere una forza lavoro continuativa: molti dei lavoratori emigrati dalle campagne, infatti, si limitavano a lavorare fino a raggiungere la quota di salario loro necessaria per la sussistenza e non concepivano l’idea di un lavoro continuativo e regolare nel tempo, sempre uguale nella sua scansione temporale nelle giornate.
L’ingresso di massa della tecnica nella regolazione e determinazione della vita, quindi, non è una novità solo materiale ma plasma nel profondo anche l’antropologia, dai costumi fino al modo di pensare comune. Modificare le soglie del possibile, quindi, retroagisce sull’immaginario, sui desideri, sulle aspettative e sulla concezione della vita stessa. Non distrugge o cancella i fondamentali della psiche, come alcuni autori in passato hanno sostenuto, ma modifica come questa si proietti nel mondo, tanto nell’immaginazione quanto nel concreto.
La tecnica, inoltre, introduce un patto faustiano: dona tanta potenza quanta fragilità. Un primo elemento di fragilità strutturale è dato dall’interdipendenza sociale e geografica, che quindi dipende da equilibri interni ed esterni sociali e politici che possono essere molto delicati. Un secondo elemento è dato dalla crescente dipendenza dalla tecnica stessa anche per i bisogni di base, frutto secondario di specializzazione e decentralizzazione: oggi ben pochi saprebbero, ad esempio, scuoiare un animale o coltivare un campo per la propria sussistenza. Non si tratta solo di competenze pratiche ma proprio di modalità di stare al mondo, pensarlo e viverlo, ed equilibri sociali. La distorsione introdotta nel collocamento e organizzazione delle comunità umane date dall’alterazione del territorio e l’allocazione delle risorse fa sì che non sia, come società, più pensabile un ritorno ad un astratto stato di natura: la storia non torna indietro, il segno lasciato dalla tecnica perdurerà anche in seguito a una sua caduta: tanto nel materiale (si pensi ad esempio alla CO2 emessa nell’atmosfera), quanto nel culturale. La tecnica ci ha mostrato e fatto vivere delle possibilità e la storia procede a stratificazioni, non ad annullamenti. Così come il Medioevo non ha annullato gli effetti dell’Impero Romano, ma al contrario se ne è servito per costituire una nuova fase storica, un’eventuale fase storica post-tecnica sarebbe costretta ad operare allo stesso modo.
La natura, inoltre, è strettamente intrecciata con la cultura, in quanto siamo noi a definirne i contenuti (anche se con delle costanti); non esiste, nella storia umana, uno stato veramente prestorico dove la nozione di natura non sia interpretata dall’umano stesso ma in qualche modo calata dall’alto, già data.
Questo è l’errore della cultura di destra, come ricorda Furio Jesi, pensare l’organizzazione concreta della società come già data e scritta in un’origine mitica in una dimensione a-storica dove il simbolico sia da prendere in modo letteralista, senza adattamento o interpretazione. Speculare è stato per tanto tempo l’errore di alcune interpretazioni del marxismo, che vedevano la storia unicamente come progresso materiale ignorando la dimensione simbolica ed il filo che essa traccia, silenziosamente ma con effetti enormi, nell’essere umano. Come vedremo in seguito, noi proponiamo uno sforzo continuo di ascolto e adattamento del filo rosso simbolico che è linfa dell’umano, sia come immensa fonte creativa (la fons mercurialis degli alchimisti) che come principio qualitativo di continuità (e quindi anche di senso). Il simbolico però è un principio, contiene in sé gli opposti, le possibilità, il solco, ma non il lavoro fatto dalla storia, quindi il come declinare nel concreto sta solo a noi. In questo senso, il simbolico è il solco fertile della creatività umana, garante tanto del senso quanto della libertà profonda: libertà che non è un poter fare slegato dal resto ma è un rilegare assieme ciò che si fa in una dimensione abbracciante e trascendente il mero fatto. Simbolo deriva dal greco sym-ballo, mettere assieme: il simbolico è quindi riunificazione creativa e contenitore inesauribile, in quanto permette la generatività del senso dal caos delle forme ma anche vincola al concreto, alla continuità attraverso le forme stesse.
Ed è proprio il concetto di (ri)composizione l’elemento che ci riporta al nucleo nascosto del Dionisiaco, da un lato dissoluzione (dei confini, dei vincoli, della razionalità) e dall’altro costruzione, proprio nel senso di ricomposizione e superamento del vecchio, senza però negare la sua importanza: in questo Dioniso non è tanto rivoluzionario, bensì rinnovatore.
Per spiegare meglio questo punto, utilizziamo come base il linguaggio simbolico dell’arte. Molte raffigurazioni antiche di Dioniso, infatti, raffigurano il Dio come un giovane che cavalca un animale selvatico e pericoloso, definitivamente non addomesticabile: tigri, pantere, leoni e via discorrendo.
Questa raffigurazione, d’autore sconosciuto, datata fra il 330 ed il 300 AC proveniente dal museo di Pella, in Macedonia, racconta simbolicamente quanto detto poco prima. Dioniso governa la bestia senza però rompere il legame con il mondo istintuale della natura. Dioniso cavalca un ghepardo (si noti come il cavalcare una bestia selvatica sia una figura ricorrente nelle raffigurazioni e mitologie sacre in tutto il mondo: dalla figura indiana di Durga dipinta in groppa a una tigre fino al cristiano San Romedio che cavalca un orso) e l’atto di cavalcare implica una stretta vicinanza e un equilibrio reciproco, due fattori fondamentali senza i quali non può nemmeno esserci il governo dell’animale.
A rimarcare il legame privilegiato con il mondo naturale, Dioniso è nudo se non per la corona di vegetazione e porta con sé, regalmente, uno scettro simile ad un fiore con sopra un fiocco che ricorda tanto un serpente quanto il manto del ghepardo cavalcato. C’è quindi un superamento dato dall’andare insieme, dalla relazione, instaurata con il mondo della natura tutto.
Nel mito orfico Dioniso viene fatto a pezzi e mangiato dai Titani, salvo il suo cuore, portato ancora palpitante da Atena a Zeus che, infuriato, incenerì i Titani. Dalle ceneri dei Titani nascerà la razza umana. Kerényi, nel ripercorrere il mito Orfico, mette in luce un elemento importante, quello della sublimazione: non sono tanto le ceneri (intese come residuo materiale) dei Titani a generare l’umanità quanto il vapore sublimato prodotto dal loro incenerimento. Riportiamo alcuni passi dal testo di Kerényi:
L’esalazione dei loro corpi formò della fuliggine: questa si trasformò in materia e da questa materia sorsero gli esseri umani[...] «Il nostro corpo è dionisiaco – aggiungeva Olimpiodoro. – Siamo pur sempre una parte di lui, perché siamo nati dalla fuliggine dei Titani che avevano mangiato della sua carne». Fuliggine e cenere non sono la stessa cosa. Il termine che è stato scelto, aithálê, nell’alchimia tardo-antica significava vapore sublimato. Se questa storia fosse stata inventata liberamente, senza essere connessa coi dati del mito e del culto, per la dottrina della discendenza dai Titani sarebbe stata sufficiente la nascita dalle loro ceneri.
Troviamo così l’elemento della trasformazione, legato alla duplicità e al rinnovamento: la morte di Dioniso permette la nascita dell’umanità attraverso una distruzione che però porta i semi di un rinnovamento grazie alla contaminazione. La sparizione di Dioniso, quindi, è solo apparente, egli vive come aria, spirito (pneuma non a caso significa aria, soffio vitale, respiro) pronto a rimanifestarsi sempre in modo diverso ma sempre portando con sé un elemento di stravolgimento, proprio di una forza vitale e generativa inesauribile.
Siamo quindi molto lontani tanto dalla concezione “popolare” Dioniso, concepito come puro spirito caotico, orgiastico e completa dissoluzione, quanto dal Dioniso visto da alcuni intellettuali come pura irrazionalità intesa come una sorta di negativo del mondo dei lumi, della ragione, dell’organizzazione complessa.
Ci avviciniamo di più a Dioniso se ci rendiamo simili a lui e quindi ci facciamo aria, ma senza evaporare dalla terra e ne cerchiamo quindi le tracce nella storia, tanto quella vicina che quella lontana, tanto nello spazio che nel tempo, allo scopo di comprenderne il senso più profondo e quanto, ancora oggi, questa figura può darci.
Con un occhio attento possiamo infatti ritrovare il tema della morte seguita da rinascita, comune a molte mitologie e culture del sacro, da Osiride in Egitto fino alla figura di Cristo (il rito della transustanziazione, ancora oggi presente nella messa, conserva persino l’elemento di incorporazione orale del corpo del Dio) passando per il mito induista di Purusa, l’uomo universale dal cui smembramento nacque il cosmo stesso.
Anche l’elemento dell’aria come spirito e soffio vitale, è antichissima e possiamo ritrovarla nelle mitologie di tutto il mondo, da l’induismo delle origini (lo stesso termine Atman significa soffio vitale) fino al cristianesimo, dove non solo l’anima ma anche il principio di relazione (lo Spirito Santo) è legato indissolubilmente all’elemento d’aria.
Adottando questo punto di vista ci avviciniamo così a una visione del Dionisiaco come principio rinnovatore-riunificatore, principio del quale, con perfetta coerenza, lo stesso simbolo di Dioniso è solo una delle possibili espressioni, perché si tratta di una possibilità che in un modo o l’altro si è manifestata in tutte le diverse espressioni spirituali e culturali dell’umanità.
Ora, ci possiamo chiedere, a cosa ci porti l’espressione dionisiaca oggi e come mai abbia, nelle diverse epoche, esercitato tanto fascino quanto urgenza. E su questo segno si apre il proseguo di questo lavoro.