Go down

When I was small You took me by the hand Father you should know I finally understand You taught me wrong from right And how to live You gave the greatest gift That one could give You never let me down You made me strong When I made mistakes When I was wrong


IL NUMERO DEL FUOCO

Medesimo, uguale, simile, le forme dell’identità

Prologo

L’appuntamento è per cena dal Gattopardo, in realtà si chiama il Pescegatto ma a noi va così. Il titolare è il quarto elemento della banda, chef, antiquario, uomo dalle mani d’oro con le cose belle e con il cibo. Lui è il Principe di Salina, perché ha la stessa signorile malinconia di chi conosce il valore di tutto e non ha bisogno di esibirlo. Stasera siamo in tre al suo tavolo, il Conte, il Marchese e io, i soliti tre insomma quando il quarto è dietro ai fornelli. Il Principe prende la comanda, poi sparisce in cucina come scompare sempre, nel modo di chi sa che il lavoro vero si fa lontano dagli occhi.

È quella mezz’ora sospesa tra l’aperitivo e il primo piatto. Il Conte sfoglia il menu come se leggesse un trattato. Il Marchese tiene il bicchiere con la precisione di chi sa che le cose si tengono, non si stringono. È una serata quieta, troppo quieta e, come Eris lancia il pomo d’oro al banchetto degli dèi, butto sul tavolo la miccia della contesa, e dico: “belin ma sapete che qualcuno ha pagato quasi due milioni di dollari per un relitto di una Ferrari 500 Mondial Spider Serie I del 1954, carrozzeria Pinin Farina, bruciato, che non ha motore né cambio né ruote né freni abbandonato in un fienile per 45 anni?”

La tenzone parte. Loro discutono. Io li ascolto per un momento, il Conte già impugna la questione con metodo, il Marchese sorride di quel sorriso che precede sempre un’obiezione precisa, e poi mi assento. Non fisicamente, resto lì, il bicchiere in mano, gli occhi sul tavolo. Ma qualcosa in me si ritira, come fa spesso quando una domanda tocca qualcosa di più profondo di quanto sembrava. E comincia a lavorare.

La domanda che ho lanciato non riguarda le automobili. Non l’ho mai pensata come una questione automobilistica. Riguarda qualcosa che il pensiero greco ha messo a fuoco con una precisione che noi abbiamo quasi perso, in che senso una cosa che cambia rimane se stessa? In che senso un oggetto distrutto è ancora quell’oggetto? E sotto questa domanda, silenziosa come una corrente sotto la superficie di un fiume, un’altra domanda, più vecchia, più personale, aspetta il momento di emergere.

Quattro parole per una domanda

Il pensiero greco non ha una parola sola per dire «lo stesso». Ne ha quattro, e confonderle non è imprecisione stilistica, è un errore ontologico. La nostra lingua le ha fuse in una. Paghiamo il prezzo di questa fusione ogni volta che dobbiamo pensare cosa sopravvive quando una cosa cambia.

Ταὐτόν (tautón — il medesimo) è l’identità numerica, questa cosa, non un’altra. Non che condivida proprietà con altro; non che assomigli a qualcosa. Che sia questa unità singola e irripetibile. Aristotele, nel lessico della Metafisica, lo chiude in una formula che merita di restare: «ἡ ταυτότης ἑνότης τίς ἐστιν», l’identità è una certa unità.[1] Non proprietà condivisa. Non somiglianza. Unità.

Ἴσον (íson — l’uguale) opera nella dimensione della misura, stessa quantità, stesso peso, stessa proporzione. Euclide apre gli Elementi con questa nozione

τὰ τῷ αὐτῷ ἴσα καὶ ἀλλήλοις ἐστὶν ἴσα

le cose uguali alla stessa cosa sono uguali tra loro.[2]

Due oggetti costruiti sullo stesso progetto sono ἴσα. Non sono ταὐτόν, sono due cose distinte, non una sola.

Ὄμοιον (hómoion — il simile) è la conformità formale, stessa figura, stesso aspetto, stessa qualità apparente. Platone, nel Parmenide, precisa il nesso con il medesimo in una formula di grande esattezza: «τὸ γὰρ ταὐτόν τι πεπονθὸς ὅμοιόν που», ciò che ha subito la stessa cosa è certamente simile.[3] La formula vale in una direzione sola: identità di trattamento produce somiglianza. Ma la somiglianza non è condizione necessaria per l’identità numerica. Si può essere ταὐτόν senza essere ὅμοιον.

Θάτερον (tháteron — il diverso) è l’alterità come struttura universale, ogni cosa non è ogni altra in virtù della partecipazione al θάτερον. Platone, nel Sofista, fa del Diverso uno dei cinque generi sommi che attraversano tutto il reale.[4] Non una proprietà accidentale, la struttura in virtù della quale ogni cosa è se stessa e non tutto il resto. Una replica perfetta della Ferrari bruciata, costruita oggi, indistinguibile visivamente, sarebbe ὅμοιον. Non sarebbe ταὐτόν, non condivide la catena causale che lega il relitto al 1954.

Il relitto che ho messo sul tavolo, con la malizia di Eris, produce, applicati questi quattro termini, un’asimmetria rivelatrice. Non è ἴσον (uguale) quasi a nulla, il fuoco ha ridotto a zero ogni misura comparabile con la Ferrari originale. Non è ὅμοιον (simile), nessuna somiglianza visibile sopravvive alla combustione. È θάτερον (diverso) rispetto a qualunque altra cosa al mondo, inclusa una replica che qualcuno potrebbe costruire domani. E tuttavia, è pienamente, aristotelicamente, inattaccabilmente ταὐτόν. È questa unità numerica. Non un’altra. Il fuoco ha toccato tutto tranne questo.

Il fiume e il fuoco

Prima di Aristotele e dei suoi lessici, prima che il pensiero diventasse φιλοσοφία (philosophía — amore del sapere, desiderio che insegue ciò che non possiede), c’era un’altra forma di conoscenza. I Greci la chiamavano σοφία (sophía — sapienza), non un sapere che si argomenta ma un sapere che si ha, per contatto diretto, come si ha la vista.[5] Eraclito è un σοφός (sophós — sapiente). Aristotele è un φιλόσοφος (philósophos — amante del sapere). La differenza non è cronologica, è di natura.

Il sapiente parla dall’interno del fuoco. Il filosofo ne misura la temperatura.

Giorgio Colli ha restituito Eraclito a questa profondità originaria, non un filosofo della natura che sceglie il fuoco come principio cosmico, ma un sapiente nel senso arcaico, la cui parola non descrive la realtà dall’esterno ma la porta dall’interno, come una tensione che il testo deve sostenere.[6] Il suo λόγος (lógos — la parola, la ragione, la struttura) non rivela e non nasconde: σημαίνει (semaínei — fa segno). Come Apollo a Delfi: «οὔτε λέγει οὔτε κρύπτει ἀλλὰ σημαίνει», né dice né nasconde, ma indica.[7]

Il frammento più autentico sul fiume, attestato in Eusebio attraverso Ario Didimo, non dice quello che la tradizione gli ha attribuito.[8] Non dice «non puoi entrare due volte nello stesso fiume»: questa è una cristallizzazione tardo-antica, già presente come parafrasi in Platone.[9] Il frammento dice:

ποταμοῖσι τοῖσι αὐτοῖσιν ἐμβαίνουσίν τε καὶ οὐκ ἐμβαίνουσιν, ἐπί τε τῶν αὐτῶν ποταμῶν ἕτερα καὶ ἕτερα ὕδατα ἐπιρρεῖ.

In questi stessi fiumi entrano e non entrano, sugli stessi fiumi acque altre e sempre altre scorrono sopra.

Il fiume è αὐτοῖσι (autoîsi — i medesimi). Le acque sono ἕτερα καὶ ἕτερα (hétera kaì hétera — sempre altre). La struttura non è paradossale, è precisa. L’identità dinamica del fiume non sopravvive all’alterità delle acque nonostante essa, si regge su di essa. Senza acque che cambiano non c’è fiume, c’è uno stagno. Il cambiamento del contenuto è la condizione di possibilità dell’identità del processo.

Il fuoco, per Eraclito, non è il contrario dell’identità: è il principio che la rende pensabile. «κόσμον τόνδε, τὸν αὐτὸν ἁπάντων [...] ἦν ἀεὶ καὶ ἔστιν καὶ ἔσται πῦρ ἀείζωον, ἁπτόμενον μέτρα καὶ ἀποσβεννύμενον μέτρα».[10] Questo cosmo, lo stesso per tutti, era sempre ed è e sarà fuoco sempre vivente, πῦρ ἀείζωον (pûr aeízoon), accendendosi a misura e spegnendosi a misura. Il cosmo è τὸν αὐτόν non nonostante il fuoco ma come fuoco.

E questo frammento aggiunge la struttura tensiva che regge tutto:

παλίντροπος ἁρμονίη ὅκωσπερ τόξου καὶ λύρης. Armonia che si rivolge indietro, come dell’arco e della lira.[11]

Παλίντροπος (palíntropos), non tensione accumulata, ma tensione che ritorna su se stessa, che piega nella direzione opposta e in quel piegare tiene tutto insieme. L’arco e la lira funzionano perché le corde tirano in direzioni opposte. La discordia mantenuta a misura è l’armonia. Il contrario che si rovescia nel medesimo. Ma Colli ha visto qualcosa di più preciso, l’armonia dei contrari non è una legge che si osserva dall’esterno, è la struttura dell’enigma stesso, la forma in cui il sapere si dà e insieme si sottrae. Non c’è prima il contrario e poi l’armonia, il contrario è già armonia nel momento stesso in cui lacera. Il fuoco che distrugge è già, nella sua distruzione, il principio che conserva. Tenete questo frammento a mente, tornerà.

La nave, il relitto, il restauro

Plutarco, nella Vita di Teseo, ricorda che gli Ateniesi conservarono la nave su cui Teseo era tornato da Creta rimuovendo via via le assi marce e sostituendole con assi nuove,

ὥστε καὶ τοῖς φιλοσόφοις εἰς τὸ περὶ τῶν αὐξανομένων λογικὸν ζήτημα τὸ πλοῖον ἀναφαίνεσθαι

così che la nave si presentava ai filosofi come caso del problema logico riguardante le cose che crescono, alcuni dicendo che rimaneva la stessa, altri che no.[12] Il problema è antico. Crisippo, nel terzo secolo avanti Cristo, lo aveva già posto nei termini dell’identità individuale con il suo ἴδιος ποιός (ídios poiós — la qualità propria dell’individuo, ciò che lo distingue da tutti gli altri), il principio d’individuazione che né il fuoco né l’amputazione possono toccare perché non abita nella materia ma nella struttura di individuazione dell’oggetto.[13]

Il caso del relitto bruciato è il rovescio esatto di questo paradosso. La nave di Teseo è un caso di conservazione attiva: gli Ateniesi intervengono deliberatamente, vogliono mantenere la nave, e ogni atto di conservazione introduce materia estranea, l’asse nuova non ha mai navigato con Teseo, porta con sé una storia causale diversa. Il voler preservare il ταὐτόν erode, asse dopo asse, la continuità materiale che lo sorregge.

Il caso del relitto è invece un abbandono conservativo, quarantacinque anni in una rimessa senza che nessuno intervenga. La continuità causale non è stata spezzata da nessun progetto umano. Il fuoco ha trasformato la materia senza sostituirla con materia di provenienza diversa. Ogni atomo del relitto era già in quella Ferrari nel 1954.

Ma ora arriva il secondo rovesciamento, che complica tutto. Quel relitto ha già perso quasi tutto, motore, cambio, impianto elettrico, interni, ruote, freni. Avanza una carrozzeria contorta e bruciata, un telaio storto. Il restauro è quasi certo. E nel restauro il paradosso di Teseo rientra dalla porta che sembrava chiusa, perché la struttura è la stessa: materia estranea che prende il posto di materia assente, pezzi che non hanno mai gareggiato con Cortese innestati su un frammento che a malapena ricorda la propria forma. Le assi nuove della nave non avevano navigato con Teseo. Il motore nuovo della Ferrari non avrà corso con Cortese. Non c'è differenza di struttura.

Eppure nessuno dubiterà che la Ferrari restaurata sia quella Ferrari. Nella nave il paradosso produce perplessità genuina. Qui no. E questa assenza di dubbio è il dato filosoficamente più nudo, il ταὐτόν della 500 Mondial Spider non abita nella materia, abita nella storia, nel numero di telaio, nella catena documentale, nel racconto che lega quel frammento di lamiera a Cortese, alla Mille Miglia, ai tornanti siciliani.

L'identità è custodita da chi la riconosce.

Il restauro produrrà un oggetto progressivamente più ὅμοιον (simile) alla Ferrari del 1954, visivamente, funzionalmente, quasi perfettamente somigliante, e materialmente meno ταὐτόν (medesimo) di quanto non sia oggi il relitto bruciato. La Ferrari restaurata sarà più bella e meno vera del relitto. Il relitto è ταὐτόν senza essere ὅμοιον. La Ferrari restaurata sarà ὅμοιον senza essere pienamente ταὐτόν.

E il mercato aveva pagato quasi due milioni di dollari per il primo. Otterrà il secondo. Nessuno ha imbrogliato nessuno, è semplicemente la struttura del problema. Non si può possedere il ταὐτόν puro senza che la sola presenza delle mani che cercano di tenerlo lo trasformi in qualcosa di diverso. Forse questa è la lezione più crudele che la filosofia greca sa dare, alcune cose si conservano solo se non si toccano.

La cosa e il suo mondo

C’è una domanda più profonda che il relitto porta, e che i quattro termini greci da soli non bastano a contenere. È la domanda su cosa sia una cosa, non le sue proprietà fisiche, non il suo valore di scambio, non la sua funzione. Ma cos’è che fa di un oggetto quello specifico oggetto, irripetibile, carico di un peso che la descrizione non riesce a esaurire.

Heidegger, in un saggio del 1950 intitolato Das Ding, La cosa, ha proposto che le cose non esistano isolate nel mondo come atomi muti, che ogni cosa degna di questo nome raccolga intorno a sé un intero mondo.[14] La coppa che è sul tavolo che stà maneggiando nervosamente il Marchese non è un contenitore per vino, è il vino della vigna, la vigna della terra, la terra della pioggia e del sole, le mani che hanno potato e raccolto, la tavola a cui è portata, i morti che hanno bevuto da coppe simili, i vivi che berranno. Una cosa autentica raduna, tiene insieme, nel suo semplice esserci, tutta questa rete di relazioni che la precede e la eccede. Non è una metafora. È una descrizione più precisa di ciò che accade quando ci troviamo davanti a qualcosa che sentiamo come vero.

Il relitto bruciato raduna un mondo preciso. Raduna Maranello nel 1954, le mani degli operai che lo hanno costruito, il motore quattro cilindri che ha girato sui circuiti italiani, i tornanti siciliani della Targa Florio, Franco Cortese che guida, i meccanici che aspettano ai box, il fuoco dello schianto negli anni Sessanta, la rimessa silenziosa, i quarantacinque anni di buio. Questo mondo non abita nella lamiera contorta, abita nella relazione tra quella lamiera e tutto ciò che essa porta con sé. Il fuoco non ha bruciato il mondo. Ha reso la lamiera il sigillo di un mondo che non esiste più in nessun altro posto.

È per questo che il restauro, pur recuperando la forma, non può recuperare interamente questo peso. Ogni componente aggiunto porta con sé un altro mondo, la fabbrica in cui è stato prodotto, le mani che lo hanno lavorato, la storia che non ha niente a che fare con Cortese. La cosa restaurata sarà bella. Ma la sua bellezza sarà quella di una ricostruzione, non di una testimonianza. La differenza non è estetica, è ontologica. Nelson Goodman l’avrebbe chiamata la distinzione tra opera autografica e opera allografica, un oggetto per cui «anche la più precisa duplicazione non conta come genuina».[15]

Walter Benjamin chiamava Aura

apparizione unica di una lontananza, per quanto vicina essa possa essere.[16]

Pensava alle opere d’arte riprodotte meccanicamente, alla perdita che la copia infligge all’originale. Ma il relitto bruciato gli dà ragione in un modo che non aveva previsto, il fuoco ha reso impossibile qualunque riproduzione fedele, e nell’impossibilità della riproduzione ha concentrato tutta l’aura nell’oggetto. Il fuoco non ha distrutto l’aura. L’ha distillata. Ciò che resta è più aura di quanto non fosse l’oggetto integro, proprio perché non può essere copiato, perché la distruzione è parte irripetibile della sua storia.

Il tempo nelle cose

C’è un’ultima domanda che questo relitto pone, e questa non si risolve: si nomina, e si lascia aperta come si lascia aperta una finestra perché l’aria circoli.

La Ferrari del 1954 e il relitto del 2023 condividono il ταὐτόν nel senso più stretto. Ma questa condivisione non è simmetrica. È una relazione asimmetrica tra un oggetto che è stato e un oggetto che è, tra un passato che non esiste più e un presente che porta le sue tracce. Il ταὐτόν diacronico, l’identità di una cosa attraverso il tempo, è territorio che Aristotele ha circoscritto senza mai tematizzare con piena precisione, i suoi lessici distinguono l’identità sincronica con grande rigore, ma l’identità di un oggetto che attraversa decenni, che porta dentro di sé il peso accumulato di ciò che è accaduto, questa rimane oltre il perimetro del suo vocabolario.

Ma il sapiente aveva già capito ciò che il filosofo non riesce a formulare. Dove Aristotele distingue, Eraclito abita. Non offre una dottrina, offre una struttura del divenire che non si lascia ridurre a dottrina. Il fiume è sempre il medesimo. Le acque sono sempre altre. Il tempo non dissolve il ταὐτόν, lo addensa. Il fuoco ha concentrato il tempo nell’oggetto. I quarantacinque anni di rimessa hanno lasciato che questa concentrazione si sedimentasse senza interferenze, senza nessun atto umano che interrompesse il lavoro silenzioso del tempo.

C’è un modo di stare con le cose che le lascia essere quello che sono senza forzarle verso nessun progetto.

Non è indifferenza, è la forma più alta di attenzione. Medlin non ha fatto nulla, e in questo non-fare c’è qualcosa che si avvicina a una saggezza involontaria. Ha lasciato che la cosa custodisse il proprio tempo senza che nessuno glielo sottraesse. Gli Ateniesi cercavano di vincere il tempo sostituendo le assi. Medlin ha lasciato che il tempo vincesse, e la vittoria del tempo ha prodotto qualcosa che nessun restauro avrebbe potuto produrre: la forma più pura dell’identità attraverso la trasformazione.

Il relitto è un αἴνιγμα (aínigma) nel senso preciso che Colli attribuisce alla sapienza arcaica, né dice né nasconde. Fa segno. Verso una storia che non si può restituire, verso una velocità che non si può più misurare, verso qualcosa che il fuoco ha reso irrecuperabile e proprio per questo inconfondibile. Lo stesso fuoco che ha quasi dissolto la materia ha reso l’identità incancellabile.

Mentre la contesa al tavolo si smorza, il Conte che concede un punto, il Marchese che alza il bicchiere come si alza una bandiera bianca, sento che la domanda si è spostata dove non può più riguardare le automobili.

 

Epitaffio

 

Il Conte e il Marchese mi guardano. Il Principe aspetta con il menu dei dolci. E io, che stavo altrove, torno al tavolo. Torno, e sento qualcosa spostarsi nel petto.

Penso a stamattina. A mio padre seduto sul bordo del letto. Lui che allunga una mano verso le scarpe e la mano si ferma a metà, incerta. Io che mi inginocchio davanti a lui, prendo la scarpa, infilo il laccio. Lui che mi guarda mentre lavoro, con quegli occhi che a volte sono lontani e a volte arrivano vicini, vicinissimi, come adesso. E in quel momento, in quello spazio di pochi secondi in cui le sue dita sfiorano la mia testa, un gesto vecchissimo, automatico, sopravvissuto a tutto, sono tornato bambino. Ho rivisto la scena identica e capovolta, io sul bordo della panchina degli spogliatoi, lui inginocchiato davanti a me, le mani veloci e sicure che allacciavano le scarpette da calcio.

Io che lo guardavo dall’alto come si guarda qualcuno che non può deluderti.

Quello che mi ha attraversato non era solo tenerezza. Era qualcosa di più strutturale. Era il riconoscimento di una forma.

L’arco che si rivolge indietro. La corda tesa nella direzione opposta, che è la stessa direzione.

L'arco che si rivolge indietro. La corda tesa nella direzione opposta, che è la stessa direzione. La direzione si è invertita anche per lui: il tempo lo sta riportando verso il punto da cui era partito, verso le mani di qualcun altro, verso i lacci che non si annodano da soli. Alzheimer è il nome che i medici danno a questa inversione. Il fuoco lento che ha preso ciò che era più esposto, la memoria, il filo del racconto, i nomi delle cose, e lo ha consumato come una fiamma che non ha fretta. Ma quello che il fuoco non tocca, la malattia non lo tocca: lui.

Questo qui. Τόδε τι (tóde ti — questo-qui).[17] Il medesimo di sempre. Il medesimo di quando mi allacciava le scarpe.

Ταὐτόν. L’identità come unità, non come somiglianza. Non che assomigli a se stesso di trent’anni fa, non è quello il criterio. Che sia questa persona, questa continuità ininterrotta che lega il bambino che era all’uomo che è adesso. Il fuoco dell’Alzheimer ha quasi dissolto la forma riconoscibile. Ma il ταὐτόν è intatto. Lo so con la stessa certezza con cui so il mio nome.

Solo che questa certezza, da sola, non basta a vivere.

Perché il ταὐτόν di mio padre esiste sempre più nell’esterno, nella mia memoria, nelle fotografie, nelle storie che gli racconto di lui in terza persona mentre lui ascolta come si ascolta una cosa bella che riguarda qualcun altro.

Sono diventato il custode di un’identità che non riesce più a custodirsi da sola. Porto per lui la catena dei ricordi.

Tengo insieme i fili di una storia che lui non riesce più a seguire dall’interno. Non è solo un ruolo che ho scelto, è anche un ruolo che il tempo assegna, quando il tempo decide di capovolgere le cose.

Stamattina, inginocchiato davanti a lui con il laccio in mano, ho capito che stavo compiendo un gesto che lui aveva compiuto per me. Lo stesso gesto. La stessa cura. La stessa attenzione alle dita che non devono stringere troppo, alle caviglie che devono essere libere. La stessa pazienza. La stessa delicatezza.

Non era una perdita. Era una risposta.

Παλίντροπος ἁρμονίη ὅκωσπερ τόξου καὶ λύρης.

Armonia che si rivolge indietro, come dell’arco e della lira. Le corde che tendono nella direzione opposta, e nel tendere in direzione opposta tengono insieme tutto. Mio padre mi ha tenuto quando non sapevo stare in piedi. Io tengo lui adesso che il terreno è diventato incerto. Non è simmetria, è la stessa forma che ritorna capovolta, la stessa tensione che cambia direzione senza perdere la propria natura. L’arco della vita che si ritende.

Penso a come stamattina, dopo che gli ho allacciato le scarpe, ha alzato gli occhi su di me e per un momento, un momento solo, ma preciso come una nota sola, era lì. Era lui. Mi guardava come mi guardava quando ero piccolo, con quella combinazione di orgoglio e preoccupazione che è il modo in cui i padri guardano i figli quando pensano di non essere visti.

«Andiamo?» gli ho detto.

«Andiamo» ha risposto.

Non so se sapesse dove stavamo andando. Non importava. Stavamo andando insieme. E in quel gesto semplice, alzarsi, appoggiarsi leggermente al mio braccio, fare il primo passo, c’era tutto ciò che l’amore sa fare quando le parole non bastano più: essere presente, essere affidabile, essere lì.

L’arco si ritende. La corda tira nella direzione opposta. L’armonia tiene.

“prendo il solito, Principe, quello con le cipolle di Tropea”

Παλίντροπος ἁρμονίη ὅκωσπερ τόξου καὶ λύρης


Note

[1]Aristotele, Metafisica Δ.9, 1018a, ed. W.D. Ross, Oxford 1924. La formula conclusiva «l’identità è una certa unità» (ἡ ταυτότης ἑνότης τίς ἐστιν) era assente dalle precedenti redazioni dell’archivio. Si noti: la tripartizione scolastica ταὐτὸν κατ’ ἀριθμόν / κατ’ εἶδος / κατὰ γένος come sequenza etichettata non appare in questi termini nel testo aristotelico; è una cristallizzazione della tradizione.

[2]Euclide, Elementi, prima nozione comune (Κοιναὶ ἔννοιαι I), ed. Heiberg.

[3]Platone, Parmenide 139e, ed. Burnet (OCT). La formula τὸ γὰρ ταὐτόν τι πεπονθὸς ὅμοιόν που lega direttamente identità e somiglianza: il medesimo trattamento produce somiglianza, ma la somiglianza non è condizione necessaria dell’identità numerica.

[4]Platone, Sofista 254b–259d. L’Ospite Eleate — non Socrate — conduce l’argomentazione sui cinque μέγιστα γένη.

[5]Sulla distinzione tra σοφός e φιλόσοφος: G. Colli, La nascita della filosofia, Adelphi, Milano 1975, passim. Il σοφός accede al sapere per contatto diretto; il φιλόσοφος lo desidera, lo insegue, lo argomenta. Eraclito parla dall’interno del fuoco. Aristotele ne misura la temperatura.

[6]G. Colli, La sapienza greca, vol. III, Adelphi, Milano 1980; La nascita della filosofia, Adelphi, Milano 1975. Per Colli, Eraclito non è un filosofo della natura ma un σοφός nel senso arcaico: la sua parola non descrive la realtà, la porta.

[7]Eraclito B93, in Plutarco, De Pythiae oraculis 404d. Numerazione Diels-Kranz.

[8]Eraclito B12, in Ario Didimo ap. Eusebio di Cesarea, Praeparatio Evangelica XV.20. Sulla autenticità di B12 come frammento più genuino del gruppo ‘fiume’: G.S. Kirk, Heraclitus: The Cosmic Fragments, Cambridge 1954; concorda C. Kahn, The Art and Thought of Heraclitus, Cambridge 1979.

[9]La formula «non puoi entrare due volte nello stesso fiume» è una cristallizzazione tardo-antica. La più antica attestazione è in Platone, Cratilo 402a: Platone parafrasa, non cita.

[10]Eraclito B30, in Clemente Alessandrino, Stromata V.14.104.2.

[11]Eraclito B51, in Ippolito, Refutatio omnium haeresium IX.9.2. Il termine trasmesso è παλίντροπος, non παλίντονος: adattare la fonte al concetto è il gesto filologico che questo lavoro vieta. Per l’armonia dei contrari come struttura portante dell’enigma eracliteo: Colli, La sapienza greca, vol. III, cit.

[12]Plutarco, Vita di Teseo 23.1, ed. Ziegler-Lindskog. La datazione a Demetrio Falereo (317–307 a.C.) conferma che il problema era già vissuto come tale nel periodo ellenistico.

[13]Per il Growing Argument: Plutarco, De communibus notitiis adversus Stoicos 1083a8–c1. Per l’ἴδιος ποιός: A.A. Long – D.N. Sedley, The Hellenistic Philosophers, Cambridge 1987, vol. I, sez. 28. Per il puzzle di Dione e Teone: Filone di Alessandria, De aeternitate mundi 48 (= SVF ii.397); cf. J. Bowin, ‘Chrysippus’ Puzzle about Identity’, Classical Philology 97 (2002), pp. 239–251.

[14]M. Heidegger, Das Ding (1950), in Vorträge und Aufsätze, Neske, Pfullingen 1954. Il concetto di Geviert (quadratura: terra, cielo, divini, mortali) descrive la struttura radunante della cosa autentica.

[15]N. Goodman, Languages of Art, Bobbs-Merrill, 1968, cap. 3. Per Goodman, un’opera autografica è tale che ‘anche la più precisa duplicazione non conta come genuina’.

[16]W. Benjamin, Das Kunstwerk im Zeitalter seiner technischen Reproduzierbarkeit, in Gesammelte Schriften VII. Definizione di aura: «einmalige Erscheinung einer Ferne, so nah sie sein mag» — apparizione unica di una lontananza, per quanto vicina essa possa essere.

[17]Aristotele, Metafisica Z.3, 1029a27–28; Categorie 3b10 ss. τόδε τι (‘questo-qui-qualcosa’): la sostanza prima è individuo irripetibile, non istanza di un universale.

Pubblicato il 19 marzo 2026

Giuseppe Massimiliano Salamone

Giuseppe Massimiliano Salamone / Passo il tempo presso domus.LAB INTERIOR & DESIGN