“I giovani, visti sempre più come un ulteriore fardello per la società, hanno smesso di essere inclusi in qualsiasi discorso sulla promessa di un futuro migliore. Essi sono invece considerati parte di una popolazione usa e getta, la cui presenza minaccia di richiamare alla mente memorie collettive rimosse sulla responsabilità degli adulti.” - Una citazione da Henry a. Giroux, letta nel libro di Zygmunt Bauman, Un mondo fuori asse, Editori Laterza, Bari 2012, Pag. 140
“È questo che la filosofia ci insegna […]. Il filosofo corrompe la gioventù nel senso che tenta di dimostrarle che esiste una falsa vita, una vita devastata, che è la vita pensata e praticata come lotta feroce per il potere, per il denaro. La vita ridotta con ogni mezzo, alla pura e semplice soddisfazione delle pulsioni immediate.” Alain Badiou, La vera vita, Ponte alle Grazie, Firenze 2016, Pag.13
«Fondamentalmente, corrompere la gioventù significa una cosa sola: tentare di fare in modo che la gioventù non ripercorra i sentieri già tracciati, che non sia semplicemente votata a obbedire ai costumi della città, che possa inventare qualcosa, proporre un altro orientamento per quel che riguarda la vita. La gioventù ha due nemici interiori. Il primo nemico è quella che potremmo chiamare la passione per la vita immediata, per il piacere, per l'istante. Quando questa passione organizza una vita intorno al singolo giorno, una vita appesa all'immediato del tempo, una vita in cui il futuro è invisibile o comunque del tutto oscuro, allora si viene indotti a una forma di nichilismo, una forma di concezione dell'esistenza che non ha alcun senso unificato. Una vita privata di significato, e dunque incapace di durare nel modo in cui dura una vita vera e propria. Quello che allora si chiama "vita" è un tempo ritagliato in istanti più o meno buoni, più o meno cattivi, e in fin dei conti avere più istanti possibili che siano pressappoco accettabili è tutto quello che si può sperare dalla vita. In definitiva, questa concezione smembra l'idea stessa della vita, la disperde, ed è il motivo per cui questa visione della vita è anche una visione della morte. La morte afferra la vita e la decompone, la strappa al suo significato possibile.” Alain Badiou, La vera vita, Ponte alle Grazie, Firenze 2016
In una società occidentale in fase de-generativa, dalla natalità in declino e dalla demografia in crisi, il Nostroverso che si arricchisce di pratiche umaniste non può non farsi carico delle nuove generazioni, gettate nel mondo in una situazione particolarmente complessa, destinate a “mangiare “amarezza”. Nell’età del nichilismo che “già da tempo e in modo invisibile, si aggira per la casa” e impedisce di guardare al futuro come una promessa, gli adulti che ancora si interrogano su come stare al mondo, hanno il dovere di occuparsi del futuro dei più giovani.
Un modo per favorire una rigenerazione futura fondata sulla possibilità di vivere una vera vita, senza perdere il dono della meraviglia e del desiderio di esplorazione. Un modo per fornire loro una via di uscita aiutandoli a vincere il nichilismo che li abita come un ospite inquietante, insegnando loro, come ha fatto Umberto Galimberti nel suo libro L’ospite inquietante, “la temperanza, il giusto mezzo, l’arte del vivere dei greci, che consiste nel riconoscere le proprie capacità e “nell’esplicitarle vederle fiorire secondo misura”.
Sui giovani, questa società malata e stanca, suggerisce agli adulti di investire con coraggio, coinvolgimento, passione, lungimiranza e determinazione. Per aiutarli a superare quella che Lamberto Maffei chiama “anoressia dei valori”, a non percorrere passivamente sentieri già tracciati da altri, a coltivare la loro immaginazione e a inventare qualcosa, liberandosi dalla presa ludica e consumistica acquisita sui loro comportamenti da potentati tecnologici il cui unico interesse è la loro trasformazione mercificante in consumatori compulsivi, in audience di messaggi promozionali e in mercati vergini da coltivare e fidelizzare. Liberarsi dalla ragnatela della comunicazione tecnologica avvolgente e veloce è solo il primo passo verso un cambiamento antropologico radicale in grado di favorire una ribellione contro il vuoto culturale attuale e la follia che sembra dominare le relazioni e i comportamenti dei più.
Liberarsi dalla ragnatela della comunicazione tecnologica avvolgente e veloce è solo il primo passo verso un cambiamento antropologico radicale
La ribellione non deve guardare a esempi del passato ma dare inizio a qualcosa di nuovo, per resistere in modo solidale alle forze barbare e reazionarie emergenti, in difesa della Terra e del suo ambiente, dell’umanità tutta, della civiltà democratica, della conoscenza, della solidarietà e della compassione come valori fondanti di un nuovo umanesimo, capace di umanizzare il progresso, la tecnologia, lo stato sociale, la politica. Come ha scritto Edgar Morin in Svegliamoci, l’azione umanista richiede coraggio e fraternità, di non disperare e di impegnarsi in una nuova alleanza che veda insieme le nuove e le vecchie generazioni. Giovani e anziani (consideriamo persi quelli delle generazioni di mezzo?) impegnati insieme a rilanciare una nuova agenda pensata per progettare un futuro nel quale sia possibile abitare la complessità portando il mondo fuori dalle crisi e dalle incertezze attuali, per passare dalla sopravvivenza attuale alla vita.
Da adulti e da “vecchi” non si può non fermarsi a riflettere sui giovani e sul loro destino futuro sempre più compromesso. La responsabilità è delle generazioni che li hanno preceduti (“Il futuro glielo abbiamo tolto noi, facendo a meno di loro” scrive Umberto Galimberti). La causa va ricercata in una cultura incapace di valorizzare e sfruttare le loro capacità, che mercifica ogni aspetto della loro vita attraverso il potere invasivo di piattaforme social sulle quali trascorrono in media più di sette ore al giorno. Bisogna interrogarsi su cosa sia possibile fare, per dare ai giovani gli strumenti che servono per crescere, maturare, costruirsi un futuro, dentro una visione collettiva e non mercantile della società e della loro esistenza.
Bisogna dare loro una scuola che punti a farli diventare uomini, a formarsi una testa ben fatta e piena di domande prima ancora di insegnare loro competenze, a sapersi scegliere un proprio percorso di crescita personale, rifuggendo dalla facile assimilazione a viaggi già fatti e a percorsi già definiti da altri.
Possiamo provare ad aiutarli, mettendosi al loro fianco, a resistere al potere corruttivo delle forze tecnologiche ed economiche in campo, responsabili di una narrazione tutta incentrata su alcuni memi e concetti quali il divertimento e il piacere dell’istante, il sesso (ormai porno online), i soldi e la ricerca spasmodica del successo, il potere. Insegnando loro un rapporto diverso con il tempo, in modo che possano sfuggire al presentismo della vita immediata, ritagliata su momenti più o meno buoni, che caratterizza le loro esistenze quotidiane, per tornare a esplorare e progettare, a creare e a costruire, a mettersi in discussione, rallentare e capire. Senza per questo sottomettersi alle narrazioni conformistiche predominanti e all’ordine vigente. Nell’era del Tecnocene sono all’opera tante armi potenti di distrazione di massa che distolgono tutti, in particolare i più giovani, dal focalizzarsi sulla vera vita e sul senso della propria esistenza, dal provare a esistere invece di lasciarsi vivere nella noia, lasciando come via di uscita la possibilità di abbandonarsi a qualche forma di dipendenza o di assorbire anestetici vari per superare frustrazione, inquietudine e angoscia.
Scomparsa l’età di mezzo, oggi rappresentata da adulti che aspirano a sembrare giovani e a comportarsi come tali, si assiste a padri e madri che rinunciano al loro ruolo di educatori per mimetizzarsi nella cultura giovanile (pensate alle mamme su Facebook), evidenziando la ricerca di una eterna giovinezza che si manifesta anche nei comportamenti online. Si vive il presente e si rifugge dall’invecchiamento, con l’obiettivo di allungare una giovinezza che non c’è più. I giovani, oggi esposti a un’adolescenza infinita, appaiono impegnati in una gara nichilistica fatta di giovanilismo, competizione, ricerca dell’efficienza e della prestazione, della velocità e del successo.
Senza limiti percepiti e senza frontiere o punti di riferimento, rischiano di bruciarsi o di diventare sudditi obbedienti del conformismo alienante che caratterizza la nostra tecno-società. Al tempo stesso vivono situazioni di difficoltà che, nel Nostroverso e fuori dal Metaverso che essi abitano, si traduce in precarietà lavorativa, incertezza esistenziale e di futuro, difficoltà a costruire rapporti affettivi stabili, disturbi psichici e malessere che li imprigiona in un vuoto esistenziale da cui da soli sentono di non poter uscire. Situazioni di difficoltà nascono anche dalle differenze di classe, di genere (diventato fluido), di provenienza e identità, di fede e di religione, di comportamenti. A loro possono rivolgersi gli anziani, i più disinteressati al futuro ma anche esponenti di una generazione che non ha più nulla da perdere, perchè hanno già vissuto.
Gli anziani possono farsi carico dell’avvenire dei giovani, agire per aiutarli a liberare le loro energie di cambiamento e di rinnovamento, coltivando la loro speranza, il loro ottimismo
Gli anziani possono farsi carico dell’avvenire dei giovani, agire per aiutarli a liberare le loro energie di cambiamento e di rinnovamento, coltivando la loro speranza, il loro ottimismo e la loro ricerca di in senso della vita. Ribaltando il pensiero cinico e stanco di persone anziane che, forse per essere state a loro volta ingannate, malmenate e umiliate dalla vita, hanno smesso di sognare, rinunciato a condividere con i più giovani le loro testimonianze e le loro narrazioni, questi anziani possono oggi tornare ad agire in forma pedagogica e educativa, nella convinzione che l’istruzione sia l’unica vera arma per cambiare il mondo.
La collaborazione tra giovani (Generazione Zeta) e anziani (Baby Boomers) nell’ottica del Nostroverso deve dare progettualità a una pratica umanista che prenda la forma realista, al tempo stesso utopica, della proposta lanciata dal filosofo francese Alain Badiou nel suo libro potente e sincero del 2016, La vera vita. Appello alla corruzione dei giovani. Nel testo che regala una suggestiva lettura della condizione giovanile nella tecno-contemporaneità, il filosofo si è rifatto al pensiero filosofico di Socrate e alla poetica di Rimbaud per rivolgere ai giovani un appello corruttivo fatto di tante suggestioni filosofiche. Tutte finalizzate a evidenziare che esiste una dimensione dell’esistenza irriducibile alla soddisfazione di pulsioni immediate, al piacere, al gioco, al denaro, e al successo. Esiste, questo il messaggio del filosofo, una vita diversa, fondata sulla creatività, piena di senso e di desiderio, che vale la pena di essere vissuta.
La proposta del filosofo parte dall’attualità che vede le nuove generazioni schiacciate da precarietà economica e cognitiva, da crisi ricorrenti e scenari futuri foschi e poco promettenti. Badiou si è interrogato sul significato dell’essere giovani oggi, dentro mondi virtuali luccicanti di merci, gratificazioni ludiche e vite digitali, ben lontane dalla vera vita alla quale dovrebbero invece aspirare, per proporre una alleanza che parta dalla volontà degli anziani di corrompere i giovani per guidarli verso la vera vita. Una vita nella quale è richiesto l’abbandono della pigrizia e dell’inerzia (la qualità degli Sdraiati di Serra) in modo da poter lottare contro le convenzioni, i pregiudizi e le prevenzioni. Badiou si propone di corrompere i giovani invitandoli a rompere con la tradizione e le consuetudini consolidate, a cercare e a percorrere strade nuove rifiutando il conformismo dilagante con le sue narrazioni semplificate e dogmatiche del mondo. Chiede ai giovani di rinunciare al consumo, di esercitare lo spirito critico e la libertà di scelta, non accontentandosi delle informazioni gratuite ottenute, per perseguire la conoscenza e il sapere, rifiutando il giovanilismo che impedisce di maturare e diventare adulti preparandosi a invecchiare, per tornare a essere attivi sulla scena politica e pubblica, abbracciando la pratica della cittadinanza e delle battaglie civili, impegnandosi per un nuovo umanesimo.
I filosofi si sono sempre interessati dei giovani, non potrebbero non farlo. L’invito del filosofo Badiou nasce dall’analisi dei numerosi fenomeni che nella realtà quotidiana raccontano il malessere delle nuove generazioni e la loro difficoltà ad affrontare con strumenti adeguati la loro esistenza. Sono fenomeni che raccontano di bande minorili in guerra tra loro o attive nell’infierire su soggetti più deboli o disabili, della crescita costante nell’abuso di sostanze stupefacenti e di alcool, di una sessualità disinibita ma anche espressione di violenza individuale e di gruppo, di gesti ribelli che a scuola si traducono in violenze contro il personale insegnante, compiuti spesso senza alcuna consapevolezza, ecc. Su questi fenomeni il filosofo invita alla riflessione per poter elaborare una diagnosi, necessaria per poter mettere in campo gli strumenti che servono per la cura.
Le nuove generazioni dell’era digitale, ma senza grandi differenze da quelle che le hanno precedute, vivono la contraddizione del vivere alla giornata ricercando il piacere e il divertimento dentro il tempo reale del presente, e al tempo stesso attivandosi per fare soldi, diventare ricchi e avere successo. Un dualismo insolubile che un tempo era reso più gestibile dalle molte pratiche di iniziazione a cui i giovani dovevano sottostare. Pratiche che oggi non ci sono più, evaporate come sono dentro azioni abitudinarie e ripetitive, che trovano spazio dentro le piattaforme social online. Su di esse i più giovani si ritrovano anche a interagire e a confrontarsi con fenomeni diffusi di giovanilismo praticato da adulti che vogliono essere giovani a tutti i costi e come tali si comportano. Da ottantenne e lontano da ogni forma di giovanilismo Badiou (86 anni e che nel 2023 è stato vittima di una bufala che annunciata la sua morte) propugna con il suo libro un’alleanza tra giovani e anziani, tra ragazzi e ragazze della generazione Zeta e ultrasessantenni che, non ancora confinati in una RSA, non hanno ancora rinunciato a cambiare il mondo, nel caso di Badiou a sperare ancora nell’avvento del comunismo. Possono condividere esperienze, letture, conoscenze e pratiche politiche sperimentate quando da giovani si erano formati al cambiamento attraverso le lotte e le rivoluzioni dei costumi che hanno caratterizzato gli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso.
Nella loro precarietà esistenziale fatta di smarrimento e incertezza, molti giovani si trovano oggi a dover affrontare un periodo di grandi cambiamenti che vede la fine dei modelli economici associati all’idea di sviluppo dominante il panorama intellettuale del ventesimo secolo. La tecnologia non ha fatto che accelerarne l’arrivo, oggi è parte in causa degli effetti che ne sono derivati. In termini di ingiustizie e di disuguaglianze, di disorientamento culturale, di precarizzazione del mondo del lavoro e di disastro ecologico, di crisi delle democrazie occidentali e di affermazione di sovranismi populisti che marcano il terzo millennio come l’inizio di una nuova era.
La forza accelerazionista della tecnologia ha dato forma all’idea di sviluppo attuale, livellando comportamenti e stili di vita, senza alcuna differenziazione tra ceti medi e ceti popolari. Tutti possono fare shopping online, moltitudini possono avere uno smartphone, tutti (non esageriamo, quasi tutti) possono accedere a Internet, guadare le stesse serie televisivi o gli stessi video YouTube. La tecnologia ha cambiato il linguaggio, le relazioni, la politica, il mondo, ma non è riuscita a far nascere modelli di sviluppo alternativi capaci di riempire di contenuti uno sviluppo attuale di plastica, entità vuota anche se sempre raccontata come piena di promesse e vantaggi per tutti. Mentre la tecnologia predica innovazione e progresso bisogna oggi fare i conti con uno sviluppo disuguale e ingiusto, con vere e proprie forme di regressione.
La crisi climatica, la pandemia e la guerra hanno indicato con forza che qualcosa sul pianeta Terra non funziona più: la crescita infinita si è arrestata, la politica è implosa, moltitudini di persone dispongono di scarsi strumenti conoscitivi e intellettuali per affrontare le crisi che emergeranno. Una crescita misurata in base al PIL e all’aumento di produzione, che non tiene conto dei servizi, dei beni comuni e del benessere delle persone, non regge più. Responsabile non è solo l’avidità implicita nel modello di sviluppo economico attuale ma anche una cultura malata, consumista, alla ricerca costante di novità, di innovazione e di nuovi prodotti.
Chi oggi percepisce di essere dentro una crisi sistemica multidimensionale che ne contiene tante altre, è chiamato a operare per dare forma a una nuova mentalità, a contribuire a un cambio di paradigma, necessario per superare la confusione culturale e il disincanto, il disordine e il caos attuale, l’ansia e la rabbia crescenti, la paura diffusa insieme al timore che scarse sono le prospettive ottimistiche per il futuro. Un modo per generare un cambio di mentalità è rifocalizzare l’attenzione sul Nostroverso, abbandonare le fortezze individualiste, egoiste e nichiliste dei tanti mondi virtuali abitati, così come quelle nazionaliste e populiste della realtà fattuale, per investire in solidarietà e collaborazione. L’una e l’altra dovrebbero essere al centro di una convergenza di interessi intergenerazionali, tra le persone anziane e le nuove generazioni Zeta che sembrano sentire sulla loro pelle la fine del globalismo, del mito del progresso, dell’ideologia assolutista tecnologica, e l’emergere di numerose crepe che interessano l’ambiente, la scuola, il lavoro, i diritti, la democrazia e la libertà.
Il dialogo intergenerazionale da promuovere deve partire dalla critica ai costumi della civiltà globalizzata corrente fondata sul conformismo utilitarista e sull’omologazione
Il dialogo intergenerazionale da promuovere deve partire dalla critica ai costumi della civiltà globalizzata corrente fondata sul conformismo utilitarista e sull’omologazione, per suggerire l’allontanamento da percorsi già tracciati, praticando la disobbedienza, ricercando e inventandosi alternative concrete, fondate su un altro orientamento per quel che riguarda la vera vita. In un mondo (quello occidentale) di vecchi e dominato da adulti, che continuano a detenere il potere a scapito di giovani e di donne, l’anziano ha smesso di essere un maestro, come lo era nelle società tradizionali, persona saggia di riferimento perché anziana e dalla lunga esperienza. A prevalere è la valorizzazione e la celebrazione della giovinezza, di un giovanilismo ideologico e mercantile che è un capovolgimento dell’antico culto dei vecchi saggi. Il giovanilismo ha colpito anche gli adulti e gli anziani, creando il paradosso di una società nella quale i vecchi vogliono restare giovani a tutti i costi e i giovani non aspirano a diventare adulti. La tecnologia e le sue piattaforme coltivano il giovanilismo, così come l’individualismo dando forma a nuovi riti e ritualità tesi a eliminare quelli obsoleti, ardui e complicati, tipici di una severa iniziazione al passaggio alla maturità e all’età adulta. I giovani dell’era digitale del nostro mondo occidentale, ma forse di tutto il mondo che ha accesso alle piattaforme social, vivono una giovinezza più libera, sentono di poter bruciare le tappe, dispongono di margini di manovra più ampi di una volta. Margini che però possono essere usati sia per bruciare sia per costruire la loro esistenza.
Poter bruciare le tappe, elimina ogni iniziazione ed espone i giovani a una adolescenza infinita, all’impossibilità di trattare e di regolare le proprie passioni, a una vita errante tra i luccichii delle merci e la finta socialità dei social, a una difficoltà nel saper riconoscere limiti e confini, frontiere e suoi molteplici aldilà. Ne deriva un disorientamento che nasce dalla contraddizione tra una società che decanta la giovinezza, ma al tempo stesso non sa cosa farne e forse, essendo vecchia, ne ha paura. La realtà intanto racconta una società nella quale i giovani vivono vite precarizzate e senza lavoro, anche questo un problema perché il lavoro da sempre è stato una forma d’iniziazione. E gli anziani non riescono a trovare un ruolo, si sentono svalutati e destinati semplicemente a morire.
Giovani ribelli, rivoluzionari, e anziani coriacei e critici, hanno oggi il bisogno di trovare forme militanti di ribellione con l’obiettivo di contrastare la narrazione dominante, che li vorrebbe eternamente giovani e passivi, disorientati e “interminabilmente privi di ogni marca di esistenza positiva”. La collaborazione tra anziani e giovani deve nascere dalla comune percezione di trovarsi sulla soglia di un nuovo mondo, dentro una crisi dalla quale gli scenari futuri che potrebbero presentarsi romperanno ogni residuale collegamento con le tradizioni millenarie passate. Di queste rotture non conosciamo quasi nulla, ne percepiamo la capacità dirompente, ma non riusciamo ancora a coglierne le valenze positive, se non quelle percepite come assenza di divieti e proliferazione di libertà negative come il consumismo, il prevalere delle mode e delle opinioni senza che ci sia alcuna nuova idea di società orientata alla vera vita. La difficoltà, a scorgere il nuovo mondo in emersione e le rotture con il passato, crea nei giovani una crisi soggettiva nell’interpretare i segnali che arrivano da una narrazione che tende a nascondere i dati e lo stato presente, che poi è un modo un modo per impedire analisi critiche, conoscenza e consapevolezza maggiori sulla realtà vissuta. Una realtà nella quale la maggior parte delle persone non vive dentro bolle felicitarie come quelle celebrate sui social, ma subisce il dominio dei pochi che detengono la maggior parte della ricchezza del mondo creando immense disuguaglianze.
Oggi il 10% della popolazione mondiale possiede l’86% del capitale disponibile. L’1% detiene da solo il 46% di questo capitale. E il 50% della popolazione mondiale non possiede esattamente nulla, lo 0%. Entro una narrazione, tendenzialmente conservatrice e inadeguata per le sfide che ci attendono, le prime a essere disorientate e confuse sono le nuove generazioni. Le prime a pagarne le conseguenze, in difficoltà a mettere in discussione un modello di sviluppo nel quale la libertà e la democrazia sono diventate parole vuote, ma che continua a recitare l’inesistenza di modelli alternativi, come se non ci fossero soluzioni possibili alle disuguaglianze in atto.
Lavorare sulle alternative possibili, cercare di dare loro forma è il terreno sul quale è possibile trovare sinergie e obiettivi comuni tra generazioni diverse. I più giovani, insieme ai più vecchi sono oggi i più colpiti. I giovani sono chiamati a forme nuove di simbolizzazione del presente e del futuro, provando a immaginare scenari futuri nei quali prevalgano solidarietà, reciprocità, nuove forme ugualitarie e non gerarchiche di socialità. Il viaggio da compiere non sarà semplice, ma il partire è l’unico modo per costruire, per sradicarsi e passare oltre, abbandonando certezze e insicurezze, assaggiando il potere e il piacere della partenza.
Ci si può adagiare e vivere passivamente la vita imposta dalle narrazioni correnti o scegliere l’esilio, armarsi di strumenti utili a decifrare la realtà e il mondo per prenderne (tecno)consapevolezza, recuperare la dimensione di una libertà affermativa, investire sulle proprie capacità immaginative, cercando nuove strade, seguendo una bussola diversa da quella nichilista e individualista oggi tanto decantata online. Ci si può bruciare al fuoco prometeico del Titano tecnologico o scoprire il fuoco fondamento della vita che nel corpo umano è il cuore, “un sole interiore che irradia il calore della vita fino agli arti esterni[1]”, prestando ascolto alle emozioni.
Seguire la nuova bussola è un modo per ricostruire la propria soggettività e riguadagnare la fiducia necessaria per affrontare sfide complesse, per partire in direzione di quella che il filosofo a cui ho fatto riferimento in queste pagine, Alain Badiou, ha definito come la vera vita, situandola al di là della neutralità mercantile e al di là di vecchie idee di gerarchia.
Note
[1] Francesco Boer, Il piccolo libro del fuoco – Il Saggiatore, Torino 2022, Pag. 52