Premessa
Quando qualcuno ci propone una tesi, un'affermazione che vuole convincerci di qualcosa, dire «sono d'accordo» o «non sono d'accordo» non basta. Presa da sola, una tesi è un'affermazione fra le tante possibili, e la nostra reazione immediata dice più di noi che di lei: dice che cosa ci aspettavamo di leggere, e niente su quanto regga quello che leggiamo. Approvare o respingere una tesi in modo ragionato significa entrare nel merito delle ragioni che la sostengono: capire quali sono, come sono collegate fra loro e se reggono il peso della conclusione a cui vogliono portarci. Alcune tesi sono robuste e mal difese, altre sono fragili e difese benissimo. «Conviene vaccinarsi contro l'influenza, perché lo dicono in televisione» difende male una tesi solida; un oroscopo che elenca con abilità le volte in cui ci ha preso difende bene una tesi fragile. La differenza si vede solo guardando le ragioni.
Queste ragioni sono ciò che in logica e in teoria dell'argomentazione si chiamano argomenti. Ogni argomento risponde a un «perché»: perché dovrei credere a questa tesi? Perché questa conclusione e non un'altra? Questa affermazione è ben supportata?Sono domande elementari, che chiunque può porre senza alcuna formazione tecnica. La teoria dell'argomentazione aggiunge un modo ordinato di rispondere: distinguere la ragione dall'affermazione che la ripete con altre parole, riconoscere il punto in cui l'autore ha dato per scontato qualcosa che andava dimostrato, misurare quanto una conclusione ecceda ciò che le sue premesse consentono. Il primo caso ha un esempio celebre nel medico di Molière, secondo cui l'oppio fa dormire perché possiede una virtù dormitiva: la ragione ripete la tesi con un'altra parola, e non spiega niente.
È questo il cuore di ogni forma di pensiero che voglia definirsi ‘critico’. Tutto il resto, il sospetto verso le fonti, la verifica dei dati, l'attenzione al linguaggio, sta attorno a questo nucleo e ne dipende: serve a stabilire se le premesse siano accettabili, mentre la domanda sul loro nesso con la conclusione resta l'operazione centrale.
Il più delle volte queste semplici domande non ce le facciamo. Leggiamo un articolo che sostiene una tesi in sintonia con ciò che crediamo o, più spesso, ‘sentiamo’, e diamo entusiasticamente la nostra adesione. Aderiamo perché la tesi ci ‘suona’ convincente, senza averne giudicato gli argomenti. Il verbo è preciso: si tratta di una faccenda acustica prima che razionale. Un testo scritto bene scorre, e lo scorrere produce nel lettore una sensazione di evidenza che non ha niente a che vedere con la solidità di ciò che viene detto. Se poi la conclusione coincide con quello che già pensavamo, l'esame si ferma prima ancora di cominciare: abbiamo trovato conferma, e la conferma ci sembra una prova.
La cosa è comprensibile, perché spesso non abbiamo tempo: siamo presi da impegni di lavoro e dalle incombenze pratiche della vita quotidiana. La nostra economia cognitiva funziona esattamente così, ed è un bene che funzioni così: se dovessimo esaminare analiticamente ogni affermazione che incontriamo, non arriveremmo a metà mattina. Gran parte di ciò che crediamo lo crediamo sulla testimonianza di altri, e non potrebbe essere diversamente.
E tuttavia non è un'abitudine sana, perché aderire a un'idea, a una tesi, a una presa di posizione senza averla valutata significa affollare la mente di credenze false o irragionevoli, che possono portarci a decisioni sbagliate. Le credenze non restano ferme dove le abbiamo messe: si collegano ad altre credenze, fanno da premessa a ragionamenti successivi, orientano il modo in cui interpretiamo le informazioni che arrivano dopo. Se oggi accetto senza esame che «i ragazzi non leggono più», fra sei mesi quella frase mi sembrerà ovvia, e la userò per spiegare un calo nei risultati scolastici o per giudicare una proposta di biblioteca di quartiere. A quel punto non la discuterò più, perché l'avrò dimenticata come acquisizione e la userò come sfondo. È questo che rende il costo differito e poco visibile: al momento dell'adesione non paghiamo niente.
Va da sé che sottoporre a giudizio ogni cosa che passa sotto la nostra attenzione sarebbe pretendere troppo da noi stessi: nessuno ha abbastanza tempo per fare il pensatore critico a tempo pieno. Resta allora da scegliere. Non tutte le affermazioni meritano lo stesso trattamento, e le poche che lo meritano si riconoscono da segnali abbastanza chiari: ne dipende una decisione che dovremo prendere, il loro errore costerebbe a noi o ad altri, oppure ci trovano d'accordo all'istante senza che sappiamo dire perché. Su queste conviene fermarsi. Sulle altre possiamo continuare a fare quello che facciamo già.
Qualche volta l'esame è una necessità. Un avvocato che vuole ricorrere contro una sentenza deve leggerla e analizzarla per trovarne i punti critici. Un amministratore delegato che deve esaminare una proposta che richiede scelte e piani d'azione deve leggerla e analizzarla in modo approfondito. Un giornalista che vuole scrivere di un argomento deve saper distinguere ciò che ha una fonte di prova da ciò che è supposto o inferito, prima di scriverci sopra un articolo; se non lo fa, il suo errore si moltiplica per tutti i lettori che si fidano di lui. Lo stesso vale per il medico che deve valutare uno studio prima di cambiare una terapia, per il giudice che pesa una testimonianza, per il ricercatore che deve capire se un risultato regge oltre il campione su cui è stato ottenuto. In tutti questi casi l'esame critico fa parte del mestiere, e chi non lo pratica svolge male il proprio lavoro.
Pensare criticamente, insomma, è una risorsa limitata, da spendere dove il rendimento è più alto: sistematicamente quando il ruolo lo impone, selettivamente quando siamo noi a dover decidere. Saper riconoscere in quale dei due casi ci troviamo è già una forma di giudizio critico.
Configurare la mente in ‘modalità critica’ non basta
Una volta settata la mente in modalità critica, rimane il problema: come procedo? Analizzare, comprendere e valutare criticamente un testo richiede di rileggerlo, isolare le affermazioni, ricostruire i collegamenti, riconoscere i passaggi taciuti, e a metà del lavoro si è già persa la struttura del ragionamento che tiene tutto insieme.
Nei testi e nei discorsi della vita quotidiana questa struttura logica resta spesso nascosta. Un articolo, una sentenza, un paper scientifico affermano cose, ma:
- i legami fra ciò che si afferma non sono sempre esplicitati;
- le regole che autorizzano il passaggio da un dato a una conclusione restano spesso implicite (sono quelle che diamo per scontate e che invece andrebbero verificate);
- i nessi che collegano i singoli argomenti alla tesi generale si perdono nella linearità del testo.
Un esempio del secondo punto: «il paziente ha febbre alta e tosse, quindi ha l'influenza». La regola che autorizza il passaggio, cioè che febbre alta e tosse indicano di solito l'influenza, non è scritta, e proprio per questo nessuno la controlla. A febbraio è ragionevole; a luglio molto meno.
Un testo scorre in una sola direzione e impone un ordine di lettura, mentre l'argomentazione si dirama come il delta di un grande fiume: rami che si separano, argomenti che sostengono la stessa conclusione da direzioni diverse, obiezioni che tornano su premesse introdotte venti paragrafi prima. Per ricostruire quella forma leggendo bisogna tenere a mente contemporaneamente una dozzina di nodi e le loro relazioni, il che eccede la capacità di chiunque legga a velocità normale. Quello che resta è l'impressione complessiva, cioè la parte del dispositivo testuale su cui la retorica lavora meglio.
Ci si mettono anche i connettivi. «Dunque», «pertanto», «ne consegue che» segnalano al lettore che sta avvenendo un'inferenza e producono un’aspettativa di consequenzialità logica che il lettore in genere soddisfa da solo, riempiendo il vuoto con quello che ha in testa. Si prenda la frase: «il nuovo centro commerciale porterà trecento posti di lavoro; dunque, il quartiere ne trarrà beneficio». Il «dunque» annuncia un passaggio che il testo non compie: i posti potrebbero andare a persone che vengono da fuori, e i negozi del quartiere potrebbero chiudere. Il lettore colma il vuoto da solo, di solito nella direzione che il connettivo suggerisce. Un testo può quindi apparire stringente grazie a parole che annunciano un passaggio senza compierlo.
Tutto questo rende difficile tenere distinte tre valutazioni che dovrebbero restare separate, e che in logica informale vanno sotto il nome di criteri di accettabilità, rilevanza e sufficienza (la formula è di Ralph Johnson e J. Anthony Blair, Logical Self-Defense, 1977):
- accettabilità: le singole affermazioni sono vere, o almeno ragionevoli? I dati sono corretti, le regole valide?
- rilevanza: le affermazioni accettabili hanno davvero a che fare con la conclusione? Capita di frequente di trovare premesse vere, documentate, indiscutibili, che sostengono qualcosa di leggermente diverso da ciò che l'autore ne ricava;
- sufficienza: preso nel suo insieme, il sostegno basta a giustificare la conclusione, e con quale forza? Alcune premesse rendono la conclusione necessaria, altre soltanto probabile, altre appena plausibile.
Un esempio li mostra all'opera. «Bisogna vietare gli smartphone in classe, perché gli studenti che li usano durante le lezioni hanno voti più bassi.» Il dato può essere accettabile, se viene da uno studio serio. È rilevante, perché riguarda proprio l'uso in classe. La sufficienza è un'altra faccenda: la correlazione non dice se sia lo smartphone ad abbassare i voti o se siano gli studenti già in difficoltà a distrarsi di più; e anche ammesso l'effetto causale, per giustificare un divieto bisognerebbe mostrare che funziona meglio di alternative meno drastiche.
I tre controlli sono indipendenti, e un argomento può superarne due e fallire il terzo. Nella lettura corrente tendono però a fondersi in un'unica impressione di plausibilità. Le argument map, o diagrammi di argomento, entrano in gioco proprio a questo punto.
Diagrammi di argomento
In un articolo di qualche anno fa Tim van Gelder e Paul Monk usarono un'analogia che, a mio parere, rende di immediata comprensione l'utilità delle argument map e insieme la ‘filosofia’ che le sostiene.
Il rapporto tra una mappa argomentativa e un'argomentazione reale è lo stesso che intercorre tra la mappa della metropolitana di Londra e l'effettiva topografia della città.
Una argument map, o diagramma di argomento, è una rappresentazione visiva della struttura logica di un'argomentazione. Toglie al testo la retorica e la grammatica e ne mostra lo ‘scheletro’ logico, così che si veda se le conclusioni sono davvero sostenute dalle ragioni.
Per chi non ne ha mai vista una, ecco la forma più semplice. Un genitore vuole convincere il figlio a portare l'ombrello. In una mappa vera le affermazioni stanno in riquadri collegati da frecce colorate; qui l'indentazione indica che cosa sostiene che cosa:
TESI: porta l'ombrello
RAGIONE (tre co-premesse che funzionano solo insieme)
oggi pomeriggio pioverà
EVIDENZA: il meteo dà pioggia al 90% dalle quindici
+ tornerai a casa a piedi verso le sei
+ [implicita] chi cammina sotto la pioggia senza ombrello si bagna
OBIEZIONE: l'ombrello è ingombrante
CONFUTAZIONE: quello pieghevole sta nello zaino
Già in un esempio così elementare compaiono gli elementi di ogni mappa. Le tre co-premesse sostengono la tesi solo insieme: se piove ma il figlio torna in macchina, l'ombrello non serve. L'evidenza sostiene una sola premessa, non la tesi. La premessa implicita qui è ovvia, ma negli argomenti seri è spesso quella decisiva, e anche quella che l'autore ha più interesse a tacere. L'obiezione attacca la tesi, la confutazione attacca l'obiezione.
Una sentenza, una delibera, una proposta al consiglio di amministrazione, un saggio, un dibattito: ogni decisione poggia su un ragionamento, e quasi sempre il ragionamento resta invisibile. Sta dentro pagine di testo o ore di discussione, e chi lo valuta finisce per affidarsi all'impressione complessiva.
Una mappa di argomento rende visibile ciò che di norma resta implicito e che, proprio per questo, sfugge al controllo. Un'argomentazione, quando la teniamo in testa, la teniamo a pezzi: ricordiamo la conclusione, un paio di ragioni forti, l'impressione complessiva che regga. I passaggi intermedi li perdiamo lungo il tragitto: una volta percorsi, smettiamo di guardarli. La mappa li mostra tutti insieme e costringe a guardare quello che si era smesso di guardare. Le occasioni in cui questa visione d'insieme è utile sono più d'una.
1. Valutare un testo che vogliamo pubblicare. Quando scriviamo, spesso non abbiamo chiaro dove andremo a parare: la tesi si forma mentre si scrive, e il testo finito conserva le tracce del percorso di scoperta più che l'ordine delle ragioni. Diagrammato, un pezzo rivela subito le sue asimmetrie: un argomento che sostiene da solo l'intera conclusione mentre gli altri tre ripetono la stessa cosa con parole diverse; una tesi formulata in modo più ampio di quanto le premesse consentano; un passaggio che il lettore dovrebbe concedere e che invece è il punto su cui non concederà nulla. Un caso frequente: un articolo sostiene che «la scuola deve abolire i voti», e la mappa mostra che tre ragioni su quattro riguardano i voti numerici nelle verifiche scritte, mentre la tesi parla di ogni forma di valutazione. Sono difetti che rileggendo non si vedono, perché rileggendo si ricostruisce mentalmente ciò che si intendeva dire.
2. Valutare un'argomentazione di altri. Leggere criticamente significa distinguere ciò che un testo afferma da ciò che effettivamente sostiene, e la prosa ben scritta rende questa distinzione faticosa: la fluidità produce un'impressione di consequenzialità anche dove la conseguenza non c'è. Spezzata in nodi, un'argomentazione perde il suo ritmo e resta la sua ossatura. Si vede quali premesse sono documentate e quali soltanto asserite, quali passaggi reggono sulla forza del connettivo anziché su quella dell'inferenza, dove l'autore ha inserito una concessione che non concede niente. Una frase come «certo, i dati sono ancora parziali, ma la direzione è chiara» ammette la debolezza della premessa e poi procede come se non l'avesse ammessa.
3. Valutare una proposta. Una proposta politica, aziendale, scolastica mescola sempre due ordini di ragioni: affermazioni su come stanno le cose e affermazioni su che cosa sia desiderabile. La discussione si incaglia quasi sempre perché i due piani restano confusi, e si litiga sui dati mentre il disaccordo è sui valori, o viceversa. Prendiamo la proposta di introdurre la settimana corta in un liceo, con lezioni dal lunedì al venerdì e il sabato libero. «Gli studenti arrivano stanchi alle ultime ore» è un'affermazione di fatto, e si può controllare con i dati sulle assenze e sui risultati. «Il sabato libero è un bene per le famiglie» è un giudizio di valore, e nessun dato, da solo, lo decide. Se nel consiglio d'istituto si discute del secondo come se fosse il primo, si possono portare statistiche per ore senza avvicinarsi di un passo all'accordo. Separare i nodi fattuali da quelli valutativi localizza il punto reale della controversia e mostra quali obiezioni si risolvono con un'informazione migliore e quali no.
4. Visualizzare un insieme di prove e vedere dove sono più deboli. Qui la mappa fa un lavoro che il testo lineare non può fare: mostra la forma del sostegno. Una catena di inferenze concatenate vale quanto il suo anello più fragile, mentre più prove indipendenti che convergono sulla stessa conclusione si rinforzano a vicenda, e la caduta di una non trascina le altre. Si pensi a un'accusa di furto. Se si regge sul fatto che un testimone ha visto un'auto rossa, che l'auto rossa è dell'imputato e che quindi l'imputato era sul posto, basta scoprire che il testimone è daltonico perché cada tutto. Se invece l'imputato è collegato al furto da un'impronta, da un filmato di sorveglianza e da un pagamento con la sua carta nel negozio accanto, la caduta di una prova lascia in piedi le altre due. Nell'esposizione discorsiva le due situazioni si somigliano molto; sotto attacco si comportano in modo opposto. Vederle disegnate significa sapere dove conviene cercare altre prove e dove sarebbe fatica sprecata.
5. Visualizzare i pro e i contro prima di una decisione. Lo scopo è tenerli tutti presenti nello stesso momento, perché decidere non è un'operazione aritmetica e contarli servirebbe a poco. Il difetto tipico della deliberazione è che le ragioni a favore dell'opzione verso cui già propendiamo restano attive nella mente, mentre quelle contrarie sbiadiscono, e alla fine scegliamo avendo davanti metà del quadro. Una rappresentazione esterna non elimina la preferenza iniziale, ma la rende verificabile: obbliga a scrivere accanto a ogni ragione quanto pesa e su quali assunzioni riposa. Chi valuta un'offerta di lavoro in un'altra città tende a ricordare lo stipendio più alto e a dimenticare il costo degli affitti; scritto accanto alla ragione «guadagnerò di più», l'assunto «a parità di spese» salta subito all'occhio. Capita spesso che una ragione data per decisiva si riveli appesa a una previsione che nessuno ha esaminato.
6. Verificare la solidità della propria argomentazione prima di un dibattito. Prepararsi a un confronto significa anticipare da dove arriverà il colpo. La mappa individua le premesse che non abbiamo difeso perché ci sembravano ovvie, che sono poi esattamente quelle che l'avversario attaccherà. Distingue inoltre le obiezioni che minano una premessa da quelle che scalzano il nesso inferenziale, due attacchi che richiedono risposte diverse. Se sostengo che «bisogna ridurre i compiti a casa, perché gli studenti vi dedicano tre ore al giorno», l'avversario può contestare il dato («la media è di un'ora e mezza»), e allora mina la premessa; oppure può accettarlo e negare il passaggio («anche fossero tre ore, questo non dimostra che siano troppe»), e allora scalza il nesso. Alla prima obiezione si risponde con fonti migliori, alla seconda con una ragione in più. Conviene anche rispondere in anticipo, da soli, alle domande critiche che ogni tipo di argomento porta con sé: a un argomento fondato sull'autorità di un esperto si chiede, per esempio, se l'esperto sia competente proprio in quel campo, se altri esperti siano d'accordo, se abbia interessi in gioco. Meglio porsele a tavolino che sentirsele fare in pubblico sotto pressione.
Quello che accomuna i sei casi è il tipo di operazione: trasferire su un supporto esterno un ragionamento che, tenuto nella memoria di lavoro, eccede la capacità di chi lo esamina. Un'argomentazione di media complessità ha una dozzina di nodi e altrettante relazioni, e nessuno la tiene ferma in testa mentre la valuta. La mappa tiene ferme le parti mentre noi ragioniamo.
Come è fatto un diagramma di argomento tradizionale
Una mappa argomentativa è un grafo: un insieme di nodi, ciascuno dei quali contiene una proposizione, collegati da frecce che indicano una relazione di sostegno. La freccia ha un significato preciso e costante: «questa affermazione è una ragione per accettare quella». Il significato resta lo stesso se il disegno viene ruotato, capovolto o disposto in orizzontale. Cambia invece l'ordine in cui l'occhio incontra le proposizioni, e l'ordine di lettura non è neutro. Chi guarda una pagina comincia dall'alto: ciò che sta in cima viene percepito come il punto di partenza, ciò che sta in fondo come il punto d'arrivo. Scegliere dove collocare la tesi significa quindi scegliere quale domanda il lettore si porrà davanti alla mappa.
Due tradizioni
La prima tradizione dispone le premesse in alto e la conclusione in basso. È la convenzione dei diagrammi introdotti da Monroe Beardsley in Practical Logic (1950) e ripresa da Michael Scriven in Reasoning (1976), dove le affermazioni del testo vengono numerate e collegate da frecce che scendono verso la conclusione. Il diagramma riproduce il cammino di chi ragiona: si parte da ciò che è dato e si procede, un passaggio alla volta, verso ciò che ne segue. L'argomento dell'ombrello, numerato alla maniera di Beardsley, diventa così:
(1) Oggi pomeriggio pioverà.
(2) Tornerai a casa a piedi verso le sei.
(3) Porta l'ombrello.
(1) + (2)
↓
(3)
La seconda tradizione capovolge il disegno. La tesi sta in cima, le ragioni che la sostengono subito sotto, le ragioni di quelle ragioni ancora più in basso:
(3)
↑
(1) + (2)
Ha una radice nei grafici con cui il giurista John Henry Wigmore, a partire dal 1913, organizzava le prove di un processo attorno al fatto da provare, ed è diventata la convenzione dei software di mappatura come Rationale. La figura che ne risulta è un albero rovesciato: la radice in alto, i rami che si aprono verso il basso.
Esiste anche una terza soluzione, quella orizzontale di Stephen Toulmin (The Uses of Argument, 1958), in cui il dato sta a sinistra, la conclusione a destra e la garanzia che autorizza il passaggio fra i due. Il suo esempio è diventato celebre: Harry è nato alle Bermuda (dato), quindi, presumibilmente, è cittadino britannico (conclusione), perché chi nasce alle Bermuda di regola è cittadino britannico (garanzia), in base a determinate leggi sulla cittadinanza (fondamento), a meno che i suoi genitori non fossero entrambi stranieri (eccezione). Qui l'ordine di lettura segue la direzione della scrittura, e il modello privilegia l'anatomia del singolo argomento rispetto alla struttura dell'intera argomentazione. Come soluzione grafica è la meno flessibile e la meno adatta a rappresentare argomentazioni complesse e argomenti a catena. Il suo contributo concettuale, la garanzia, è invece passato in tutte le tradizioni successive: quella che nelle mappe si chiama premessa implicita è molto spesso proprio la garanzia che l'autore ha taciuto.
Ragionare e argomentare
Le due convenzioni verticali corrispondono a due attività diverse.
Chi ragiona parte da ciò che sa e cerca che cosa ne segue. La conclusione è il punto d'arrivo e, prima di raggiungerla, non la conosce. Un problema di logica funziona così: «se Anna è in casa, la luce del soggiorno è accesa; la luce è spenta». Nessuno dei due dati contiene esplicitamente la risposta; la risposta, Anna non è in casa, si ottiene combinandoli. Il diagramma che rappresenta questo percorso procede dall'alto verso il basso perché la conclusione è nuova rispetto alle premesse, nel senso che viene scoperta alla fine.
Chi argomenta si trova nella situazione inversa. Conosce già la conclusione e deve renderla accettabile a qualcun altro. La tesi è il punto di partenza, e il lavoro consiste nel mostrare su quali ragioni poggia, anticipando le domande di chi ascolta: perché dovrei crederci? Su che cosa si fonda questa ragione? Che cosa rispondi a chi obietta? L'avvocato difensore sa già che cosa vuole ottenere, l'assoluzione del cliente, e ogni domanda del giudice («su che cosa basa questa ricostruzione?») lo costringe a scendere di un livello. La mappa cresce verso il basso seguendo l'ordine delle richieste di giustificazione.
La distinzione ricalca quella che Hans Reichenbach tracciò in Experience and Prediction (1938), ripresa poi da Karl Popper, fra contesto della scoperta e contesto della giustificazione. Il modo in cui si arriva a una conclusione e il modo in cui la si difende possono essere molto diversi. Un investigatore può intuire il colpevole guardando una macchia di fango sulle scarpe di un testimone, e solo dopo ricostruire la catena di indizi che rende l'intuizione difendibile davanti a un giudice. Il diagramma di ragionamento rappresenta il primo percorso, la mappa argomentativa il secondo.
Analisi e sintesi
Questa differenza ha un precedente antico. I geometri greci, nella descrizione che ne dà Pappo di Alessandria, distinguevano due procedimenti. Nella sintesi si parte dai principi noti e si deduce, passo dopo passo, la proposizione cercata. Nell'analisi si assume la proposizione cercata e si risale a ciò da cui dovrebbe dipendere, fino a raggiungere qualcosa di già noto. La sintesi scende dalle premesse alla conclusione; l'analisi sale dalla conclusione alle premesse.
Chi analizza un testo compie un'analisi in questo senso letterale. Ha davanti una tesi, che l'autore ha già formulato, e risale alle ragioni che dovrebbero sostenerla, alle premesse implicite che rendono valido ogni passaggio, ai presupposti su cui l'intera costruzione poggia. L'albero rovesciato è la forma grafica di questo movimento.
Un avvertimento sulle direzioni, per non confondersi. Nel lessico di Pappo l'analisi ‘sale’ dalla conclusione ai principi; nel disegno ad albero rovesciato lo stesso movimento ‘scende’, perché la conclusione sta in cima al foglio. Il percorso logico è identico, cambia solo il verso del disegno.
Ordine di esposizione e ordine logico
Nei testi reali le due attività si sovrappongono, e spesso l'autore presenta un'argomentazione nella forma di un ragionamento.
Una sentenza espone prima i fatti, poi le norme applicabili, poi le motivazioni, e solo alla fine il dispositivo. Il lettore incontra la decisione per ultima, come se fosse il risultato di un'inferenza in corso. La funzione del testo è però giustificare una decisione che il giudice ha già preso e che deve reggere al controllo di un giudice superiore. Le motivazioni sono ragioni a sostegno del dispositivo, e chi le analizza deve metterlo in cima.
Un articolo scientifico segue l'ordine introduzione, metodo, risultati, discussione, che imita la sequenza di un'indagine. La tesi però è dichiarata già nell'abstract, e l'intero articolo è costruito per difenderla dalle obiezioni dei revisori: la sezione sui limiti dello studio è, a tutti gli effetti, un insieme di confutazioni anticipate.
La prima via di Tommaso d'Aquino procede dal movimento osservato nel mondo fino alla necessità di un primo motore immobile, e ha l'andamento di una deduzione che parte dall'esperienza. L'articolo della Summa in cui compare si apre però con la domanda se Dio esista, elenca le obiezioni, e solo allora presenta le cinque vie come risposta. Nella struttura dell'articolo la conclusione precede il ragionamento, anche se nell'esposizione della singola via lo segue.
In tutti e tre i casi l'ordine di esposizione e l'ordine logico divergono. L'autore sceglie la forma del ragionamento perché produce un effetto preciso sul lettore: la conclusione sembra emergere da sola dai fatti, invece di essere imposta da chi scrive. La mappa ad albero rovesciato annulla questo effetto e mostra la tesi per quello che è, un'affermazione che ha bisogno di sostegno.
Perché l'albero rovesciato
Quando analizziamo un testo filosofico, una sentenza, una proposta politica, un articolo scientifico, ci troviamo quindi quasi sempre di fronte a un'argomentazione, anche quando ci viene proposta in forma di ragionamento. Per questo la visualizzazione ad albero rovesciato è quella che copre il maggior numero di casi. A questa ragione se ne aggiungono tre di ordine pratico.
La prima riguarda la visibilità della tesi. Qualunque sia la profondità della mappa, la tesi resta in cima e ogni nodo è collegato a essa da un percorso che si può seguire risalendo. Chi legge sa sempre a che cosa serve la proposizione che sta guardando.
La seconda riguarda la lettura per livelli. Il primo livello sotto la tesi contiene le ragioni principali ed equivale a un riassunto dell'argomentazione. Scendendo si aggiungono dettagli: le premesse di ciascuna ragione, le evidenze, le fonti. La mappa si può leggere fermandosi al livello di dettaglio che serve, come si fa con l'indice di un libro.
La terza riguarda lo strato dialettico. Ogni ragione può ricevere un'obiezione, ogni obiezione una confutazione, e ciascun nuovo intervento trova posto un gradino più in basso. In un diagramma che converge verso la conclusione le obiezioni non hanno una collocazione naturale, perché la catena procede in una sola direzione e registra soltanto ciò che porta avanti il ragionamento.
I limiti della scelta
L'albero rovesciato non è sempre la rappresentazione migliore. Quando l'obiettivo è ricostruire come si è arrivati a una conclusione, la disposizione dal basso resta più chiara. È il caso delle dimostrazioni matematiche, dei problemi di logica, dei ragionamenti indiziari in cui conta la sequenza con cui gli indizi si accumulano. È anche il caso della didattica iniziale, quando lo studente deve imparare a seguire un'inferenza passo dopo passo prima di imparare a valutarla.
Esiste poi un limite strutturale. L'albero presuppone che ogni nodo sostenga un solo nodo superiore. Quando una stessa premessa sostiene più conclusioni, come nella struttura divergente, la figura smette di essere un albero in senso stretto e diventa un grafo più complesso. Il dato «l'inflazione è al 6%» può sostenere insieme «i salari reali stanno calando» e «la banca centrale alzerà i tassi». La convenzione si adatta duplicando il nodo o tracciando frecce che si incrociano, ma a quel punto è bene sapere che la rappresentazione sta forzando una forma su un materiale che non la possiede del tutto.
Pur con queste limitazioni, l'albero rovesciato resta la scelta preferibile per chi valuta: per chi ha davanti una tesi e vuole sapere se accettarla.
Il Computer Aided Argument Mapping
Per buona parte del Novecento i diagrammi di argomento si disegnavano a mano, su carta o alla lavagna. Dalla fine degli anni Novanta sono comparsi software dedicati: Reason!Able, sviluppato all'Università di Melbourne dal gruppo di Tim van Gelder, poi Rationale e bCisive. È quello che si chiama Computer Aided Argument Mapping (CAAM). Il software offre la tela: riquadri, frecce, colori, la possibilità di spostare un ramo senza ridisegnare tutto. Gli studi condotti su corsi universitari che ne facevano un uso intensivo, fra i più citati quelli di van Gelder e colleghi e quello di Charles Twardy (2004), hanno riportato miglioramenti nei test standardizzati di pensiero critico superiori a quelli dei corsi tradizionali, tanto più ampi quanto più intensa era la pratica di mappatura.
Il CAAM lascia però all'utente tutto il lavoro di analisi: il software disegna quello che gli si dice di disegnare. Leggere il testo, isolare le affermazioni, decidere quali premesse lavorano insieme e quali da sole, ricostruire gli impliciti resta compito di chi mappa, e richiede competenza logica, padronanza delle convenzioni e molto tempo. Mappare con cura una sentenza di venti pagine può occupare un pomeriggio intero, prima ancora di cominciare a valutarla.
L'intelligenza artificiale al servizio dell'argument mapping
Oggi, ed è questa la novità, una parte consistente di queste operazioni si può delegare: un sistema di intelligenza artificiale legge il testo, isola le premesse, ricostruisce gli impliciti, propone una struttura e la restituisce già diagrammata. Ore di lavoro compresse in pochi minuti.
Da diversi mesi mi dedico allo sviluppo di modelli in grado di analizzare e visualizzare argomentazioni complesse. È un percorso che affonda le radici in progetti passati molto articolati, come il modello SPES, ideato per l'analisi e la valutazione dei dibattiti della Palestra di Botta e Risposta del prof. Cattani all'Università di Padova, e altri sistemi focalizzati sulla struttura complessiva delle argomentazioni, di cui avrò modo di parlare in futuro.
Di recente sono tornato alle mie amate argument map. L'obiettivo iniziale era esplorare come l'AI potesse supportare e velocizzare le tecniche di analisi e diagrammazione, integrandosi con le visualizzazioni dei software dedicati come Rationale, bCisive e Argument visualization (oggi Because).
Dopo una serie di tentativi insoddisfacenti con la rappresentazione grafica autonoma tramite artefatti creati ad hoc, qualche settimana fa è arrivata la svolta: sono riuscito a sviluppare un generatore che funziona e che sto attualmente testando.
Il risultato di questo lungo lavoro è un generatore di argument map che ho chiamato LogicMap.AI, giunto alla sua quinta versione e in continuo perfezionamento.
Che cos'è LogicMap.AI
È un generatore di mappe logico-argomentative in grado di analizzare, ricostruire e visualizzare graficamente la struttura logica di un testo in pochi minuti. Adotta l'albero rovesciato, per le ragioni esposte sopra. Permette di mappare:
- testi e articoli complessi;
- discussioni e dialoghi;
- proposte e strategie aziendali;
- sentenze giudiziarie e deliberazioni.
Argument mining e argument mapping
LogicMap.AI unisce due tradizioni diverse.
L'argument mining è un sottocampo dell'elaborazione del linguaggio naturale (NLP) che lavora in tre fasi. La prima è la segmentazione: il testo viene diviso in unità argomentative, porzioni che portano un contenuto proposizionale autonomo e non coincidono necessariamente con frasi grammaticali intere. La seconda è la classificazione dei componenti: ogni unità viene etichettata come tesi, premessa, evidenza, obiezione. La terza è l'estrazione delle relazioni: per ogni coppia di unità si stabilisce se c'è un legame di supporto o di attacco, e verso quale bersaglio specifico. Una premessa sostiene la tesi, un'obiezione attacca una premessa precisa, una confutazione attacca l'obiezione. Applicata alla frase sugli smartphone, la segmentazione separa «bisogna vietare gli smartphone in classe» da «gli studenti che li usano hanno voti più bassi»; la classificazione etichetta la prima come tesi e la seconda come premessa; l'estrazione delle relazioni stabilisce che la seconda sostiene la prima.
Nella letteratura classica questi tre passaggi erano affidati a classificatori supervisionati, addestrati su corpora annotati a mano; i dataset più citati riguardano saggi persuasivi di studenti (quello di Christian Stab e Iryna Gurevych) e commenti di cittadini a proposte regolative (quello di Joonsuk Park e Claire Cardie). Un modello linguistico di grandi dimensioni fa lo stesso lavoro senza classificatori dedicati: interpreta il testo e produce direttamente l'etichettatura, il che lo rende più flessibile su domini nuovi e meno prevedibile nei margini di errore.
L'argument mapping è invece una convenzione di rappresentazione, nata ben prima dell'informatica: i grafici di Wigmore precedono di quasi un secolo l'argument mining. Dalla tradizione di Toulmin viene l'idea che un argomento abbia, oltre a premessa e conclusione, una garanzia che giustifica il passaggio dall'una all'altra e spesso un fondamento che sostiene la garanzia. Dalla tradizione di Wigmore e Beardsley viene la forma grafica. Gli strumenti nati da queste radici, Rationale e poi bCisive, hanno codificato distinzioni operative ulteriori: co-premesse che funzionano solo insieme, obiezioni che colpiscono diversamente a seconda che attacchino la tesi o una singola premessa, confutazioni che sono obiezioni di secondo livello rivolte a un'obiezione precedente.
LogicMap.AI fa confluire le due tradizioni in un'unica pipeline: il mining produce l'etichettatura grezza, il mapping la traduce nello schema visivo con quelle convenzioni, aggiungendo le premesse implicite che il testo non rende esplicite ma che servono a chiudere l'inferenza.
Un modello linguistico estrae ormai i componenti in modo discreto, ma questo passaggio resta fragile quando i confini delle unità argomentative sono incerti: le valutazioni più recenti lo indicano come il collo di bottiglia dell'intero processo (Pirozelli et al. 2026; si veda l'Appendice). A questo si aggiungono due punti delicati: la classificazione delle relazioni, quando il testo è ambiguo o un'obiezione è solo accennata, e la ricostruzione delle premesse implicite. In tutti questi casi la mappa prodotta va validata da un lettore competente prima di diventare base per un report.
Come lavora il generatore
Il generatore lavora in due fasi distinte, mining e mapping, e le fa uscire come un'unica sintassi testuale intermedia prima di renderle in diagramma.
Nella prima fase il modello legge il testo grezzo (un saggio, una sentenza, una proposta aziendale) e produce due output paralleli. Il primo è l'albero della struttura: la tesi in cima, poi per ogni ramo una ragione o un gruppo di co-premesse che sostengono solo insieme, le eventuali evidenze a supporto, le obiezioni che attaccano quel ramo, le confutazioni rivolte a un'obiezione. Il secondo output è lo Scratchpad: lo stesso contenuto riscritto come elenco di enunciati tipizzati e numerati (premessa P1, premessa implicita PI1, obiezione O1, confutazione R1), ciascuno con la propria derivazione esplicita, per esempio «C1 da P1 e P2». Così ogni passaggio inferenziale è tracciabile, e non solo suggerito dalla posizione nell'albero.
La ricostruzione delle premesse implicite è uno dei passaggi con più margine di errore, perché il modello deve individuare che cosa manca perché l'inferenza chiuda, e il testo, per definizione, non lo dice. Si prenda la frase: «Marco è medico, quindi saprà dirmi se questo investimento conviene». L'implicito necessario è «i medici se ne intendono di investimenti», ed è falso. Un buon mining lo porta alla luce. Un mining troppo caritatevole potrebbe invece ricostruire qualcosa come «Marco ha esperienza di investimenti», rendendo l'argomento migliore di come l'autore l'ha scritto. È il passaggio che più richiede l'occhio umano in revisione.
La sintassi intermedia è volutamente minimale: una riga per nodo, con un prefisso che ne indica la funzione (T per tesi, R per ragione, + per co-premessa, I per premessa implicita, O per obiezione, E per evidenza, X per controevidenza, N per nota libera) e l'indentazione a indicare la gerarchia. Le due notazioni vanno tenute distinte: nella sintassi R sta per ragione (reason), nello Scratchpad per confutazione (rebuttal). In forma semplificata, l'argomento dell'ombrello diventa qualcosa di questo genere:
T Porta l'ombrello
R Oggi pomeriggio pioverà
E Il meteo dà pioggia al 90% dalle quindici
+ Tornerai a casa a piedi verso le sei
I Chi cammina sotto la pioggia senza ombrello si bagna
O L'ombrello è ingombrante
O Quello pieghevole sta nello zaino
Una sintassi così è leggibile e correggibile a mano prima del rendering, cosa che un formato binario non permetterebbe: se il modello ha sbagliato una relazione, basta spostare una riga.
Il rendering è la seconda fase, il mapping vero e proprio: uno strumento HTML autonomo legge la sintassi e disegna l'albero, con i connettori colorati per funzione (verde per il supporto, rosso per l'obiezione, arancione per la confutazione), le co-premesse unite dal simbolo + e i nodi con un'icona per tipo. Ogni argomento è comprimibile in un riquadro riassuntivo, e ogni nodo è isolabile con le sue sotto-premesse, per lavorare su un ramo alla volta senza perdere il resto della mappa. Sopra la mappa una sezione Legenda riporta quattro note di lettura (tipo argomentativo, struttura, premesse implicite, inferenza) in prosa collegata ai nodi citati. In fondo, l'Analisi Critica elenca fallacie e salti logici con riferimento diretto all'identificativo del nodo coinvolto: un clic sul riferimento porta al nodo sulla mappa.
L'output è disponibile in due formati: il file .bmap, formato nativo di bCisive, che si apre in bCisive Online per chi lavora già in quell'ambiente, oppure la pagina HTML autonoma, apribile offline, pensata per chi non ha bCisive e vuole solo consultare o stampare la mappa. La scelta del formato .bmap si deve al progetto iniziale, che prevedeva di creare file da visualizzare in bCisive.
Che cosa fa LogicMap.AI
Gli si fornisce un testo con intento argomentativo (un saggio filosofico, una sentenza, una proposta) oppure la trascrizione di una discussione. Restituisce la struttura logica: la tesi, le ragioni che la sostengono, le obiezioni, le risposte alle obiezioni e i collegamenti fra un passaggio e l'altro. Il diagramma è accompagnato da una prima valutazione logica e argomentativa, sia dell'insieme sia delle singole premesse.
Un esempio
Questo testo di Lewis Carroll contesta la tesi secondo cui gli animali hanno diritto alla vita. Si tratta di una controargomentazione: Carroll confuta la tesi con una riduzione all'assurdo (se valesse, non potremmo nemmeno fare una passeggiata) e ne propone una alternativa, il diritto di infliggere agli animali una morte indolore, con l'obbligo di giustificare ogni dolore.
Se uccidere un animale costituisse una violazione dei suoi diritti, allora non potremmo mai eliminare per nostra convenienza un cucciolo di una nidiata, o aprire venti ostriche quando ne sarebbero sufficienti diciannove, o accendere una candela in una serata d'estate per puro piacere, casomai una sfortunata falena dovesse fare una fine prematura. Anzi, non dovremmo nemmeno fare una passeggiata, con la certezza di calpestare una quantità di insetti sul nostro cammino, a meno che non si tratti di affari davvero importanti! Tutto ciò è sicuramente infantile. Dal momento che è assolutamente disperato pensare di tracciare da qualche parte una linea di separazione, ne concludo che l'uomo ha un diritto assoluto di infliggere la morte agli animali, senza darne alcuna ragione, purché si tratti di una morte indolore, ma che qualunque dolore si infligga richiede una sua speciale giustificazione.
Lewis Carroll, «Some Popular Fallacies about Vivisection», in The Complete Works of Lewis Carroll, Nonesuch, London 1939, p. 1072.
La mappa va letta
Tutto questo vuol dire che non c'è più bisogno di studiare logica e argomentazione? No. Una mappa va letta e compresa, come le mappe geografiche. Anche queste contengono un sapere di fondo che bisogna possedere per usarle: una carta fisica, politica o tematica ha modalità di rappresentazione, convenzioni grafiche, scale, legende, sistemi di proiezione che vanno conosciuti. Chi ignora che cosa sia una curva di livello vede linee ondulate; senza sapere che cosa sia la proiezione di Mercatore si attribuiscono alla Groenlandia le dimensioni dell'Africa. La carta parla a chi possiede il codice con cui è stata scritta, e tace con tutti gli altri.
Lo stesso vale per una mappa logico-argomentativa. Sapere che un argomento è deduttivo o per assurdo ha senso solo se sappiamo di che cosa stiamo parlando. Se nell'analisi compare l'etichetta modus tollens, o argomento per analogia, o premessa implicita, quelle parole trasferiscono informazione soltanto a chi ha già in mente la differenza fra una regola di inferenza che conserva la verità e uno schema presuntivo che rende la conclusione solo plausibile, fra una premessa taciuta perché ovvia e una taciuta perché indifendibile. Per chi quella differenza non la possiede, le etichette restano ornamenti: nomi tecnici appoggiati sopra caselle colorate, che producono l'impressione di aver capito senza il corrispettivo.
Ciò che la macchina produce è un'ipotesi di lettura e di ricostruzione, come del resto lo è ogni mappatura umana. Il generatore può fondere in un solo nodo due argomenti indipendenti, scambiare una concessione retorica per una premessa accettata, attribuire forma deduttiva a un passaggio che regge solo in via probabilistica, esplicitare un implicito che il testo non autorizza e lasciarne in ombra uno che decide tutto. Davanti alla frase «certo, alcuni studi mostrano benefici, ma nel complesso i rischi prevalgono», può registrare la prima parte come premessa che l'autore accetta, quando serve soltanto a far sembrare equilibrata la conclusione. Sono errori invisibili a chi non ha i criteri per cercarli. Chi non li ha approva la mappa perché è ordinata, e l'ordine somiglia alla correttezza abbastanza da passare per tale.
La delega, quindi, ha tolto la parte lenta e ha lasciato intatta la parte difficile. Diagrammare era faticoso, ma in larga misura meccanico: una volta identificata la struttura, tracciarla era una semplice esecuzione. Valutare la struttura era ed è il lavoro concettuale vero: chiedersi se la garanzia regge, se le domande critiche di quello schema trovano risposta nel testo, se l'evidenza portata è del tipo che quel dominio richiede, se l'obiezione mina la premessa o scalza l'inferenza. Ed è esattamente il lavoro che nessuna mappa svolge al posto di chi la legge.
Conclusioni
Abbiamo descritto il pensiero critico come una modalità che predispone la mente al giudizio e alla valutazione. L'estrazione e la visualizzazione ci dicono che cosa guardare e dove; il lavoro critico comincia da lì. A questo punto il pallino torna nelle nostre mani: le premesse sono accettabili? Sono rilevanti? Sono sufficienti? E se non lo sono, perché? Qui l'argument mapping tradizionale si ferma e si apre un'altra partita: un'evoluzione della mappatura argomentativa verso modalità più complesse supportate dall'intelligenza artificiale, sganciate dai metodi di visualizzazione tradizionali, con un'ontologia più ricca e funzionalità più sofisticate.
Si potrebbe dire che la competenza logica cambia collocazione. Prima serviva a monte, per costruire la rappresentazione; ora serve a valle, per interrogarla. Il che, a guardare bene, è una richiesta più esigente: costruire una mappa significa passare da un testo che conosciamo a una struttura che decidiamo noi, mentre validarne una significa esaminare una struttura decisa da qualcun altro, ricostruendo a ritroso le scelte che l'hanno prodotta e misurandole sul testo. È la differenza fra scrivere una traduzione e revisionare quella di un altro: la seconda operazione richiede almeno la stessa competenza della prima, più la disciplina di non fidarsi del risultato già confezionato.
Resta poi tutto ciò che una mappa, per sua natura, non può mostrare. Una carta geografica non dice perché una strada sia stata costruita lì; una mappa argomentativa non dice a quale scopo un argomento sia stato messo in quel punto, quale effetto produca sul lettore, quali alternative il testo abbia silenziosamente escluso. Il diagramma fissa l'ossatura inferenziale e lascia fuori la dimensione pragmatica e retorica, che spesso è il terreno su cui si decide la partita. Per accorgersi di quel che manca bisogna sapere che esiste.
Lo studio della logica e dell'argomentazione, allora, cambia funzione senza perdere peso. Serve meno per tracciare le frecce e più per chiedersi se siano quelle giuste, e per decidere se accettare la rappresentazione che ci viene proposta. Chi legge mappe senza conoscerne la grammatica ottiene una comprensione apparente: sa che il testo ha una struttura, e ignora se sia quella.
Con questi limiti e queste riserve, un generatore che unisce analisi, ricostruzione interpretativa e creazione dei diagrammi porta l'argument mapping ben oltre il Computer Aided Argument Mapping: il software disegnava ciò che l'analista aveva già ricostruito, il generatore propone la ricostruzione stessa e lascia all'analista il compito di verificarla.
Bibliografia
Alotto, P. (2022). Le mappe argomentative. Dino Audino Editore.
Beardsley, M. C. (1950). Practical Logic. Prentice-Hall.
Cattani, A. (2018). Palestra di botta e risposta. Per una formazione al dibattito. Libreriauniversitaria.it Edizioni.
Cullen, S., Fan, J., van der Brugge, E., & Elga, A. (2018). Improving analytical reasoning and argument understanding: a quasi-experimental field study of argument visualization. npj Science of Learning, 3, 21.
Davies, M. (2012-2013). Computer-Aided Argument Mapping and the Teaching of Critical Thinking (Parti I e II). Inquiry: Critical Thinking across the Disciplines, 27(2) e 27(3).
Harrell, M. (2011). Argument diagramming and critical thinking in introductory philosophy. Higher Education Research & Development, 30(3), 371-385.
Johnson, R. H., & Blair, J. A. (1977). Logical Self-Defense. McGraw-Hill Ryerson.
Monk, P., & van Gelder, T. (2004). Enhancing our Grasp of Complex Arguments. [Nota: Questa citazione è incompleta nell'originale, manca la fonte editoriale].
Pirozelli, P., Rocha, V. H. N., Cozman, F. G., & Aldred, D. (2026). An LLM-Based System for Argument Mining. arXiv:2605.13793. Raggiungibile all’indirizzo: https://github.com/do-ald533/llm_argumentation
Reed, C., Walton, D., & Macagno, F. (2007). Argument diagramming in logic, law and artificial intelligence. The Knowledge Engineering Review, 22(1), 87-109.
Scriven, M. (1976). Reasoning. McGraw-Hill.
Toulmin, S. E. (1958). The Uses of Argument. Cambridge University Press.
Twardy, C. (2004). Argument Maps Improve Critical Thinking. Teaching Philosophy, 27(2), 95-116.
van Gelder, T. (2015). Using Argument Mapping to Improve Critical Thinking Skills. In M. Davies & R. Barnett (A cura di), The Palgrave Handbook of Critical Thinking in Higher Education (pp. 183-192). Palgrave Macmillan.
Walton, D., Reed, C., & Macagno, F. (2008). Argumentation Schemes. Cambridge University Press.