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Proseguo un filone che ho aperto con l’articolo precedente sul corpo delle donne (trovate il link in fondo alla pagina). Quel testo, condiviso su LinkedIn, ha acceso un acceso confronto: commenti con l’idea sottintesa che un uomo non abbia titolo per parlare di temi che riguardano il mondo delle donne.

Io penso che gli uomini debbano parlarne, a patto di farlo mettendosi in discussione, con equilibrio, dentro un linguaggio e un territorio che non sono quelli abituali del maschile. Si sta scomodi, ci si espone.

Stavolta parto da una frase che conosciamo tutti: “e fattela una risata” di fronte ad una battuta sessista e ad una reazione negativa ad essa. Ha la forma di un consiglio e la funzione di un ordine. Nel pezzo provo a guardare cosa fa davvero una risata in un gruppo, dove passa il confine del sessismo (se passa), e perché la risposta più efficace tocca a noi uomini: smettere di ridere, e rendere cara una battuta che finora non è costata niente a nessuno.

Anche se, a ben vedere, il vaffanculo, però, resta un’opzione sempre efficace.


Capita spesso. Qualcuno fa una battuta sessista, alcuni ridono, altri restano zitti, e a chi resta zitto arriva quasi sempre la stessa frase: “e fattela una risata”. Viene detta con la faccia di chi rende un servizio, come se il difetto stesse nel tuo senso dell’umorismo e la battuta fosse soltanto una battuta.

Vale la pena guardarla da vicino, perché fa più lavoro di quanto sembri. Ha la forma di un consiglio e la funzione di un ordine, e la pronuncia sempre la stessa persona: chi ha fatto la battuta, o chi ha riso, a chi ha taciuto.

Si dice spesso che le battute sessiste siano una cartina di tornasole: chi ride e chi no rivelerebbe chi è davvero. C’è del vero, ma la parte che manca pesa di più. Il riso, in quella stanza, misura se riconosci il codice in cui la battuta funziona, se ti senti dentro un gruppo che se lo può permettere, quanto prevedi di pagare per dissociarti. E produce l’appartenenza mentre la misura: chi ride si lega al gruppo, chi tace viene segnato per un istante come estraneo.

“E fattela una risata” arriva quando il silenzio inceppa questo meccanismo, e lo ripara con la forza. Chiede una prestazione emotiva su comando e sposta il problema: il difetto sta nella reazione, mentre la battuta resta fuori discussione. Somiglia al consiglio “vestiti in modo più sobrio se vuoi essere presa sul serio”, dove il disagio prodotto da qualcuno diventa colpa di chi lo prova.

Il dispositivo funziona anche tra uomini. In uno spogliatoio, a una cena di soli uomini, chi tace davanti a una battuta sulle donne o su un collega “poco uomo” si sente dire la stessa frase, spesso rinforzata da un “non fare la femminuccia”, con il femminile usato come insulto e il riso come prova di virilità. Il costo cambia. Per una donna la frase si appoggia su uno svantaggio già esistente, per un uomo difende un modello di maschilità che chiede conferme di continuo. La macchina resta la stessa, e questo indica dove sta il centro: il potere del gruppo sul singolo, con il genere come materiale a disposizione. Per questo un uomo che smette di ridere sposta più di quanto sembri. Rompe il dispositivo dall’interno, dove nessuno può dirgli che ha frainteso, perché è uno di loro.

Resta da capire dove passi il confine, e qui serve ammettere una difficoltà vera. Il sessismo somiglia a un campo con un centro denso, poche frasi su cui il consenso è quasi universale, e una periferia ampia dove la stessa battuta cambia significato secondo chi parla, a chi, con quale potere alle spalle. Su quella periferia persone in buona fede possono dissentire davvero. Questa incertezza reale presta credito anche ai casi limpidi: “fattela una risata” si presenta come correzione di un tuo fraintendimento su un caso ambiguo, mentre spesso il caso è chiarissimo e diventa ambiguo solo perché a qualcuno serve. C’è anche un sospetto più radicale: la caccia al confine esatto può funzionare da difesa. Discutere se una frase rientri nella categoria sposta l’attenzione da cosa faccia la battuta a dove cominci il reato, e la seconda domanda protegge chi parla molto meglio della prima.

Di qui l’obiezione classica: “allora non si può più ridere di niente”. Salta dal caso singolo al principio generale. Dire che una battuta rinforza una gerarchia riguarda quella battuta, e nessuno ha proposto di abolire l’umorismo. Quasi sempre la frase difende un repertorio preciso, quello su genere, razza, disabilità. Un test rapido: ti importa che si rida di meno in generale, o che resti disponibile proprio questo tipo di battuta? Se la risposta onesta è la seconda, è una posizione legittima, da dichiarare come tale.

E allora come si risponde?

La risposta più semplice è “vaffanculo”, e non la scarto: è d’effetto, ed è onesta. Ha però un difetto pratico. Chi la pronuncia, di solito una donna, paga subito il prezzo del tono, e la conversazione passa dalla battuta a lei. Inoltre lascia intatto il punto su cui tutto il meccanismo si regge.

Io sono un uomo, e credo che la risposta stia da questa parte. Quelle battute circolano perché gli uomini le garantiscono. Ridiamo per pigrizia, per timidezza, per non restare fuori, e ogni risata è una firma sotto la battuta. Finché la firma non costa niente, la battuta continua a circolare. Il lavoro da fare è renderla cara, e tocca a noi. Devono essere gli uomini a smettere di ridere, a lasciare il silenzio dove il silenzio pesa, a togliere il pubblico a chi le fa, a far sentire in imbarazzo un uomo che davanti ad altri uomini racconta cose che non hanno senso. Restare un po’ freddi quando la ripete, non cercarlo, non passargli la complicità che si aspetta. Deve scoprire che quella battuta, tra uomini, lo fa apparire piccolo.

Si può chiamare isolamento, ed è una sanzione sociale, la stessa che il gruppo esercita da sempre su chi non ride, rivolta finalmente nella direzione opposta. Per decenni il costo del dissenso l’ha pagato chi taceva. Va spostato su chi parla. Discriminare, in questo senso, vuol dire distinguere: smettere di trattare allo stesso modo il compagno di cene che rispetta e quello che trasforma ogni serata in una prova di appartenenza.

L’obiezione arriva da sola: anche questa è pressione di gruppo, la stessa che il pezzo ha appena criticato. Lo è, e la differenza sta nel lavoro che fa. La pressione che costringe a ridere difende un privilegio e lo ripara dal dissenso. Quella che toglie il pubblico a una battuta lo espone e lo rende contestabile. Una sanzione sociale si giudica da chi protegge e da chi colpisce, e questa colpisce chi finora non ha mai pagato nulla.

Bastano gesti minimi: il sorriso che manca, la battuta che cade nel vuoto, un “questa non fa ridere” detto piano a un altro uomo, davanti agli altri. Il costo per il primo che smette è alto, per il terzo è già basso, e a un certo punto la stanza cambia. Chi lo fa può anche sbagliare su dove passi il confine. Gli basta smettere di garantire la battuta col proprio riso.

Torno alla frase dell’inizio. “E fattela una risata” funziona finché la stanza la sostiene, cioè finché ci sono uomini pronti a ridere per farla passare. Quando smettono, resta quello che è sempre stata: la frase di una persona sola, che chiede a qualcuno di ricucire ciò che ha aperto lui.

Poi, certo, anche il vaffanculo, tutto sommato, ha sempre il suo perché.


Referenze Stultifere

Pubblicato il 28 settembre 2026

Martino Pirella

Martino Pirella / Consulente e formatore AI

https://martinopirella.com