Go down


Mi capita spesso di fermarmi a pensare a cosa significhi davvero, al di là delle parole, l’esternazione di un sentimento di serenità e accettazione di altri. Accade spesso perché, lungi dall’esprimere coerenza, spesso la gran parte dei comportamenti dimostra invece un senso di contraddizione che non può essere del tutto casuale, non può non avere insomma i crismi dell’episodicità incontrollabile.

Se ho sospetti? Si, qualche idea ce l’ho.

Penso che dietro questa discrasia fra quello che (neanche tutti, peraltro) diciamo e i nostri comportamenti collettivi ci sia una sorta di chiave di lettura, non scontata, non univoca, ma certamente importante. Crediamo sempre che il nostro personale punto di osservazione sia quello vincente, il migliore, che insomma siamo al posto di comando. Accade con le persone, con gli animali e con tutte le cose del mondo.

Prendiamo per esempio il rapporto che abbiamo con gli animali. Perlopiù, gli animali piacciono all’umanità: moltissimi quelli che vengono utilizzati quotidianamente nel lavoro, per esempio, e in questo caso sono i proprietari a prendersene cura, con grande dedizione. E poi gli animali nei parchi, quelli (oramai pochi, fortunatamente) che è possibile vedere nei circhi, negli zoo, nei luoghi destinati alla loro quotidianità. A parole, ci piacciono anche gli animali in libertà: vivevo in Trentino quando, diversi anni fa, si è pensato di reintrodurre l’orso, animale tipico delle zone montane di confine dell’Italia. Arrivarono dalla Slovenia, all’epoca, e pian piano si sono impossessati di zone di territorio. Cos’altro avrebbero dovuto fare, d’altro canto? Fanno gli orsi, non sanno fare altro, e gli orsi fanno così. Forse, a noi piace l’idea dell’orso che abbiamo imparato a conoscere anni addietro in Tv nei cartoni animati, pensiamo che tutti gli orsi siano come Baloo, o magari come Yoghi e Bubu. Non è così. Gli orsi, nei boschi di montagna, fanno gli orsi.

Ecco, l’impressione è che a noi piacciano gli animali… che non facciano gli animali.

Se lavorano per noi, se stanno al loro posto e non interferiscono con i territori che pensiamo siano esclusivamente a nostro uso e consumo, se stanno calmi e paciosi dentro una gabbia, se ci fanno compagnia quando ci sentiamo soli, ecco, allora gli animali vanno bene. Vanno bene se si comportano da brave persone, insomma.

Questa idea umanizzante degli animali non funziona, però: perché gli orsi tendono a fare gli orsi, così come i lupi fanno i lupi, e anche i leoni perlopiù fanno i leoni. La nostra, nostra dell’umanità intendo, è un’idea di animali sempre e comunque funzionali e congrui con le esigenze e i ritmi di vita delle persone.

Non può funzionare.

Gli animali fanno gli animali e noi dovremmo fare le persone. Meglio se intelligenti, comprendendo che animali che facciano gli animali e piante che facciano le piante sono importanti per noi, che vogliamo – credo – continuare la nostra esistenza sul pianeta come specie.

Noi siamo solo una minuscola parte di un sistema complesso, molto complesso. Piante e animali c’erano anche prima dell’uomo sulla Terra. E probabilmente continueranno ad esistere anche quando noi non ci saremo più.

Pubblicato il 28 settembre 2026

Cleto Corposanto

Cleto Corposanto / Honorary Professor of Sociology, Writer

http://www.unicz.academia.edu