Le due cose, a ben pensarci, non sono uguali. Dire cheun testo ci ha convinto perché è convincente per noi, o perché è convincente in generale, non è, come è evidente, la stessa cosa. Ciò che appare convincente per me non è detto che lo sia per te. Se mi impegno nella prima affermazione, devo soltanto giustificare perché io l'ho trovato convincente. Se mi impegno nella seconda, sostengo che ciò che mi convince dovrebbe, almeno in linea di principio, poter convincere qualsiasi lettore dotato di ragione. Mi appello, cioè, a quello che Perelman chiamava uditorio universale.
Un lettore convinto da un articolo perché lo scrive qualcuno di cui si fida, o perché rispecchia ciò che già pensa, si trova nel primo caso. Chi invece sostiene che un'argomentazione sul riscaldamento globale sia convincente perché i dati la sorreggono indipendentemente da chi la legga, si trova nel secondo. La differenza è sottile, ma decisiva: nel primo caso basta descrivere se stessi, nel secondo bisogna essere pronti a difendere l'argomento davanti a chiunque.
La distinzione non è solo filosofica. Ha conseguenze pratiche immediate. Quando diciamo a qualcuno "dovresti convincerti di questo", stiamo implicitamente passando dal primo registro al secondo: non stiamo descrivendo il nostro stato mentale, stiamo avanzando una pretesa. E le pretese si giustificano con argomenti.
Buone ragioni
Posto che una tesi è qualsiasi cosa ci venga chiesto di credere, possiamo dire che è convincente, solo e soltanto se ci sono buone ragioni per crederci. Ma cosa rende una ragione "buona"?
Quando qualcuno ci propone di credere in qualcosa di non evidente, gli chiediamo: perché dovremmo crederti? Gli stiamo chiedendo, cioè, ragioni. Non ci accontentiamo di un'impressione, né di un'affermazione ripetuta con sicurezza: vogliamo argomenti, o in alcuni contesti, per esempio in tribunale, prove.
Pensiamo a un medico che prescrive un farmaco. Non ci aspettiamo che dica "fidatevi di me". Ci aspettiamo che citi una diagnosi, uno studio, un protocollo. La differenza tra "fidatevi" e "ecco perché" è la differenza tra l'affermazione e l'argomento. Lo stesso vale per qualsiasi ambito: un giornalista che scrive "la situazione è grave" senza dati, un manager che dice "questa strategia funzionerà" senza ragioni, stanno occupando il posto dell'argomento con la sola autorevolezza del tono.
Chi propone deve argomentare. E argomentare non è altro che offrire buone ragioni per credere una tesi, per assecondare una richiesta, per accettare una valutazione.
Questo ci riporta alla domanda essenziale: quando una ragione X è buona per accettare la Tesi Y? La logica informale, in fondo, cerca di rispondere a questa domanda. Anche la logica formale e la retorica forniscono una risposta, ma la logica formale restringe troppo il campo: si applica solo agli argomenti deduttivamente validi, che nella vita reale sono una minoranza. La retorica, al contrario, amplia troppo: si accontenta dell'efficacia persuasiva, qualunque ne sia la fonte. La logica informale cerca una mediazione: ci accontentiamo di qualcosa di meno della dimostrazione, ma pretendiamo qualcosa di più della mera capacità di essere persuasivi.
La struttura minima di un argomento
Partiamo da un esempio concreto. Uscite di casa la mattina e trovate il marciapiede bagnato. Ieri sera era asciutto. Concludete: probabilmente ha piovuto durante la notte. Avete appena compiuto un'inferenza. E quella inferenza ha una struttura precisa:
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un dato: il marciapiede è bagnato, ieri sera non lo era;
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una garanzia: le strade si bagnano quando piove — conoscenza del mondo, implicita ma operante;
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una conclusione (più un qualificatore): probabilmente ha piovuto.
Questa struttura, dato, garanzia, conclusione (+ qualificatore), è la forma minima di ogni argomento. Non serve essere logici di professione per riconoscerla: la usiamo continuamente, quasi sempre senza saperlo.
Due osservazioni su questa struttura meritano attenzione.
La prima riguarda la credibilità della conclusione: essa non dipende solo dalla forza del dato, né solo dalla solidità della garanzia, ma dall'unione delle due. Un dato attendibile abbinato a una garanzia debole non produce una conclusione solida. Una garanzia potente applicata a un dato incerto non fa meglio. La credibilità è un prodotto congiunto.
La seconda riguarda il qualificatore: la conclusione non afferma con certezza che ha piovuto, ma solo che probabilmente è così. Questo non è un difetto dell'argomento, è la sua onestà. La maggior parte delle conclusioni a cui arriviamo nella vita non sono dimostrate, sono plausibili, verosimili, accettabili. Pretendere la certezza dove non è disponibile sarebbe un vizio, non una virtù.
I tre criteri: ARS
A partire da questa struttura, la logica informale ha elaborato tre criteri per valutare se una ragione è davvero buona per una tesi. La formulazione classica si deve a Ralph H. Johnson e J. Anthony Blair, che li introdussero in Logical Self-Defense (McGraw-Hill Ryerson, Toronto, 1977), uno dei testi fondativi della logica informale anglosassone. Trent'anni dopo, Blair tornò sui tre criteri in "Relevance, Acceptability and Sufficiency Today", raccolto in Groundwork in the Theory of Argumentation (Springer, Dordrecht, 2012), confermandone la validità ma precisando che la loro applicazione dipende dal contesto e dal dominio in cui l'argomento opera. I tre criteri sono: accettabilità, rilevanza, sufficienza.
Accettabilità: le premesse devono essere credibili. Non necessariamente vere in senso assoluto (spesso non possiamo verificarlo direttamente), ma accettabili per chi argomenta e per chi ascolta. Una ragione fondata su un'affermazione dubbia o contestata trasferisce quella dubbiezza sulla conclusione.
Un politico sostiene che bisogna ridurre la spesa pubblica perché "i privati spendono sempre meglio dello Stato". La premessa non è falsa per definizione, ma è tutt'altro che pacifica: chi non la condivide già non ha motivo di accettare la conclusione. L'argomento non regge per chi non parte dallo stesso punto di partenza.
Rilevanza: le premesse devono avere un legame reale con la conclusione. Una ragione irrilevante non è semplicemente inutile: è fuorviante, perché occupa spazio argomentativo senza contribuire alla tesi. Il criterio sembra banale finché non ci si imbatte in argomenti costruiti con premesse ineccepibili prese singolarmente, ma prive di connessione effettiva con la conclusione che si vuole sostenere. In un'argomentazione complessa, la rilevanza è spesso il punto più difficile da verificare.
Un saggio sull'etica dell'intelligenza artificiale cita il fatto che Alan Turing fosse un matematico di straordinaria intelligenza. Vero, ma irrilevante: le qualità personali di Turing non dicono nulla sulla validità delle sue posizioni etiche. La premessa non avanza di un passo verso la conclusione. In un'argomentazione complessa, la rilevanza è spesso il punto più difficile da verificare.
Sufficienza: le ragioni portate devono essere, nel loro insieme, sufficienti per supportare la conclusione. Non necessariamente ciascuna da sola gli argomenti convergenti sono legittimi — ma sufficienti complessivamente. Questo è il criterio più frequentemente violato, e spesso in modo non intenzionale: si portano buone ragioni per una tesi, ma la tesi afferma più di quanto quelle ragioni permettano di concludere.
Un'azienda farmaceutica presenta due studi che mostrano miglioramenti nei pazienti trattati. I singoli studi possono essere accettabili e rilevanti, ma se la conclusione è "questo farmaco è sicuro ed efficace per la popolazione generale", due studi non bastano: la sufficienza richiede una base più ampia, con campioni più grandi, repliche indipendenti, controllo degli effetti a lungo termine.
La conclusione che eccede
Vale la pena soffermarsi su questo punto, perché descrive un errore molto più diffuso di quanto si pensi.
È più comune imbattersi in argomentazioni in cui le tesi sostenute esplicitamente, pur in presenza di argomenti validi, eccedono ciò che le ragioni permetterebbero di concludere; che non in tesi platealmente basate su ragioni assenti o cattive. Chi mente sapendo di mentire è relativamente raro; chi conclude più di quanto le sue premesse consentano, spesso senza rendersene conto, è molto più frequente.
Un esempio quotidiano può chiarire la posta in gioco prima di passare al caso più complesso. Chi sostiene che "in questa città i furti sono aumentati, quindi la sicurezza è peggiorata" compie un passo abbastanza giustificato. Ma chi aggiunge "quindi il sindaco è incompetente" sta concludendo molto più di quanto il dato permetta: c'è un salto da una statistica a una valutazione di capacità amministrativa, passando per una catena causale che non viene nemmeno abbozzata.
Un esempio storico può chiarire ulteriormente la posta in gioco. Leibniz, nel suo argomento cosmologico, costruisce una catena inferenziale sofisticata. Il risultato che riesce effettivamente a ottenere è questo: l'esistenza di un essere necessario è una possibile spiegazione del fatto che esista qualcosa piuttosto che niente. Ma lui pretende di aver dimostrato l'esistenza di Dio. Il salto tra ciò che l'argomentazione permette di affermare e ciò che viene affermato è considerevole — e proprio per questo è istruttivo.
Analizzare un testo significa, in fondo, fare questo bilancio: partire da ciò che l'autore pretende di dimostrare e stabilire cosa effettivamente riesce a dimostrare. Spesso le due cose non coincidono.
Argomenti singoli e argomentazioni complesse
Fino a qui abbiamo parlato di argomenti singoli. Ma nella maggior parte dei testi che leggiamo, (un articolo, un saggio, un discorso) la tesi principale è sostenuta da più argomenti insieme. Questi argomenti possono essere concatenati: la conclusione del primo diventa premessa del secondo, in una catena inferenziale. Oppure possono essere convergenti: ciascuno offre, indipendentemente dagli altri, una ragione per la stessa conclusione.
Consideriamo chi sostiene che un candidato politico sia inadatto al ruolo. Porta tre argomenti: ha cambiato posizione più volte su questioni cruciali, ha gestito in modo discutibile un'azienda in passato, non ha alcuna esperienza internazionale. Ciascun argomento può essere accettabile e rilevante. Ma la domanda sulla sufficienza si pone sull'insieme: i tre argomenti, sommati, reggono la conclusione che è "inadatto"? O la tesi richiederebbe qualcosa di più diretto, per esempio che abbia preso decisioni dannose in ruoli istituzionali analoghi? La valutazione complessiva non è la somma delle valutazioni parziali. In entrambi i casi, la valutazione cambia rispetto all'argomento singolo.
In un'argomentazione complessa, i tre criteri ARS si ridistribuiscono: accettabilità e rilevanza si applicano ai singoli argomenti, mentre la sufficienza si applica all'insieme. Un testo può contenere argomenti tutti accettabili e rilevanti, ma insufficienti complessivamente per reggere la tesi centrale.
Al contrario, un'argomentazione con argomenti di diversa solidità può essere complessivamente sufficiente, se i più forti suppliscono ai più deboli. Questo è uno dei motivi per cui leggere criticamente richiede di tenere due livelli contemporaneamente in vista: il dettaglio dei singoli argomenti e la visione d'insieme dell'argomentazione.
Perché questa analisi non è un esercizio accademico
La logica formale valuta gli argomenti in base alla struttura sintattica: un argomento valido è tale se, date le premesse, la conclusione segue necessariamente. Ma questa valutazione prescinde dal contenuto. "Tutti i gatti volano; Fido è un gatto; dunque Fido vola" è formalmente valido. È anche inutile.
La logica informale lavora diversamente. Non si accontenta della forma, non si limita all'efficacia persuasiva, non chiede la certezza dimostrativa. Cerca la ragionevolezza: quel punto intermedio in cui le ragioni sono abbastanza forti da giustificare la credenza, senza però pretendere più di quanto l'evidenza permetta.
Questa mediazione è esattamente quella che serve per leggere il mondo. Non dimostriamo che domani pioverà, ma abbiamo buone ragioni per crederci. Non dimostriamo che una certa politica produrrà certi effetti, ma valutiamo se le ragioni portate sono accettabili, rilevanti e sufficienti.
Imparare a riconoscere questi tre criteri — anche solo intuitivamente, anche senza sapere come si chiamano — cambia il modo in cui si legge. Sposta l'attenzione dalla domanda "mi ha convinto?" alla domanda "aveva ragioni sufficienti per convincermi?". E questa, a pensarci bene, è la differenza tra essere lettori ed essere giudici del testo.
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