E le fake news prosperano lì.
Perché è più facile credere che verificare. E perché le fake news non viaggiano sulla menzogna nuda: viaggiano sull’emozione.
Chi le diffonde senza riscontro oggettivo, di solito, non sta cercando la verità. Sta cercando tre cose molto umane:
📌 conferma,
📌 appartenenza,
📌 semplificazione.
La conferma serve a non rimettere in discussione le proprie idee (“avevo ragione io”).
L’appartenenza dà il conforto del branco (“lo dicono tutti nel mio giro”).
La semplificazione evita la fatica del pensiero critico (“sono tutti ladri, quindi è uguale”).
C’è poi un aspetto più scomodo, ma va detto senza ipocrisie: verificare richiede tempo, metodo e umiltà.
Tre risorse che la comunicazione di massa ha reso rare.
La fake news, invece, è pronta all’uso, emotiva, indignata, perfetta per essere rilanciata con un click e un “vergogna!!!”.
E infine c’è la cosa più grave: molti confondono l’opinione con il fatto.
Pensano che se una cosa “suona vera” allora lo sia.
Ma la realtà non funziona per suggestioni: funziona per atti, leggi, sentenze, documenti.
Tutto il resto è chiacchiera, rumore.
Per dirla in modo netto, senza indorare la pillola:
"chi diffonde fake news senza verificare non sta sbagliando informazione, sta rinunciando al pensiero".
E questo, oggi, è il vero analfabetismo.
Fermarsi, controllare, distinguere è più faticoso, sì. Ma è l’unico antidoto alla propaganda travestita da opinione.
E no, non è presunzione comunicativa. È restare dalla parte della realtà.