Questo articolo intende offrire una riflessione che non vuole essere filosofica in senso accademico o sistematico, ma piuttosto esistenziale: un crocevia di domande radicali, di dubbi e di incertezze, senza la pretesa di chiamare in causa, a sostegno o per legittimazione, filosofi o sociologi, né classici né contemporanei.
L’idea, che provo a condividere, muove dall’ipotesi che la nostra identità occidentale attraversi una fase storica critica e questa crisi non sia un fatto isolato, ma sintomo e riflesso di una trasformazione più ampia, antropologica, sociale e tecnologica, che investe l’intero orizzonte esperienziale dell’essere umano.
Infine, da tempo ormai, si parla di Intelligenza Artificiale quasi esclusivamente in termini di efficienza, automazione e vantaggio competitivo, ma raramente la collochiamo dentro una traiettoria storica più ampia che riguarda il modo in cui abbiamo costruito, e continuiamo a costruire, identità e senso di appartenenza.
l’identità dell’individuo non è mai stata un dato, ma un processo che si è sempre strutturato nel confronto con gli altri, con la società in cui si vive e si opera
Identità
Una prima riflessione parte dall’assunto che l’identità dell’individuo non è mai stata un dato, ma un processo per cui va ricordato, ai tanti tecno-entusiasti, che questo processo si è sempre strutturato nel confronto con gli altri, con la società in cui si vive e si opera; è nel contraddittorio che l’individuo costruisce e forgia il proprio sé e in cui negozia il suo essere. In questo senso, possiamo considerare l’identità come il risultato di una continua mediazione tra ciò che rivendichiamo di essere e ciò che il mondo, attraverso gli altri, ci restituisce. L’individuo si riconosce come tale attraverso la percezione dell'altro, il quale lo costituisce a sua volta come soggetto.
Una seconda riflessione si muove proprio dal confronto e dalla mediazione continua della propria identità con la società, il proprio habitat, la realtà circostante dove vengono tracciati limiti non come una restrizione esterna, ma come condizione strutturante. Questi limiti insegnano che non tutto è possibile, che ogni desiderio non è immediatamente traducibile in realtà, che l’altro, diverso da me, non coincide con la nostra aspettativa; questi limiti generano responsabilità, consolidano la capacità di differire, formano una soggettività e individualità solida, strutturata, capace di durata. Cosa accadrebbe ad una identità senza limite?
Appartenenza
Il bisogno di appartenere, di sentirsi integrati, non è un’invenzione moderna, è una costante antropologica: per millenni l’identità è stata incorporata in strutture relativamente stabili, comunità locali, ruoli sociali, tradizioni, lavoro, e l’individuo si percepiva come parte di un ordine più grande, spesso non scelto ma dato.
La modernità ha incrinato progressivamente questa architettura, prima con l’industrializzazione che ha sradicato milioni di persone dai contesti originari, poi con l’individualismo liberale che ha trasformato l’identità in progetto personale, e infine con la digitalizzazione che sta rendendo l’esperienza, il nostro vissuto umano, superficiale, reversibile e continuamente negoziabile.
Da un punto di vista storico e sociologico, nelle società industriali, l’identità e la soggettività individuale erano concetti relativamente ancorati a strutture sociali durevoli come lavoro, classe sociale, appartenenza territoriale, istituzioni politiche e culturali. Il lavoro, inoltre era il maggiore dispositivo di integrazione sociale in quanto forniva reddito, ma anche status, riconoscimento e collocazione simbolica all’interno della società.
Nei fatti, l’esperenzialità dell’individuo era istituzionalmente mediata dal contesto sociale; oggi percepiamo, chi più chi meno, un senso di declino, però, dai contorni invisibili per cui la domanda conseguente è: questa sensazione potrebbe essere legata alla attuale transizione verso un capitalismo digitale e cognitivo in cui vecchi equilibri simbolici si stanno dissolvendo?
Precarizzazione occupazionale, status sociali alterati dai social media (solo per citarne alcuni) rendono più difficile stabilizzare identità personali e sociali durevoli costringendo l’individuo a costruire e ricostruire continuamente la propria identità, in assenza di strutture collettive stabili. In termini sociologici, si passa da identità (siano conservatrici che antagoniste) strutturalmente definite a identità che potremmo chiamare biograficamente negoziate (social media).
Su queste brevi premesse si sviluppa, quindi, un’altra domanda: stiamo vivendo un momento storico in cui la nostra identità è in crisi o una vera e propria crisi di identità del nostro momento storico?
Sono due espressioni che aprono immediatamente una distinzione interpretativa: l’identità in crisi parte dall’assunto che esista qualcosa di relativamente stabile, l’identità appunto, ma che sta attraversando una fase sociale problematica, quasi congiunturale; crisi di identità invece lascia intendere qualcosa di più strutturale ovvero non una difficoltà materiale dell’identità, ma una difficoltà nel costituirsi dell’identità stessa.
L’argomento può essere inquadrato e interpretato in chiave sociologica, filosofica semplicemente leggendo gli avvenimenti e, più in generale, i fatti come parte di una più ampia trasformazione delle strutture cognitive e sociali delle società avanzate; d’altronde l’idea ciclica di ascesa, maturità e declino delle civiltà, che i fatti storici hanno sempre evidenziato, richiamano a tradizioni teoriche che attraversano la filosofia e, in parte, anche la sociologia.
La storia ci insegna che le fasi di maturità avanzata di una civiltà sono spesso caratterizzate da una crescente distanza tra le strutture tecniche della società stessa e le sue strutture simboliche e culturali; in altre parole, la capacità tecnica e organizzativa continua ad aumentare, mentre diminuisce la capacità collettiva di attribuire significato e orientamento a tale sviluppo e, questa distanza, tra sviluppo tecnico e impoverimento simbolico, è sempre stato uno dei tratti tipici delle società.
Altro tratto tipico delle società in declino riguarda le classi dirigenti: oggi abbiamo, ad esempio, una percezione diffusa (forse qualcosa in più) del deterioramento della qualità delle élite politiche e culturali e, sembrerebbe, che non si riesca a dare una risposta a questo inesorabile declino; potremmo frettolosamente liquidare il concetto con affermazioni del tipo siamo figli del nostro tempo.
In parte è vero, ma se lo spazio pubblico, ovvero la società in cui viviamo, è influenzato solo da logiche comunicative e di visibilità mediate dai social media, risulta abbastanza evidente che la selezione delle leadership finisce per rispecchiare e amplificare le dinamiche emotive e comunicative prevalenti nello spazio pubblico, dando maggiore risalto alla capacità di mobilitare consenso immediato piuttosto che a competenze riflessive o capacità di elaborazione di lungo periodo; questo assioma produce, sociologicamente, una convergenza tra logiche di massa e logiche di leadership.
Più informati ma più superficiali: rispetto al passato sicuramente siamo più informati e, per tanti aspetti, anche più competenti perché le società contemporanee, e le tecnologie collegate, hanno effettivamente ampliato enormemente le capacità cognitive diffuse. E anche vero, però, che l’alfabetizzazione di massa, l’accesso all’istruzione, la diffusione di strumenti digitali e conoscenze tecniche, se da un lato ha accresciuto il potenziale cognitivo medio, dall’altro ha aumentato esponenzialmente la complessità del mondo, o come va di moda l’ecosistema, per cui l’aumento delle capacità individuali nei fatti è dissolto o, peggio ancora, regredito.
Questa idea è avvalorata anche da diversi studi nel campo della Sociologia della comunicazione e delle scienze cognitive che dimostrano come il sistema mediale contemporaneo favorisca forme di consumo informativo rapido, discontinuo e prevalentemente visivo, rendendo più difficile mantenere forme di attenzione prolungata e di elaborazione complessa dei contenuti.
In questo ecosistema, chiaramente, le tecnologie digitali e i media algoritmici la fanno da padrona producendo un ambiente cognitivo caratterizzato da iper-stimolazione, frammentazione dell’attenzione e accelerazione dei flussi informativi per cui si potrebbe agevolmente ipotizzare che uno dei problemi, forse poco indagato, non riguarda tanto una diminuzione dell’intelligenza individuale quanto la trasformazione delle condizioni sociali dell’attenzione (a stare larghi oggi è quantificata tra gli 8 e i 40 secondi).
L’esempio più immediato di questa affermazione è la crescente difficoltà nella lettura di testi lunghi o complessi; un fenomeno osservato nelle ricerche sull’attenzione e sulla literacy digitale e può essere preso come indicatore degli effetti di questa trasformazione dell’ambiente cognitivo. La lettura prolungata, infatti, richiede concentrazione, tempo ed elaborazione critica, tutte competenze che entrano in attrito con un ecosistema informativo basato su stimoli brevi, sequenze rapide e interazione continua.
Se, poi, colleghiamo tutto questo al tema dell’intelligenza artificiale emerge un ulteriore elemento: l’ambiente tecnologico non si limita più a trasmettere informazioni, ma tende a organizzare e modellare i processi cognitivi degli individui. Molti parlano delle magnificenze delle piattaforme digitali, degli algoritmi di raccomandazione e dei sistemi di IA generativa mascherando questa esaltazione dietro informazioni sulla velocità, sulla potenza, sull’efficienza ma pochi indagano realmente sulle modalità con cui vengono creati contenuti e su come l’informazione viene prodotta, selezionata e interpretata.
Nei fatti stiamo riconfigurando il mondo nelle sue strutture cognitive e sociali e, probabilmente, quello che interpretiamo come decadenza o declino non deriva necessariamente da un declino delle capacità umane in senso stretto, ma dalla difficoltà contemporanea nel riallineare le capacità cognitive e simboliche delle società in cui viviamo con le infrastrutture tecnologiche che noi stessi abbiamo prodotto.
Ancora una volta un aspetto, forse, poco indagato: non siamo pessimisti, abbiamo sempre creduto nel progresso come sostegno alla collettività e alla società in generale e quindi sarebbe auspicabile pensare che l’IA, in questo scenario, potrebbe non rappresentare una rottura ontologica, ma una semplice accelerazione che comunque entra nello spazio relazionale, dialoga, interpreta, anticipa, si adatta, offrendo una forma di presenza che non richiede reciprocità piena, che non oppone resistenza, che non mette realmente in gioco limiti e il rischio del rifiuto.
Ma se partiamo dal concetto che, come affermato in precedenza, erano le condizioni sociali a permettere alle identità di riconoscere ed essere riconosciuti cosa succede in un ambiente in cui piattaforme digitali producono un regime di visibilità permanente, in cui l’identità diventa oggetto di esposizione, rappresentazione e misurazione? Cosa succede all’Io se il suo agire diventa prevalentemente confermativo, continuamente validato, e il suo processo di riconoscimento rischia di trasformarsi in auto-riconoscimento? Ad esser buoni potremmo parlare semplicemente di fragilità; altri aspetti potrebbero essere incapacità di sostenere il dissenso, le differenze e le frustrazioni.
Se queste potrebbero essere alcune manifestazioni esteriori, nella sfera personale potremmo assistere a fenomeni come isolamento sociale (parlo con l’IA perché mi capisce, cosa che sta accadendo nelle fasce più giovani della popolazione), ad ansie e competitività (se l’ambiente è costruito per massimizzare comfort, efficienza e pertinenza, anche l’Io potrebbe tendere a concepirsi come progetto da migliorare); tanti parlano di preservare la semantica, il pensiero critico ma dell’Io che diventa un output da codificare piuttosto che una storia da vivere non si vede traccia.
Stiamo riconfigurando il nostro sistema di relazione e crescita dell’Io e la crisi dell’identità non deriva quindi soltanto da una perdita di valori o da un decadimento culturale associato ad un indebolimento delle strutture sociali (istituzioni, politica etc.); si stanno creando le condizioni sociali ed economiche perché l’identità diventi più fluida (processo cognitivo) e al tempo stesso recettiva (social media), ma così facendo la stiamo rendendo anche più debole, più fragile. Laddove i contrasti, gli ostacoli, le differenze vengono filtrati, le imprevedibilità attenuate, le dissonanze ridotte stiamo creando una realtà sociale dove la mediazione algoritmica produce uno spazio relazionale a bassa conflittualità e ad alta compatibilità.
Non è nostalgia o semplice critica: la storia ci ha insegnato che in ogni epoca si sono definite e ridefinite le condizioni sociali, le proprie forme di appartenenza e le proprie crisi di identità; cosa sta sperimentando la nostra epoca in un ecosistema sempre più mediato? Soggetti più adattivi ma più fragili, più connessi ma meno radicati, più digitali e meno reali?
Il gioco a cui stiamo giocando è molto più grande; sicuramente l’IA incide, nel contesto sociale generale descritto precedentemente, ma non pretende di ridefinire gli spazi relazionali e i campi simbolici in cui ci pensiamo come individui e come collettività.
Si profila all’orizzonte quella che potremmo definire la tempesta perfetta: da un lato l’AI come surrogato dell’esperienza relazionale; dall’altro una versione più comoda e personalizzata del mondo, facile da padroneggiare in assenza di complessità; il tutto nella ridefinizione dei contesti sociali, cognitivi e simbolici dentro cui l’identità prende forma.
Se l’ecosistema, che consente agli individui di riconoscersi e di essere riconosciuti, si modifica, scientemente o inconsapevolmente, tracciando la strada di una presenza senza reciprocità (AI) allora si realizzerà anche il presupposto dove Identità in crisi e Crisi di identità creano un intreccio imprescindibile perché individualità (Io, il Sé) e appartenenza (soggettività) sono due facce della stessa medaglia.
Probabilmente la crisi dell’identità contemporanea non deriva solo da cambiamenti culturali o morali, sociali o economici ma dalla trasformazione delle condizioni del riconoscimento dell’Io in un ambiente mediale e algoritmico: stiamo vivendo una turbolenza temporanea o una trasformazione della forma e dell’essenza stessa del soggetto?