Il gran ballo di Gaza: l’Occidente è morto, evviva l’Occidente

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Una celebrazione che va avanti dal 7 Ottobre 2023: la civiltà occidentale a Gaza ha vinto e perduto allo stesso tempo, e dobbiamo interrogarci tra le pieghe di questo disvelamento.

“Noi non crediamo più nel progresso. Non è forse un progresso?”

Così Jorge Luis Borges rivisitava in chiave critica uno degli assi portanti del nostro (con)vivere civile. Si tratta di una provocazione potente e quanto mai attuale. Dal 7 Ottobre 2023, di fronte a quanto sta accadendo a Gaza, si è innescato un processo dalle molte sfaccettature: storiche, filosofiche, spirituali. Nella comprensione di quanto sta accadendo negli ultimi anni in Palestina e nella consapevolezza che ci troviamo a fronteggiare qualcosa di nuovo, al cui cospetto rischiamo di volta in volta l’inabissamento o la vertigine, si fanno strada lo sgomento, il dovere di capire e le emozioni, a volte contrastanti, che accompagnano questa ricerca di senso. La necessità di “dare un senso” a quanto sta avvenendo a Gaza avanza, chiamandoci ad una meditazione profonda. Anche chi prova a fuggire da questa riflessione non potrà, d’altronde, rapportarsi ad una realtà immutata, ma dovrà essere a suo modo partecipe di un fenomeno di cui rischia di essere protagonista.

Ha ricevuto relativamente poca attenzione il progetto che Israele e USA hanno già da tempo elaborato, dichiarato e sviluppato per il futuro di Gaza. Posto che è dato praticamente per scontato che la Striscia verrà rasa al suolo a qualsiasi costo e con ogni mezzo, cosa che sarebbe saggio non ammettere apertis verbis, lasciando il compito della realizzazione di questo obiettivo all’esercito e ai coloni più che alle esternazioni dei ministri di turno, gravi ma rientranti nel degrado sensazionalistico della politica televisiva, a dir poco sconcertante è l’intento dei due tradizionali alleati di creare nella Striscia, sulle ceneri e i cadaveri, una sorta di grande resort, un paradiso turistico e balneare, un centro di propulsione economica edificato sull’inferno del genocidio. Ad una lettura più attenta, questo progetto, drammaticamente semplice, nella sua ideazione, realizzazione e finalità mostra chiaramente come il capitalismo stia evolvendo in ottica transumanista. Tra gli elementi costitutivi di questo disvelamento vi sono lo sfruttamento in chiave economica di ogni centimetro possibile di territorio, con una violenza ecologica che non ha precedenti e che anzi si connota come intenzionale annichilimento ecologico, la cancellazione in chiave genocidaria di un nemico non più nel contesto di una battaglia ideologica, per quanto folle, ma semplicemente come esercizio di violenza cieca e sadica (una manifestazione del capitalismo nichilista) e come, al più, obbligo di sicurezza nazionale, concetto già ampiamente sdoganato con effetti devastanti all’indomani dell’attacco alle Torri Gemelle, nella cornice più ampia della lotta al terrorismo, l’utilizzo di tecnologie all’avanguardia a scopi bellici, non ultima l’Intelligenza Artificiale, da parte dell’esercito israeliano, forse il più forte e certamente il più supportato al mondo. La guerra non è più, dunque, terreno di eccezione, per quanto consueto e conosciuto, su cui costruire rapporti, equilibri e riconoscimenti, ma diventa strumento di concreta edificazione di un mondo nuovo, quello del capitalismo e della civiltà transumanista. Nell’ambito di questa guerra permanente, tecnologica e pervasiva, un ruolo molto importante è giocato anche dalla contraddizione, sempre più evidente anche in questo contesto, fra cultura e informazione. A Gaza deve essere impedito, con particolare ostinazione, di diventare categoria e di ambire, per dirla con Hegel, all’universale. Tutto ciò che è dato, si fa per dire, sapere deve essere limitato alla cronaca e all’informazione, che in questo caso è, non casualmente, ancora più avara di dettagli rispetto al solito. È molto importante infatti, per evitare che l’uomo disturbi i manovratori, che l’informazione venga inibita, sia per la maggioranza che su di essa si basa (le legioni di utenti isolati di tg e soprattutto social), sia per coloro che resistono nella trincea del ragionamento critico e filosofico. Lontano relitto di un passato caratterizzato da equilibri mondiali diversissimi, anche l’Intifada appare consegnata alla soffitta della Storia, per lasciare il passo al grido di aiuto di un popolo che, soprattutto a Gaza, cede di schianto, immolandosi alla oggettiva brutalità di un vicino che, di fatto, non somiglia a nessuno degli aggressori che siamo abituati a riconoscere come tali. In qualche modo, sembra che, attraverso la condotta degli ultimi anni dello Stato di Israele, da non confondere e men che meno sciogliere evidentemente con e nell’Ebraismo e gli Ebrei tout court, il modello occidentale stia mostrando un volto autentico e nello stesso tempo disperato. Quello stesso modello occidentale, che spesso è rivendicato come tale, sta celebrando in Medio Oriente al contempo la sua consacrazione e il suo tramonto. Probabilmente, dall’Occidente che supporta Israele stiamo passando ad Israele che svela e rappresenta l’Occidente, forse nella sua natura più autentica. E questa natura rischia di essere decisamente peggiore di quella che spesso siamo stati abituati a credere. 

Il primo, vero, enorme esito del genocidio a Gaza e della sua narrazione è stato quello di provocare, e con effetto immediato, una forma di anestetizzazione verso il Male per molti aspetti nuova. L’indifferenza, con molte manifestazioni e a più livelli, rispetto a quanto accade in Palestina, non è, se non per alcuni aspetti generali, assimilabile a quella che accompagna altre forme della violenza contemporanea, anche genocidaria (penso ad esempio al Sud Sudan e Darfur, una questione se possibile ancor più spinosa di quella palestinese). Almeno due tratti appaiono nuovi nella tragedia palestinese degli ultimi anni: l’idea che l’indifferenza sia passata da atteggiamento “passivo” a modalità “attiva”, direi “politica” in senso ampio e la tenacia, che non accenna a diminuire, di una causa, quella palestinese, destinata a sopravvivere ben al di là del popolo e della terra che la incarnano. La soluzione politica alla questione palestinese è di difficile e, allo stesso tempo, facile definizione. Qualsiasi formula si decida di adottare, infatti, non può prescindere da almeno tre fattori, tutti dirimenti: la scarsissima (per usare un eufemismo) propensione dei rappresentanti dei due popoli (israeliano e palestinese) ad accettare, per ragioni diverse, la sopravvivenza culturale dell’altro; la evidente e terrificante sproporzione dei mezzi tecnici in campo; l’assenza (o l’auspicabile presenza) di un vasto movimento politico internazionale di concreta solidarietà alla Palestina. Ad uno sguardo forse più attento, tuttavia, non sfugge che la risoluzione della questione rischi di essere quella evidentemente già in corso: ciò spiega d’altronde, almeno in parte, la particolare e colpevole inerzia della cosiddetta comunità internazionale, che vive alcune lacerazioni al suo interno, frutto di un nuovo disegno complessivo degli equilibri mondiali, di fronte al genocidio in corso. La politica dello Stato di Israele non solo coinvolge, evidentemente, interessi enormi, ma mette di fatto in crisi nella sua drammatica e cinica semplicità anche vecchi equilibri internazionali, che coinvolgono non solo gli USA ma anche altri Paesi, fra cui protagonisti assoluti nuovi come la Cina.

Gaza appare segnare il passaggio alla maturità definitiva del sistema capitalistico

Quali novità e interrogativi ci pone dunque il genocidio a Gaza?Quali caratteristiche ha? Gaza appare segnare il passaggio alla maturità definitiva del sistema capitalistico, un sistema che realizza l’antica promessa posta alla sua base, quella di conquistare il tempo e lo spazio dell’individuo. In effetti, ad una più attenta e attuale lettura, il capitalismo oggi intende occupare non più solo il tempo, vera ricchezza individuale, ma ancora di più lo spazio, intendendo con ciò strangolare la vita (o quel che ne resta) dell’individuo. È un fenomeno nuovo, invasivo e preoccupante, di deprivazione sensoriale dell’uomo, costretto a muoversi in un contesto sempre più innaturale, del quale avverte per certi aspetti la inadeguatezza e forse la pericolosità, pur non riuscendo a disinnescarne la seduzione. Lo spazio dell’uomo è il terreno di elezione dell’ecologia (la scienza della casa, letteralmente): se prima potevamo considerare lo sviluppo, il progresso illimitato, cioè la migliore delle promesse della nostra civiltà, alla stregua di un percorso comportante l’effetto collaterale della deturpazione dell’ambiente, oggi dobbiamo prendere atto che quell’itinerario prevede come obiettivo dichiarato la disintegrazione dell’ambiente stesso come fattore identitario. Il passaggio della natura da interlocutore, condannato ad una sostanziale irrilevanza al tavolo della sostenibilità, dunque al limite da intralcio, a nemico, ne impone il relativo trattamento, nel più ampio contesto di artificializzazione della realtà che ha invaso ogni ambito della vita umana. Ingaggiata dunque la guerra all’ambiente come guerra all’identità, dalla belligeranza rispetto al tempo dell’uomo, conflitto che lasciava e lascia scappatoie, per quanto complesse, siamo passati alla belligeranza nei confronti dello spazio dell’uomo, che deve essere reso inabitabile, uno scontro di portata drammatica e che rischia di non fare prigionieri. La maniera in cui questa guerra agli spazi è stata dichiarata e portata avanti ha conosciuto molte forme: all’esterno del mondo occidentale si è manifestata ad esempio come genocidio a Gaza, all’interno della “frontiera” occidentale ha assunto, invece, spesso le forme sperimentali dello stato d’eccezione (repressione del dissenso, sospensione delle garanzie costituzionali realizzata manu militari, violazioni dell’Habeas corpus, isolamento digitale, eterodirezione dei consumi, solo per fare alcuni esempi). Più precisamente, questo passaggio conduce la nostra civiltà da un capitalismo che “si limita” a sfruttare l’uomo e le risorse, conferendo paradossalmente ancora uno status e la dignità di interlocutore all’uno ed alle altre, ad un capitalismo che si sbarazza dell’uomo, lo annichilisce, lo supera e lo cancella. La nuova modernità è al tempo stesso una nuova declinazione del capitalismo: prima di tutto, non si contrappone al vecchio, all’antico, ma si pone contro ogni tipo di identità, contro ogni resistenza alla globalizzazione. Anche la struttura capitalistica, tuttavia, si è rinnovata. Il nuovo modo di produzione capitalista, infatti, sempre tenendo a mente l’imperativo, appunto, della produzione, ha però delle caratteristiche che sono nuove, pur essendo presenti intrinsecamente ed ab origine nel capitalismo. Il minimo comune denominatore, il sostrato è rappresentato dalla velocità: progettazione, esecuzione, desiderata del nuovo globalismo capitalista sono legati a doppio filo con la attuale questione tecnologica. Non è, come spesso si tende a credere, l’accelerazione tecnologica ad imprimere una spinta parossistica alla struttura economica e sociale capitalistica, in altre parole al nostro modello occidentale di civiltà, ma è il modello ipertecnologizzato della nostra civiltà occidentale a plasmare una società completamente nuova attraverso tecnologie che, ora come non mai, sono tutt’altro che neutrali.

Il genocidio, prima di tutto, non è più una opzione ma la opzione

Nel contesto di questa velocità, prendono nuova forma e consistenza alcune precise caratteristiche della civiltà occidentale capitalista che possono essere definite come genocidio identitario, economia del genocidio e fondamento bellico. Il genocidio, prima di tutto, non è più una opzione ma la opzione, cioè l’asse portante di una nuova concezione che non prevede alternative alla rimozione, violenta e assoluta, dell’Altro, in qualsiasi forma questo si manifesti. Le ultime remore rimaste a fare da timido frangiflutti a questa concezione già ampiamente sdoganata proprio dal genocidio in corso a Gaza sono di ordine nominalistico e, potremmo dire, formale: il termine genocidio evoca ancora qualcosa di troppo terribile per non destare preoccupazione e indignazione, dunque, se possibile, i perpetratori lo scansano volentieri e lo evitano con cura, ma appaiono sempre meno desiderosi, per così dire, di cimentarsi (e giustificarsi) sul piano dialettico, concettuale e storico. Se tale atteggiamento è coerente con la politica dei carnefici, a livello globale, tuttavia, oggi si assiste ad una sorta di normalizzazione del genocidio, che trova a Gaza non solo una plastica rappresentazione, ma forse un definitivo compimento. Si fa strada cioè il terribile sospetto che dal mai più siamo passati al mai più senza: il processo della forse definitiva implosione del capitalismo, che non crollerà magari per la sua insostenibilità economica, ma per la sua intrinseca violenza strutturale, per il suo vuoto spirituale e per la sua incapacità di dare un nome alle cose. Questi meccanismi, apparsi in nuce nella storia del colonialismo occidentale, vedono nella colonizzazione di Gaza, ultima colonia dell’Occidente, l’esito culminante di quel processo imperialista che ha condotto l’umanità alle soglie di una sorta di inedito redde rationem. È un colonialismo di tipo identitario e genocida del quale, pur nella novità e specificità, si può però ravvisare qualche antecedente storico efficace, ad esempio nell’Algeria francese. Qui, infatti, la rifondazione urbanistica coloniale ha fatto, si potrebbe dire, da modello ai progetti su Gaza: il passato pre - coloniale è autorizzato a sopravvivere solo come espressione archeologica, musealizzata e di fatto morta, che deve lasciare il passo all’anonimato di una nuova struttura territoriale e urbanistica costruita sulle ceneri della precedente.

Qualsiasi espressione che ricordi una cultura precedente deve essere cancellata: siamo all’essenza stessa di un genocidio, la cancellazione, cioè, intenzionale e sistematica. Gaza delenda est, dunque. Il “nuovo” genocidio si caratterizza come identitario perché in qualche modo deve fungere da apripista alla causa principale per cui viene portato avanti: l’instaurazione di un ordine economico nichilista. In questo ordine, per una sorta di paradosso, anche i perpetratori sacrificano la propria identità. Questo stesso ordine, d’altronde, si manifesta nella enorme tela di interessi che va a costituire una vera e propria economia del genocidio, che, nell’azzeramento di ogni orizzonte valoriale e politico, drena risorse, si consolida e se possibile si diffonde. Un gigantesco giro di affari ruota, infatti, intorno al genocidio, soprattutto in termini di tecnologie al servizio della violenza e della guerra. Come causa e al tempo stesso effetto di questo fenomeno, in tutti gli ambiti della civiltà e della società occidentale, ormai, il discorso pubblico è infiltrato da un vocabolario e da una semantica permanentemente orientati al conflitto: in questa narrazione (e informazione) è già presente una mentalità genocidaria, che trae vantaggio da una velocità di diffusione esponenziale, alla quale si prestano peraltro con straordinaria efficacia molti degli attuali strumenti di comunicazione. Uno degli effetti più devastanti di questa manipolazione del linguaggio è che la pace non solo ha pagato l’altissimo prezzo del disincanto antropologico e politico, ma sta perdendo rapidamente anche la sua desiderabilità semantica, in quanto non rappresenta più neppure nel discorso pubblico, sociale e quotidiano una effettiva alternativa al concetto di guerra. Come il contrario del vero non è più il falso ma il verosimile, il contrario della guerra non è più la pace, ma una condizione definita ormai in termini polivalenti e polisemici che muovono tuttavia tutti da una matrice marziale: su tutti, il concetto di “guerra a bassa intensità”.

La comprensione del genocidio a Gaza ci costringe a spostare quindi il focus e il terreno dell’analisi verso categorie nuove

Dal punto di vista filosofico, la comprensione del genocidio a Gaza ci costringe a spostare quindi il focus e il terreno dell’analisi verso categorie nuove, che riguardano tanto la riflessione filosofica sul genocidio quanto la pesante ipoteca determinata su di essa dalla Shoah. È necessario, tuttavia, astrarre, per quanto possibile, l’analisi di quanto accade oggi in Palestina dal contesto della soluzione finale elaborata dalla Germania nazista. La indubbia unicità della Shoah, infatti, rischia in parte di, per così dire, “viziare” ogni esame dei genocidi precedenti, successivi e oggi tuttora in corso, compreso naturalmente quello di Gaza. Per una sorta di curioso corto circuito logico e narrativo, i totalitarismi e i genocidi del XX secolo ci hanno resi incapaci di riconoscere i loro omologhi successivi. È così per la Shoah, che doveva scrivere la pagina finale e definitiva sulla storia dei genocidi, ed è così per i totalitarismi, i quali dovevano rappresentare il climax di un percorso politico teso a valorizzare e incardinare al potere sistemi sovranazionali, liberali e democratici che, se non supportati convintamente, fossero quanto meno accettati fatalisticamente come il migliore dei mondi possibili. Un interessante laboratorio per osservare queste dinamiche è, come spesso accade, quello della scuola. Venuti meno, per sopraggiunti limiti biologici, moltissimi dei testimoni diretti della Shoah, le celebrazioni per la Giornata Internazionale del 27 Gennaio, ad esempio, rischiano di ridursi nelle scuole ad una stanca liturgia, che precede, e spesso accelera, quella musealizzazione della memoria che manda in soffitta fenomeni percepiti dai ragazzi il più delle volte con lo stesso coinvolgimento che in loro provocherebbero le previsioni meteo. Se a ciò aggiungiamo che il genocidio in corso a Gaza è in fieri, dunque sconta, come del resto altri, la difficoltà di essere riconosciuto per tempo come tale, si comprende come il terreno della distrazione e dell’inazione sia ampiamente preparato. Un possibile rimedio è quello di affrontare, da prospettive diverse e almeno a grandi linee, il tema del genocidio e della violenza in forma comparativa, storica e filosofica, in modo per così dire divulgativo, anche attraverso un lavoro in tutti gli ordini scolastici. Un passaggio di questo tipo, peraltro, favorirebbe la messa in discussione e la comprensione di manifestazioni come quelle viste anche in Italia, ad esempio, con il G8 di Genova 2001 o la gestione della vicenda Covid.

La conquista di Gaza, dunque, costituisce forse il drammatico epilogo di una storia dell’Occidente e dell’umanità giunta ad uno snodo cruciale. Nella Striscia di Gaza, forse più che altrove, è in gioco una parte importante della storia dell’uomo. Benchè sia una pagina che si sta scrivendo con grande efficacia e velocità, quello del capitalismo transumanista e postumano, tuttavia, non è un destino scritto, perché deve fare i conti con la nostra capacità di re – azione spirituale e filosofica. È esattamente qui che si colloca, dunque, la frontiera di lotta e di resistenza che ci impegna, soprattutto per il futuro delle generazioni successive. In definitiva, si può leggere nel genocidio in corso a Gaza una delle manifestazioni più compiute della civiltà occidentale e del sistema capitalistico che ne è il sostegno fondamentale. Giunta al suo compimento, o quanto meno ad una svolta, la civiltà occidentale rivela, scendendo più nel dettaglio, una componente autodistruttiva, una cifra all’interno della quale si risolve e si dissolve una contraddizione tanto antica quanto drammatica: quella di una tecnica e tecnologia non guidate e gestite, ma subite, prive di una guida umana. Si manifesta in questo, d’altra parte, l’autentica natura di ogni tecnica: una parzialità cioè che, ben lungi dall’essere neutralità dipendente dagli usi umani, è invece piena espressione di una strumentalizzazione dell’uomo. Ad ogni tecnica, cioè, è sotteso un progetto, un’idea del mondo. Anche in quest’ambito, la conoscenza fa la differenza nella competenza di applicazione, più o meno saggia, di una tecnica alla realtà.

È la differenza già ben sottolineata, in particolare da Aristotele, tra sapienza e saggezza, riproponibile sic et simpliciter nell’era della velocità parossistica tecnologica: non tutti i saggi sono sapienti, ma alla base di ogni vera saggezza vi è la sapienza, la conoscenza teoretica più profonda. Oggi dunque, potremmo dire, c’è necessariamente un elemento non umano che si serve dell’umano, sino a distruggerlo. Siamo di fronte, quindi, ad una sorta di delitto perfetto: la civiltà, in particolare quella occidentale, uccide e, alla fine, si uccide. La posta in gioco a Gaza è molto alta: ultima guerra e resistenza coloniale, laboratorio del nuovo capitalismo transumanista, fine della Storia per come l’abbiamo vissuta finora. Soprattutto, però, e proprio per questi motivi, una lotta di tipo spirituale che ci costringe a prendere posizione in qualche modo e che non può lasciare indifferenti, soprattutto da quando l’indifferenza si è fatta più compiutamente e definitivamente modalità di pragmatismo politico.

Al gran ballo di Gaza siamo tutti, volenti o nolenti, invitati: sappiamo già che ci saremo tutti e ognuno sarà chiamato ad indossare unicamente l’abito della propria coscienza.

 

 

 

 

 

StultiferaBiblio

Pubblicato il 19 agosto 2026

Stefano Palagiano

Stefano Palagiano / Teacher of Italian Language and Literature, History and Geography at Junior High School San Marino

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