L’affermazione di Sartre secondo cui l’uomo è l’essere che progetta di essere Dio occupa un punto centrale nell’ontologia del per-sé sviluppata in L’Être et le Néant. La realtà umana si definisce come mancanza di essere e come scarto rispetto a una pienezza ideale, mai posseduta. Il progetto fondamentale organizza l’esistenza come movimento verso una totalità che dovrebbe colmare la distanza tra coscienza e essere, tra libertà e fondamento. In questo quadro il riferimento a Dio nomina una figura-limite, che concentra l’aspirazione a una coincidenza piena con se stessi, senza indicare una possibilità ontologica realizzabile: questo progetto non conosce compimento. La mancanza resta strutturale e la libertà si esercita precisamente nell’impossibilità di chiudere il movimento in una sintesi definitiva. La coscienza rimane apertura, tensione, eccedenza rispetto a ogni determinazione data. Il progetto di essere Dio funziona come orizzonte regolativo negativo, che orienta l’azione senza mai stabilizzarla in una forma riconciliata. La soggettività sartriana si costituisce così come responsabilità radicalmente individuale, chiamata a rispondere di sé in assenza di garanzie.
Il confronto con il giovane Hegel consente di interrogare questa struttura da un’altra angolazione.
Negli scritti di Francoforte, la finitezza emerge come esperienza di scissione propria della soggettività moderna: separazione tra legge e vita e tra umano e divino. Questa scissione genera una forma di colpa che non riguarda singole azioni, ma la condizione stessa del soggetto, incapace di coincidere con l’infinito che lo attraversa. Il perdono di sé si configura allora come il movimento attraverso cui la coscienza accoglie la propria finitezza senza rinunciare all’infinito, integrando il limite nella vita dello Spirito.
È l' Aufhebung a svolgere un ruolo decisivo, anche prima della sua piena tematizzazione sistematica degli anni della Fenomenologia. La finitezza viene superata nella sua pretesa di autosufficienza, conservata come momento necessario ed elevata a elemento costitutivo di una totalità vivente: il perdono non elimina la frattura, ma la trasforma, rendendola produttiva. L’incarnazione, in questo contesto, assume il valore di figura speculativa della riconciliazione: il divino si realizza assumendo il finito, e il finito trova senso come luogo di manifestazione dell’universale.
Un aspetto fondamentale riguarda la natura non individuale di questo perdono.
Nel giovane Hegel la riconciliazione non è mai un atto privato della coscienza singola. Il soggetto è sempre pensato all’interno di una vita etica condivisa, di un orizzonte comunitario in cui la scissione può essere rielaborata. La colpa perdonata è una colpa storica e strutturale, che riguarda una forma di vita, non una biografia individuale. Il Noi costituisce la condizione stessa dell’Aufhebung: senza una mediazione collettiva, il limite resterebbe pura ferita.
Questo punto consente di chiarire per contrasto la posizione sartriana. In Sartre il progetto fondamentale resta ancorato al singolo, anche quando l’analisi si estende alla storia o alla prassi comune. La libertà non può essere delegata né assorbita in una totalità riconciliata. La mancanza non viene mediata da un Noi capace di conservarla e trasformarla, ma resta il luogo della decisione individuale. Anche nelle riflessioni più mature sul collettivo, il gruppo non assume mai la funzione di una sintesi riconciliativa: resta uno spazio attraversato da tensioni, instabile, reversibile.
Si palesa una genealogia obliqua. Sartre conosce Hegel soprattutto attraverso la mediazione di Kojève, il cui seminario parigino sulla Fenomenologia dello spirito insisteva sul desiderio, sulla negatività e sulla lotta per il riconoscimento, elementi che confluiscono direttamente nella concezione sartriana della coscienza come mancanza e progetto. Il giovane Hegel, tuttavia, resta sullo sfondo come figura di un’altra possibilità: quella di una finitezza che, anziché essere soltanto da trascendere, può essere assunta e in certo modo perdonata. Sartre sembra trattenere il gesto del trascendimento senza accettare l’idea del perdono, come se ogni riconciliazione rischiasse di compromettere la serietà della libertà.
In questo scarto si gioca la distanza decisiva tra i due pensieri. Il giovane Hegel pensa una finitezza che può riconciliarsi con se stessa senza dissolversi; Sartre pensa una finitezza che si progetta oltre se stessa sapendo di fallire. La vicinanza non va cercata nelle risposte, ma nella forma del problema: come pensare un soggetto che aspira all’infinito senza smettere di essere finito. Su questo terreno Sartre resta, nel senso più rigoroso, un erede inquieto di Hegel.
E quindi, se in Hegel il superamento conserva perché il negativo viene pensato come momento necessario dell’universale, e solo in questo movimento si rende possibile un Noi riconciliato, in Sartre il negativo resta irriducibile e ogni forma di totalità perde lo statuto ontologico. Il movimento rimane privo di conservazione, poiché ogni sintesi introdurrebbe una chiusura incompatibile con la libertà. La dialettica rinuncia così a un esito riconciliativo e si mantiene come tensione permanente. Il progetto di essere Dio mantiene la forma del desiderio di totalità, ma rinuncia alla possibilità di una sua integrazione.
Questa differenza rischiara anche la questione dell’attualità.
La formula sartriana descrive con notevole precisione molte configurazioni contemporanee della soggettività: individui chiamati a farsi integralmente, a fondarsi da soli, a trasformare ogni limite in compito personale. Il progetto di essere Dio si manifesta nelle sue forme concrete, dall’ideale di autosufficienza alla promessa di un’autorealizzazione illimitata, spesso sostenuta da dispositivi tecnologici, economici e simbolici che rafforzano l’isolamento della responsabilità. La cultura popolare offre immagini potenti di questa condizione: Essere John Malkovich funziona come metafora visiva del desiderio di abitare un altro, di farsi “tutto”, pur restando confinati nella propria finitezza, e della difficoltà di trovare riconciliazione o sostegno al di fuori di sé.
Il confronto con il giovane Hegel permette di formulare un’alternativa concettuale: la libertà non si esaurisce nella proiezione individuale del sé, ma trova consistenza nel Noi, nello spazio collettivo in cui i limiti possono essere assunti e trasformati senza dissolvere il singolare. L’Aufhebung della finitezza non annulla la frattura, ma la integra nella vita comune, rendendo possibile una libertà sostenibile, condivisa e responsabile.
La domanda che resta aperta riguarda proprio la possibilità contemporanea di questo Noi: è possibile pensare la libertà senza ridurla a impresa individuale estrema, evitando che il progetto di sé si trasformi in isolamento o in impossibilità di conciliare desiderio e realtà?
Il richiamo a Essere John Malkovich evidenzia la posta in gioco: l’illusione di abitare la totalità di un altro o di se stessi senza mediazioni collettive rischia di diventare un’esperienza paradossale e incompiuta.
Solo la tensione fra singolo e dimensione comunitaria, fra libertà e Noi, può rendere la coscienza aperta e attiva senza precipitare nel peso del totale individuale.
Bibliografia
Jean‑Paul Sartre, L’essere e il nulla, trad. di Giuseppe Del Bo, cura di F. Fergnani e M. Lazzari, Il Saggiatore, Milano 2014
G.W. F. Hegel, Scritti giovanili, a cura di M. Moschini, OrthotesEditrice, collana Germanica, 2015.
G.W.F. Hegel, Fenomenologia dello spirito, traduzione e apparati di Vincenzo Cicero, Testi a fronte, Bompiani, Milano, 2000.
Alexandre Kojève, Introduzione alla lettura di Hegel, a cura di G. F. Frigo, R. Queneau, Adelphi, Milano 1996.
Essere John Malkovich (Being John Malkovich) è un film del 1999 diretto da Spike Jonze.