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La solitudine non è necessariamente la negazione dell’altro, né il rifiuto della socialità.
È la capacità di non considerare la presenza altrui come una condizione necessaria alla propria esistenza.

La solitudine allora, può trasformarsi da condizione temuta in conquista.

La solitudine imposta è una condanna.
La solitudine scelta è una libertà.


Nasciamo da soli e moriamo da soli.

Nel mezzo di questi due passaggi fondamentali dell’esistenza trascorriamo gran parte della nostra vita cercando di circondarci di persone, di amori, di amicizie, di affetti. Come se l’essere umano avesse inscritto nella propria natura il timore della solitudine.

Forse perché la solitudine ci pone di fronte a qualcosa da cui spesso cerchiamo di fuggire: noi stessi.

Aristotele definiva l’uomo zóon politikón, animale sociale, riconoscendo nella relazione con gli altri una dimensione costitutiva dell’esistenza umana. E sosteneva che chi non vuole vivere nella comunità, o non ne ha bisogno perché è autosufficiente, deve essere una bestia o un dio.

Ma forse tra la bestia e il dio esiste una terza possibilità:
l
’uomo che ha imparato a stare solo.

La solitudine non è necessariamente la negazione dell’altro, né il rifiuto della socialità.
È la capacità di non considerare la presenza altrui come una condizione necessaria alla propria esistenza.

La solitudine allora, può trasformarsi da condizione temuta in conquista.

La solitudine imposta è una condanna.
La solitudine scelta è una libertà.

Sono condizioni apparentemente simili, ma profondamente diverse:
nella prima subiamo l’assenza dell’altro;
nella seconda scegliamo, almeno per un tempo, la nostra presenza.

Non è necessario vivere sempre soli.
La solitudine può essere anche temporanea, uno spazio sottratto al continuo rapporto con il mondo nel quale l’individuo torna ad ascoltare se stesso.

Perché se la compagnia degli altri consente la relazione con il mondo umano, la solitudine consente la relazione con se stessi.

Ed è forse questa la sua forma più alta.

Possiamo interrogarci, leggere, camminare, pensare, tacere o semplicemente non fare nulla.

Anche il nulla, nella solitudine, assume infatti un significato diverso.

Quando il rumore del mondo diminuisce, comincia a emergere ciò che normalmente resta sommerso: la nostra interiorità.

La solitudine diventa dunque una condizione privilegiata della riflessione.
Ci permette di distinguere ciò che realmente pensiamo da ciò che abbiamo imparato a pensare, ciò che desideriamo da ciò che ci è stato insegnato a desiderare, ciò che siamo da ciò che rappresentiamo.

È, in questo senso, una forma di conoscenza.

Chi sono io quando non devo essere nulla per nessuno?

La domanda è semplice, ma la risposta può essere inquietante.
Una parte della nostra identità nasce infatti nello sguardo degli altri: siamo figli, amici, amanti, professionisti, genitori, colleghi.
Siamo continuamente definiti dalle relazioni che intratteniamo.

Ma chi siamo quando nessuno ci guarda?

Forse è proprio per questo che molti fuggono dalla solitudine.
Non perché abbiano sempre bisogno degli altri, ma perché temono ciò che potrebbe apparire quando gli altri non ci sono.

L’assenza può diventare più ingombrante della presenza.
Il vuoto esistenziale che silenziosamente accompagna ognuno di noi può diventare visibile.

Chi impara a stare solo impara a non avere paura del vuoto.

L’essere umano tende incessantemente a riempire il vuoto con persone, amori, attività, successi, comunicazioni, presenze.
Ma chi ha imparato la solitudine può permettersi di guardare il vuoto senza doverlo necessariamente colmare.

Non perché il vuoto scompaia, ma perché smette di essere percepito come una minaccia.

Questa è una delle forme più autentiche di libertà: non avere sempre bisogno di parlare, di essere ascoltati, di essere amati, di essere confermati dall’esistenza di qualcun altro.

La solitudine è un esercizio di autosufficienza esistenziale.

Non sono mai gli altri a conferire un senso alla nostra esistenza.

La solitudine non è neppure l’opposto dell’amore.

Può esserne persino una premessa.

Perché soltanto chi sa stare con se stesso può incontrare veramente l’altro senza trasformarlo in un rimedio alla propria inquietudine.

È tuttavia naturale che durante la giovinezza la socializzazione assuma un’importanza particolare. L’essere umano giovane cerca l’altro, si confronta, costruisce relazioni, cerca l’amore e l’accoppiamento. In questo movimento opera anche una dimensione biologica profonda: la riproduzione della specie richiede l’incontro, la vicinanza, la relazione.

Ma l’essere umano non è soltanto il proprio ordine biologico.

La vita non si esaurisce nella riproduzione, così come l’esistenza non si esaurisce nella necessità di essere accompagnati.

Con il trascorrere degli anni può affiorare un’altra esigenza: ritornare a sé.

Non perché il mondo interessi meno, ma perché si è compreso che non possiamo conoscere veramente il mondo senza conoscere almeno in parte colui che lo osserva.

La solitudine diventa allora meditazione, riflessione, contemplazione.
Più tempo per l’introspezione e meno per l’estrospezione.

Ma anche solo e semplicemente tempo.

Tempo non negoziato. Tempo non dovuto. Tempo nostro.

E questo è uno dei beni più rari che l’esistenza ci concede:
disporre del proprio tempo.

Quando siamo soli, il tempo torna ad appartenerci.
Non ci sono necessariamente orari da rispettare, esigenze altrui da coordinare, aspettative da soddisfare.

Tuttavia la società moderna tende spesso a considerare la solitudine una condizione negativa: essere soli viene confuso con essere tristi, esclusi, privi di relazioni.

Eppure, si può essere circondati da centinaia di persone e sentirsi radicalmente soli.

E si può essere seduti da soli davanti a una finestra e sentirsi, per la prima volta, completamente presenti a se stessi.

La solitudine, se scelta, non è mai negativa.

La quantità delle presenze non determina la qualità dell’esistenza.

Per questo l’elogio della solitudine non è un elogio dell’isolamento.

È un elogio della presenza a se stessi.

È il riconoscimento di uno spazio interiore che non deve necessariamente essere occupato da qualcuno.

Alcuni vuoti non chiedono di essere riempiti.
Chiedono di essere abitati.

Temere la solitudine rischia di trasformare l’altro in un antidoto alla propria esposizione al vuoto.

Chi invece impara ad accoglierla scopre che la propria compagnia è già molto.

Non significa diventare soli.

Significa non avere più paura di esserlo.

L’uomo che accoglie la solitudine ha iniziato a far pace con se stesso.

Il silenzio allora, non è più qualcosa da cui fuggire:
diventa qualcosa da ascoltare.

Il vuoto non è più un’assenza:
diventa uno spazio.

E la solitudine non è più una privazione.

È una presenza: la nostra.


 

Macte Animo !

Gian Guido Tahra

🌹

Pubblicato il 30 settembre 2026

Guido Tahra

Guido Tahra / Human Being, Philosopher, Ted Speaker, Writer, Designer