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La Gen Z non è il problema. È il referto.

Raccontata come fragile, impaziente, ipersensibile, la Generazione Z non è un'anomalia da spiegare ma un sintomo da leggere. Registra prima degli altri le faglie di un modello di civiltà che pretende disponibilità totale, esposizione continua e tenuta psicologica impeccabile. La domanda seria non è cosa non va in loro, ma cosa raccontano di noi.


Ogni generazione si inventa una favola utile su quella che segue. I boomer sarebbero stati idealisti, la Gen X disincantata, i millennial narcisisti, la Gen Z fragile. È sempre la stessa operazione: trasformare una mutazione storica in un difetto morale, per non fare i conti con il mondo che si consegna. Così si evita il compito più scomodo, che è capire che cosa un'epoca fa alle persone che vi crescono dentro. La Gen Z, da questo punto di vista, non è il problema. È il referto.

Di loro si dice che hanno poca pazienza, soglia d'attenzione ridotta, identità cangianti, un rapporto ambiguo con il lavoro, una strana alternanza tra esposizione continua e desiderio di sparire. Tutto vero, e tutto insufficiente. Perché questi tratti non nascono nel vuoto. Nascono dentro un ecosistema che ha trasformato la presenza in prestazione, la visibilità in moneta, l'opinione in reazione, il desiderio in dato. Non sono semplicemente "nativi digitali" — formula comoda di Prensky che spiegava molto e capiva poco. Sono i primi esseri umani cresciuti in un ambiente in cui l'interfaccia non si limita a mediare il mondo: lo organizza. Per loro non c'è stata una soglia da attraversare. Non c'è stato un "prima".

I dati, quando si fanno parlare, confermano il quadro senza ambiguità. L'Istat registra da anni un aggravamento del divario economico intergenerazionale e un peggioramento marcato del benessere psicologico tra gli under-25. Deloitte nella "Gen Z & Millennial Survey 2025" segnala che quasi metà della Generazione Z globale dichiara di non sentirsi finanziariamente sicura. Non sono numeri di colore: sono la firma di un'epoca. Una generazione cresciuta nell'abbondanza informativa soffre di una crisi acuta di senso — e il mistero sparisce non appena si smette di cercare cause univoche. La tecnologia non è il demiurgo del disagio: è l'amplificatore di una contraddizione che viene da altrove. Una società che ha promesso realizzazione individuale infinita e ha consegnato precarietà strutturale, crisi climatica, istituzioni che faticano a produrre fiducia.

È qui che molti adulti sbagliano diagnosi. Scambiano la stanchezza per fragilità. Scambiano il rifiuto di certi rituali per mancanza di valori. Scambiano la diffidenza verso le istituzioni per immaturità. E invece chi entra nella vita adulta in questi anni ha imparato una lezione brutale: nulla è stabile abbastanza da meritare obbedienza cieca. La fiducia, in un paesaggio così, non nasce spontanea. Va meritata.

Anche il rapporto con il lavoro meriterebbe meno caricatura e più onestà. Si ripete che non hanno spirito di sacrificio. Formula sospetta. Molto spesso significa solo che non considerano più onorevole farsi consumare in silenzio. Hanno capito che la retorica della dedizione, quando non è accompagnata da reciprocità, è una liturgia aziendale e nulla più. Quando chiedono equilibrio, senso, flessibilità vera e non unilaterale, non stanno dichiarando guerra al lavoro: stanno rifiutando il ricatto travestito da vocazione.

Sarebbe sciocco, naturalmente, idealizzarli. La Gen Z non è una generazione salvifica, non porta in dote una moralità superiore, non è l'avanguardia pura di un mondo migliore. Porta con sé, anzi, molte deformazioni del proprio ambiente: impazienza, ansia da posizionamento, tendenza a trasformare l'identità in marchio, facilità con cui l'indignazione diventa performance. Ma anche qui la domanda seria è un'altra: chi ha costruito il palcoscenico su cui tutto deve essere dichiarato, rivendicato, misurato, certificato in tempo reale? Attribuire ai giovani le torsioni del mondo digitale è un po' come lamentarsi del fumo dopo aver incendiato la stanza.

C'è però un tratto che merita di essere letto senza condiscendenza, perché le generazioni precedenti non hanno dovuto acquisirlo: la capacità di navigare l'ambiguità radicale. La Gen Z è post-ironica per necessità adattiva, non per postura estetica. Sa che le narrazioni sono costruite, e le smonta in tempo reale con una velocità che scambiamo per cinismo e che è invece una forma sofisticata di lettura critica del reale. Sa, con una chiarezza che a volte fa impressione, che il sistema li ha ingannati — e tuttavia continua a cercare modi per abitarlo, modificarlo, sopravvivergli.

Il punto, allora, non è celebrarli come avanguardia etica né liquidarli come generazione incapace di reggere la complessità. Il punto è riconoscere che funzionano da sismografo. Registrano prima degli altri le faglie di un modello di civiltà che pretende simultaneamente disponibilità totale, esposizione continua, competizione permanente e tenuta psicologica impeccabile. Un modello che chiede autenticità e premia la recita, che parla di benessere e monetizza l'attenzione, che invoca libertà mentre addestra dipendenze. Se i più giovani reagiscono male, forse non è perché sono deboli. Forse è perché il sistema è diventato troppo esigente per restare invisibile.

In questo senso la Gen Z non andrebbe "spiegata" con il tono con cui si descrive una specie esotica. Andrebbe ascoltata, anche quando irrita. Soprattutto quando irrita. Perché ciò che disturba negli under trenta non è la loro superficialità, ma la loro capacità di smascherare riti ormai vuoti. Se non credono alla carriera come religione, è perché hanno visto troppi adulti sacrificare la vita a organizzazioni incapaci di restituire senso. Se pretendono coerenza dalle istituzioni, è perché sono cresciuti dentro una scena pubblica che ha abusato del linguaggio fino a svuotarlo. Se difendono con ostinazione i propri confini, è perché hanno capito che un sistema senza limiti finisce quasi sempre per divorare chi lo abita.

Chiedere loro di "avere fiducia" senza che le istituzioni abbiano dimostrato di meritarla è una forma di gaslighting intergenerazionale. Chiedere loro di "essere pazienti" è offensivo nella misura in cui noi, quelli venuti prima, non siamo stati altrettanto pazienti quando le condizioni erano molto più favorevoli.

La domanda giusta, allora, non è: che cosa non va nella Gen Z? La domanda giusta è: che cosa racconta di noi la Gen Z? Racconta un mondo più connesso e meno condiviso, più espressivo e meno capace di ascolto, più sensibile alle differenze e più povero di legami. Racconta un'umanità addestrata all'interazione e affamata di relazione. Racconta, soprattutto, il fallimento di una classe adulta che ha chiamato progresso qualunque accelerazione e ora si stupisce se i giovani non vogliono più correre a occhi chiusi.

Non serve compatirli. Non serve idolatrarli. Serve, più sobriamente e più radicalmente, prendere sul serio il loro sintomo. Perché i sintomi, quando vengono liquidati come capricci, prima o poi presentano il conto. E la Gen Z, con tutta la sua inquietudine, non sta chiedendo indulgenza. Sta chiedendo una cosa molto più scomoda: una rotta diversa, o quantomeno la lucidità di ammettere che la nave imbarca acqua. Sta chiedendo verità.


Pubblicato il 17 aprile 2026

Andrea Berneri

Andrea Berneri / Head of Architectures, Cybersecurity & Business Continuity @Fideuram ISPB. I turn complex systems into strategies, bridging law, tech, and organization—with method, irony, and precision