O forse, la questione di fondo (la "banalità del male") è proprio questa: la negazione della magia narrativa e poetica ad un’infanzia cui viene sbattuta in faccia la realtà adulta passandola per la realtà tutta. Questo trend è esploso con Shrek (il re del citazionismo pop e del cinismo antisistema) ed è diventato lo standard industriale. Che a noi piace, perché ci rispecchiamo e ci fa sorridere, ma poiché è un innocente cartone animato lo diamo a bere ai nostri figli. Ormai il cartone animato è quasi sempre un contenitore di metafore sociologiche pensato da adulti per adulti.
Questa trasformazione esprime l’inganno di fondo, la mimesi del reale. Proprio come la scopa elettrica giocattolo prepara il bambino all'idea che pulire è un'attività della vita, questi cartoni preparano il bambino alle dinamiche relazionali adulte. Non guardi una fiaba sul destino; guardi una storia su come un uomo scontroso impara a gestire le responsabilità e i compromessi: è un simulatore di vita borghese travestito da avventura di super-cattivi. Il tablet giocattolo fa finta di far navigare il bambino, ma in realtà serve solo per tenerlo occupato con suoni pre-registrati (infatti se ne sbarazza presto, per senso di vuoto). Allo stesso modo, questi cartoni fanno finta di essere per bambini, ma i codici reali sono frequenze radio che solo l'adulto riceve. Il bambino ride al “rumore" (lo slapstick), ma è escluso dal "segnale". Il paragone con la scopa elettrica giocattolo o il tablet finto sono la metafora più semplice per svelare l'inganno di fondo: oggetti che non servono a giocare nel senso libero e creativo del termine (immaginare che un bastone sia una spada), ma servono a imitare la funzione adulta. C'è un piacere sottile per l'adulto nel vedere il bambino che usa la scopa giocattolo: ci fa sentire "riprodotti", ci conferma che il nostro mondo è l'unico possibile. Lo stesso accade al cinema: ridiamo perché Gru ci somiglia, e siamo contenti che i nostri figli guardino una storia che, in fondo, convalida le nostre nevrosi quotidiane. Abbiamo smesso di scendere noi al livello magico dei bambini, a ricordarci di come eravamo, di cosa sentivamo, della nostra immaginazione fervida e vitale, e abbiamo iniziato a tirare su loro nel nostro ufficio, arredandolo con colori vivaci e facendogli credere che sia un parco giochi.
Ecco l’appiattimento in atto. Questo addestramento precoce attraverso i media misconoscendo ciò che di più bello e vitale abbiamo da bambini, la capacità di annoiarci, fantasticare e creare mondi che non abbiano nulla a che fare con la nostra realtà, sentirci rispecchiati in emozioni la cui intensità e magia non sapremo più vivere da grandi.
Se Cattivissimo Me è un ufficio colorato con i pastelli, il cinema di Studio Ghibli è, al contrario, un giardino selvaggio. Qui l'adulto deve togliersi le scarpe e tornare piccolo per poter entrare. Le animazioni di Miyazaki non imitano le funzioni adulte (il lavoro, il mutuo, il successo), sanno ancora dare importanza ad archetipi universali: il volo, il vento, l'acqua, il cibo, la paura di perdersi. I cartoni di massa made in USA hanno un ritmo frenetico perché temono che lo spettatore si annoi. Miyazaki inserisce i cosiddetti "Ma" (i vuoti). Sono momenti in cui non succede nulla: un personaggio guarda le nuvole, sente il rumore della pioggia, aspetta l'autobus. Invece di ridurre tragicamente il cartone ad un addestramento alla vita frenetica degli adulti, è un invito alla contemplazione, a ricordare e sollecitare quella sensibilità amplificata che spesso con l’età perdiamo. Mentre Gru corre per rubare la luna, come obiettivo iper-produttivo, Totoro sta fermo sotto la pioggia a godersi il suono delle gocce sull'ombrello. Due mondi totalmente diversi. In Miyazaki, i bambini non fanno battute ciniche e non hanno desideri da adulti. Provano curiosità, terrore irrazionale, empatia assoluta. Non sono lì per far ridere il genitore in sala grazie a una banale citazione; sono lì per ricordare all'adulto che esiste un modo di vedere il mondo che abbiamo dimenticato sotto strati di burocrazia e cinismo. L’intenzione di fondo non è intrattenere, dicendoti che il mondo è quello che fanno gli adulti, con il messaggio latente “diventa un adulto responsabile, ma simpatico”. L’intento è rendere omaggio (entrandoci in relazione, riconoscendola, facendola sentire vista e amata) a una età meravigliosa, non perdere il contatto con l'invisibile, esplorare l'ignoto e l'anima parlando il linguaggio de silenzio, della meraviglia e della natura.
Diciamocelo, stiamo somministrando con stupefacente leggerezza una forma di addestramento culturale. Quando il confine tra mondo del bambino e mondo dell'adulto viene rimosso a favore di quest'ultimo, le ripercussioni sono stratificate. Questo modo di concepire l’animazione fa sì che il bambino smetta di esercitare il muscolo dell'interpretazione, dell’interrogazione emotiva interiore, dell'attesa e della capacità di aspettativa. Se il cartone è una copia fedele della realtà adulta, il bambino impara a riprodurre schemi, non a inventare nuovi sensi. Lo spingiamo ad essere "consumatore di scenari" anziché creatore di mondi.
Chiediamoci se vedere il mondo attraverso le lenti del cinismo, della competizione lavorativa o della nevrosi relazionale (anche se edulcorate) potrebbe avere un effetto di ansia da prestazione anticipata.
Chiediamoci se un’industria culturale che rimuove l’infanzia non sia lo specchio di una società che non tollera più l'alterità dell'infanzia, perché guarda ai bambini con gli occhi del marketing, vedendoci banalmente un target di mercato facile da gestire. Omologazione del desiderio: il bambino che impara a ridere di ciò di cui ridono i genitori per sentirsi grande, che desidera le stesse cose dell'adulto (tecnologia, gadget, status), è il consumatore perfetto. Peccato sia invitato a perdere il prima possibile la capacità di trasfigurare il reale, di essere protagonista di scoperte interiori, di sviluppare la propria sensibilità critica autonoma.
Siamo di fronte alla creazione di una monocultura. Se l'animazione di massa (Illumination, Disney/Pixar…) segue solo la via del sorriso “complice all'adulto", perdiamo la capacità di produrre simboli che parlino direttamente all'inconscio. Miyazaki è la figura più simbolica di un mondo autorale che di fatto, oggi, fa resistenza culturale. Tomm Moore, Aardman, Ocelot, Takahata sono esempi di antidoti. Hanno la stessa funzione di un orto curato a mano: far assaporare la differenza con un pasto veloce da fast food, iper-saporito ma nutrizionalmente vuoto.