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La scomparsa del sacro ha conseguenze molto importanti sul nostro essere società, sulla visione di futuro, su quella di umano. Il tema non è tornare a Dio, ma riscoprire e interrogarsi il sacro come funzione, per poter ancora immaginare una società e non semplicemente una collezione di individui. Cosa rimane di sacro per noi, al di fuori di noi?


Da qualche giorno sono tornato in montagna , nelle valli bergamasche dove ho passato molte delle estati della mia infanzia. Sono tornato in cerca di tranquillità e refrigerio, e mi sono trovato in una situazione in cui in un paesino da 500 abitanti per eccesso non trovavo un posto dove parcheggiare, manco in modo creativo e fantasioso. Ho pensato a effetto Ferragosto, ma va bene la crisi e il caro benzina e tutto, ma immaginare Gerosa come luogo assediato a Ferragosto, visto che non ha krapfen virali da proporre, mi sembrava eccessivo. Quindi cosa? Ho scoperto che era l’anniversario dell’apparizione della Madonna in un bosco locale. Un lontano frastuono di fiati annunciava l’arrivo di una processione, quindi parcheggiando alla benemeglio, l’ho attesa. Attorno alla statua della Madonna, un nocciolo duro di fedeli, che cantavano inni sacri e devozioni. Dietro, un fitto stuolo di gente munita di smartphone, che riprendeva, fotografava o non poteva aspettare per chattare con qualcun altro. Confrontando i due gruppi, mi ha colpito, benché sia ampiamente prevedibile, l’età media del primo, in cui il più giovane avrà avuto 60 anni. Come ogni volta, mi trovo a chiedermi…che fine sta facendo la religione? Il sacro sta per essere espulso dal nostro futuro, rimanendo come una cianfrusaglia di società arcaiche? 

La domanda non è nuova e molti e ben migliori di me se la sono posta. Per gran parte del Novecento la sociologia ha raccontato la modernità come una lunga uscita dal sacro. Max Weber le aveva dato il nome più celebre: disincanto del mondo. Con l'avanzare della scienza, della tecnica e della razionalizzazione burocratica, il mondo ha perso i suoi dèi, i suoi spiriti, la sua magia, riducendosi a un meccanismo calcolabile e senza mistero. La secolarizzazione sembra il destino inevitabile delle società avanzate: meno chiese, meno credenze, meno trascendenza. Ma anche meno spiritualità? Meno bisogno del sacro? O semplicemente questo bisogno ha cambiato indirizzo?

Perché benché le chiese siano vuote e ormai anticamere di RSA, mai come oggi proliferano veri propri culti alternativi che si sostanziano in pratiche di cura di sé, percorsi di crescita personale, spiritualità del benessere, culti dell'autenticità, promesse di connessione totale, spesso mediate dalla tecnologia. Quindi forse il vocabolario della trascendenza non è sparito: si è solo trasferito altrove, il disincanto teconologico non ha ucciso il sacro, ma ne ha  piuttosto tolto il fondamento esterno. Rimasto senza un cielo su cui posarsi, il sacro è caduto sull'unico oggetto ancora disponibile: il soggetto stesso, il sé.

Anche questa idea, che l'individuo potesse diventare oggetto di culto, non è un'intuizione recente. Il primo a formularla fu Émile Durkheim, agli inizi del secolo scorso. Per Durkheim il sacro non è un contenuto — un Dio particolare — ma una funzione: è ciò che una collettività separa dal profano, pone più in alto, tratta come intoccabile, e attorno a cui si stringe.

Ma Durkheim aveva colto anche un passaggio ulteriore. Nelle società moderne, dove le divinità condivise si indeboliscono e la coscienza collettiva si frammenta, un solo oggetto continua a suscitare rispetto unanime: la persona umana. La dignità dell'individuo, la sua inviolabilità, i suoi diritti diventano l'ultimo altare comune. Durkheim chiamò questa tendenza il culto dell'individuo: una sorta di religione civile in cui la persona prende il posto lasciato vuoto dagli dèi. Come dicevamo, Il sacro non evapora, migra.

Pensiamo ai triti mantra e imperativi contemporanei — sii te stesso, realizzati, ascolta il tuo vero io, non tradirti, tu sei l’unica persona che conta, se vuoi puoi — hanno molte delle caratteristiche formali di un culto e un unico comune denominatore, l’IO.

Una nuova religione che, come le vecchie, conserva una liturgia: le routine del wellness, la crescita personale, la cura di sé eretta a dovere. Ha i suoi peccati: l'inautenticità, il conformismo, la colpa di «non amarsi », il “non lo vuoi abbastanza!. Ha una salvezza: la piena realizzazione personale. Ha i suoi maestri, o meglio i suoi guru, le sue asceśi, i suoi testi sapienziali, i suoi altari. Il Sé diventa il progetto sacro per eccellenza, l'unica cosa che non si può sacrificare a nulla di esterno, perché è diventato esso stesso il valore ultimo.

Certo, rispetto al pensiero di Durkheim oggi c’è una divaricazione fondamentale, per il sociologo rappresentava il sacro ciò che si sottrae allo scambio, che non ha prezzo, che non si può comprare né vendere senza profanarlo. Oggi questi simulacri del sacro tradizionale, sono di fatto un mercato, e anche fiorente. E quando la spiritualità entra nel circuito della merce  non subisce un danno accidentale: subisce una trasformazione che ne intacca la natura. Questi nuovi e molteplici culti, non seguono le logiche classiche del fedele quando piuttosto la logica del cliente. Chi paga ha ragione, il “prodotto” deve soddisfare, l'esperienza deve piacere. Ma le tradizioni spirituali vere hanno quasi sempre funzionato al contrario: chiedevano disciplina, rinuncia, la sopportazione di verità scomode, a volte la frustrazione del desiderio immediato. Una spiritualità che deve vendere tende a eliminare tutto ciò che è sgradevole, a promettere risultati, a dire al cliente quello che vuole sentirsi dire. Il risultato è, se vogliamo chiamarla così, è una spiritualità "addomesticata": tutte le consolazioni, nessuna delle esigenze. Il problema non è nemmeno la volgarità, è lo svuotamento.

Delle religioni tradizionali invece questo nuovo culto mantiene l'asimmetria di potere. Chi cerca aiuto spirituale è spesso in una condizione di vulnerabilità — lutto, malattia, crisi, solitudine. Un mercato che si rivolge a persone vulnerabili con la promessa di guarigione, salvezza o realizzazione è un terreno fertile per lo sfruttamento: dai guru che accumulano fortune e potere sui devoti, fino alle derive più pericolose in cui la promessa spirituale si salda con la rinuncia al pensiero critico. Qui il pericolo non è teorico: è il territorio delle sette, delle truffe emotive, e in ambito para-sanitario delle pseudoterapie che possono allontanare le persone da cure reali. È il punto in cui la questione smette di essere filosofica e diventa concretamente rischiosa per la salute e per il patrimonio delle persone.

E inoltre, un mercato spirituale centrato sull'Io tende a proporre soluzioni individuali a problemi che sono collettivi. Se sei ansioso, stressato, esausto, la risposta commerciale è una app di meditazione, un ritiro, un percorso di crescita personale — mai la domanda se non sia il contesto sociale, il lavoro, le condizioni materiali a produrre quel malessere. L’unico cambiamento possibile è dentro, e quindi si rinuncia a un agire comune collettivo e trasformativo. L’unico riferimento all’esterno rimane la conferma e la gratificazione, a suon di like e follower. La spiritualità mercificata rischia di funzionare come un anestetico che individualizza la sofferenza e la depoliticizza: il problema sei tu, la soluzione la compri tu, e intanto le cause strutturali restano intatte. Un pericoloso ritiro dall’agire sociale.

Certo si obietterà che tutte le tradizioni religiose hanno sempre avuto una dimensione economica: pellegrinaggi, offerte, vendita di indulgenze, edilizia sacra, mecenatismo. Il sacro "puro", separato da ogni denaro, è in parte un'idealizzazione. Ma la differenza c’è ed è importante: se il vero oggetto di culto contemporaneo è l'Io, allora il mercato spirituale è semplicemente il suo apparato liturgico: vende all'individuo gli strumenti per venerare se stesso. In questo senso la mercificazione non è un incidente esterno che corrompe una spiritualità altrimenti pura — è la forma coerente che una religione dell'Io assume in una società di mercato.

E il luogo dove questa nuova malintesa trascendenza si manifesta con più forza, è proprio quello che si crede più razionale e tecnico di tutti: il digitale. La tecnologia amplifica il culto dell'Io in modo quasi letterale.

Il profilo social è un altare del Sé: lo si cura, lo si espone, lo si offre alla venerazione, e i like funzionano come una forma secolarizzata di devozione. L'algoritmo che come un oracolo profetizza (e costruisce) le tue traiettorie, connessione totale da ovunque e comunque, l’appartenza a una community ripetono la grammatica della comunione mistica. Non è un caso che il lessico del marketing tecnologico trabocchi di parole di trascendenza: cloud, immersione, esperienza, presenza. L'immaginario digitale schiude ai soggetti la possibilità di abitare un universo mistico — proprio mentre siamo convinti di vivere nell'epoca più disincanta e progressista ta della storia.

E la domanda aperta resta: è davvero un bene esserci emancipati da una spiritualità tradizionale a favore di una devozione semplicemente a sé? Come possiamo pensare che il bene comune, l’agire collettivo, la responsabilità generazionale possano sopravvivere a questo tsunami individualista? Ora probabilmente la soluzione non era Dio, ma certamente non è nemmeno Io. Torno al pensiero di Durkheim, ovvero che il sacro è ciò che una collettività separa dal profano, pone più in alto, tratta come intoccabile, e attorno a cui si stringe.

Cosa rimane di sacro per noi, fuori di noi?

Pubblicato il 18 agosto 2026

Fabio Salvi

Fabio Salvi / Team Lead People Partner Europe South presso FlixBus