Premessa
Chi lavora in ambito di cura, sanitario, parasanitario, domestico, assistenziale, lo sa, lo ha sentito dire decine di volte. Lo ha letto negli occhi prima ancora che nelle parole.
«Sono esausto.»
«Non ce la faccio più.»
«Non ho più una vita mia.»
«Mi sento in colpa anche solo a dirlo.»
«Se mi fermo un attimo, chi lo assiste?»
«Ormai la mia giornata è la sua giornata.»
Sono le parole dei caregiver. Le conosciamo e non c'è nulla di sorprendente nel sentirle, assistere una persona fragile, malata, non autosufficiente è una delle esperienze più faticose che un essere umano possa attraversare nel corpo, nella mente, nell'anima. Questo è fuori discussione.
Ma liquidare la questione con la constatazione che «fare il caregiver è durissimo» , significa fermarsi esattamente dove sarebbe necessario cominciare. Significa mancare l'attenzione che la professionalità esige. Perché sotto la stanchezza, sotto l'esaurimento dichiarato, si muovono dinamiche più sottili. E soprattutto più difficili da nominare perché parlarne può sembrare un'accusa. Dire a un figlio che assiste il padre malato che la sua dedizione totale ha anche un lato oscuro, suona come ingratitudine. Suggerire a una moglie, che non si separa mai dal marito sofferente che quel legame merita di essere osservato, suona come un giudizio.
E allora si tace e il silenzio diventa terreno fertile per dinamiche che lavorano nell'ombra e avvelenano chi assiste e chi è assistito.
Questo articolo nasce dalla convinzione che parlarne sia necessario, per analizzare con la precisione e la delicatezza che l' argomento e le persone coinvolte devono esigere.
Portare consapevolezza dentro la relazione curante-curato è una responsabilità professionale e umana. Il benessere di entrambe le parti ne dipende.
Per farlo, partiremo dal mito. Perché il mito, quando è grande, non racconta il passato illumina il presente.
Il mito: Antigone come βάκτρον
Un vecchio cieco cammina in un paesaggio ostile. Una giovane donna lo guida per mano. Lui si appoggia a lei con tutto il peso del corpo e della colpa. Lei non vacilla. Non si lamenta. Non chiede nulla per sé.
Sono Antigone ed Edipo, nel prologo dell'Edipo a Colono di Sofocle, l'ultima tragedia del poeta, rappresentata postuma nel 401 a.C.; ciò che Sofocle mette in scena non è semplicemente l'amore filiale, è l'anatomia di un legame in cui la cura si è fatta identità, e l'identità si è dissolta nella cura.
Nell'Edipo a Colono, Antigone non è ancora la ribelle che sfiderà Creonte, è il bastone del padre, βάκτρον (báktron), appoggio, sostegno, prolungamento del corpo altrui. Sofocle la designa così, esplicitamente. Antigone vede per Edipo, cammina per Edipo, parla per Edipo. Media tra lui e un mondo che lo rifiuta.
Ma Antigone non è stata costretta, si è offerta. La sua εὐσέβεια (eusébeía) la devozione filiale, che i Greci consideravano sacra, si è trasformata in qualcosa che è insieme virtù e patologia, dono e prigionia. Antigone rinuncia alle nozze, alla giovinezza, alla possibilità stessa di una vita propria. Come dirà nell'Antigone (vv. 905-912), nessun altro legame avrebbe potuto spingerla a tanto, non un marito, non un figlio ma solo il padre, perché insostituibile, perché l'ultimo.
Ed Edipo? Edipo accetta. Non con crudeltà, ma con quella naturalezza che è il segno più certo della dipendenza incorporata. Il suo bisogno è diventato struttura. La dedizione della figlia ne è l'architettura portante. Nessuno dei due vede più la gabbia, perché la gabbia è diventata la casa.
La trappola psicologica: codipendenza, invischiamento e dissoluzione del Sé nel caregiver adulto
La psicologia clinica ha dato nomi precisi a ciò che Sofocle racconta. Nomi che non tolgono nulla alla tragedia ma la rendono più riconoscibile e la rendono presente, perché Antigone non è una bambina investita troppo presto di responsabilità adulte. È una donna adulta che sceglie, o crede di scegliere, la sua trappola non è quella dell'infanzia rubata ma quella, più insidiosa, del figlio cresciuto che scompare dentro il ruolo di caregiver.
Il peso invisibile: il carico del caregiver adulto. Steven Zarit, negli studi che hanno fondato il campo della ricerca sul caregiving familiare (The Hidden Victims of Alzheimer's Disease, Zarit, Orr, Zarit, 1985), ha introdotto il concetto di caregiver burden, il carico del caregiver, come costrutto multidimensionale; un intreccio di esaurimento emotivo, isolamento sociale, tensione economica, e progressiva erosione dell'identità personale. Il Zarit Burden Interview (Zarit, Reever, Bach-Peterson, 1980), lo strumento clinico più utilizzato al mondo per misurare questo carico, contiene domande che sembrano scritte per Antigone: «Sente di non avere più una vita privata?», «Sente di aver perso il controllo sulla propria esistenza?», «Sente che il suo familiare dipende da lei come se fosse l'unica persona al mondo su cui contare?».
Zarit ha mostrato qualcosa che la retorica del «sacrificio nobile» tende a oscurare, il carico non è proporzionale alla gravità della malattia, è proporzionale alla qualità della relazione tra caregiver e assistito, e soprattutto al grado di fusione identitaria tra i due. Due caregiver nella stessa situazione clinica possono vivere carichi radicalmente diversi, non perché uno ami meno dell'altro, ma perché uno ha mantenuto un Sé separato e l'altro no.
Prigionieri del ruolo. Leonard Pearlin, nel suo modello dello Stress Process (Pearlin, Mullan, Semple, Skaff, 1990), ha identificato una dinamica specifica dei caregiver familiari adulti che illumina con precisione chirurgica la condizione di Antigone: la role captivity, la prigionia nel ruolo. Non si tratta di scegliere di curare ed esserne stanchi. Si tratta di qualcosa di più profondo: il caregiver sente di non poter essere altro che caregiver. Il ruolo ha colonizzato l'identità. Non c'è più un «io» al di fuori della funzione di cura e questo non perché manchino le alternative pratiche, ma perché il soggetto non riesce più a concepirsi al di fuori di quel ruolo senza sentirsi colpevole, vuoto, o inesistente.
Pearlin distingue con cura tra stressori primari: quelli direttamente legati all'assistenza, la fatica fisica, la gestione dei sintomi, la sorveglianza continua e stressori secondari, che sono le conseguenze a cascata sulla vita del caregiver come la contrazione delle relazioni sociali, l'abbandono del lavoro, la rinuncia ai propri interessi, e soprattutto ciò che Pearlin chiama loss of self, la perdita del Sé. Non una metafora ma una condizione misurabile, documentata, che si manifesta come incapacità di ricordare chi si era prima della malattia dell'altro.
L'obbligo filiale e la sua ombra. Margaret Blenkner (Social Work, 1965) ha introdotto un concetto che attraversa come un filo rosso tutta la letteratura gerontologica, la maturità filiale (filial maturity) , il momento nella vita adulta in cui il figlio riconosce il genitore come persona vulnerabile e accetta di assumere un ruolo di cura. Blenkner la descrive come una tappa evolutiva sana, un atto di maturazione.
Ma Victor Cicirelli (Journal of Marriage and the Family, 1993) ha mostrato che l'obbligo filiale (filial obligation) può trasformarsi da maturazione in trappola quando si fonde con l'attaccamento ansioso. Cicirelli, applicando la teoria dell'attaccamento di Bowlby alla relazione tra figlio adulto e genitore anziano, ha evidenziato che i figli con attaccamento ansioso verso il genitore, sviluppano livelli di obbligo filiale significativamente più alti e li vivono come costrizione interiore anche inconsapevolmente. L'obbligo filiale ansioso non dice «mi prendo cura di te perché ti amo e posso farlo»: dice «mi prendo cura di te perché se non lo facessi non potrei sopravvivere alla colpa».
Elaine Brody (Women in the Middle, The Gerontologist, 1981) ha documentato una dimensione ulteriore, specificamente legata al genere, le figlie adulte che statisticamente costituiscono la maggioranza dei caregiver familiari, si trovano «nel mezzo» tra i bisogni del genitore anziano, quelli del proprio nucleo familiare, e le proprie esigenze personali e professionali. Ma «nel mezzo» è un eufemismo, la ricerca di Brody mostra che la norma sociale implicita aspetta che sia la figlia a sacrificarsi e che la figlia interiorizza questa aspettativa fino a non percepirla più come imposizione esterna, ma come vocazione propria. Antigone è la figlia nel mezzo, con la differenza che per lei non esiste più nessun «mezzo»: c'è solo il padre.
I confini che scompaiono. Salvador Minuchin (Families and Family Therapy, 1974), pur avendo elaborato la sua teoria strutturale nel contesto delle famiglie con figli minori, ha descritto una dinamica che la ricerca sul caregiving adulto ha confermato essere altrettanto operante e forse più pericolosa, perché meno visibile, nelle relazioni tra figli adulti e genitori anziani: l'invischiamento. Quella permeabilità eccessiva dei confini relazionali in cui nessuno riesce più a distinguere i propri bisogni da quelli dell'altro.
Nell'invischiamento adulto la separazione è tradimento, l'autonomia è abbandono, il disaccordo è ferita. Ogni sistema familiare sano, dice Minuchin, necessita di confini chiari, linee sufficientemente definite perché ogni membro possa esistere come soggetto distinto pur appartenendo al sistema. Quando queste linee collassano, il dolore di uno diventa il dolore di tutti, e nessuno ha il permesso, implicito, strutturale, mai dichiarato, di vivere una vita non interamente orientata all'altro.
Rhonda Montgomery e Karl Kosloski (A Change in Perspective, 2009), nel loro modello della Caregiver Identity Theory, hanno mostrato il meccanismo preciso con cui questo collasso avviene nella relazione di cura tra adulti: l'identità del caregiver si sovrappone progressivamente, alla fine sostituisce tutte le altre identità che la persona possedeva. Il figlio che era anche professionista, amico, coniuge, individuo con interessi propri, diventa solo caregiver. Ill passaggio è così graduale, così impercettibile, che quando il soggetto se ne accorge, se se ne accorge, la sostituzione è già avvenuta.
Montgomery e Kosloski parlano di identity change markers, momenti-soglia, in cui la relazione originaria (figlio-genitore) viene riscritta nei termini della relazione di cura (caregiver-assistito). Ogni marker è una piccola morte dell'identità precedente. Nessuno di questi marker viene vissuto come una scelta. Tutti vengono vissuti come una necessità.
Perdersi nell'altro. Murray Bowen (Family Therapy in Clinical Practice, 1978) offre il concetto forse più potente per leggere Antigone, e per leggere ogni adulto che si è dissolto nella cura, la differenziazione del Sé. La capacità, o l'incapacità, di mantenere un senso stabile della propria identità dentro un campo relazionale ad alta intensità emotiva.
Bowen descrive un continuum. A un estremo, l'individuo fuso con il sistema emotivo familiare non distingue i propri sentimenti da quelli degli altri. All'estremo opposto, l'individuo capace di restare in contatto emotivo senza perdere sé stesso.
Un'osservazione di Bowen colpisce, nelle famiglie a bassa differenziazione, il membro più «responsabile» è spesso quello che paga il prezzo più alto. Assorbe l'ansia dell'intero sistema, permettendo a tutti gli altri di funzionare, ma funzionando egli stesso solo come funzione. Mai come soggetto. Nelle famiglie in cui un genitore si ammala, è quasi sempre il figlio meno differenziato a diventare il caregiver primario, non perché sia il più generoso, ma perché è quello che non riesce a dire no senza sentire che sta tradendo sé stesso.
Michael Kerr (Family Evaluation, Kerr e Bowen, 1988) mostra come questi pattern si trasmettano attraverso le generazioni con una regolarità che ha qualcosa di fatale. Nei Labdacidi, Sofocle lo aveva già visto con chiarezza implacabile, la maledizione della stirpe non è solo mitica. È sistemica.
L'architettura del falso Sé. Donald Winnicott (Playing and Reality, 1971) porta la lente al livello più profondo. Il falso Sé nasce quando il soggetto impara a organizzare la propria esistenza intorno ai bisogni dell'altro, nascondendo prima al mondo, poi a sé stesso, il proprio nucleo vitale. Non è una maschera che si toglie a fine giornata. È una struttura adattiva che si è sovrapposta al Sé autentico fino a renderlo irreperibile.
Nel caregiver adulto, il falso Sé ha una fisionomia precisa, è il figlio che dice «sto bene» quando sta crollando. È la figlia che dice «è il mio dovere» quando vorrebbe urlare. È chi ha imparato così bene a rispondere ai bisogni dell'altro da non saper più riconoscere i propri, non per difetto di intelligenza, ma per eccesso di adattamento. Winnicott è esplicito, il falso Sé ha una funzione protettiva. Custodisce il vero Sé sottraendolo a un ambiente che non è in grado di accoglierlo ma la protezione ha un costo altissimo, il soggetto vive, ma non esiste, funziona, ma non abita la propria esperienza.
Antigone è un falso Sé monumentale. Sacralizzato dalla tradizione come paradigma di virtù. Ma Sofocle, più sottile di qualunque moralismo, non ci chiede di ammirarla. Ci chiede di vederla.
Il veleno dolce: senso di colpa, falso abbandono e la cura del Sé come responsabilità
Adesso è necessario fare un passo più delicato. Non si tratta più solo di analizzare strutture bensì di toccare qualcosa che, chi vive la relazione di cura conosce nel corpo, anche quando non ha le parole per dirlo.
La colpa di esistere fuori dalla cura. Al centro della codipendenza opera un sentimento che raramente viene nominato con precisione, il senso di colpa anticipatorio. Non la colpa per qualcosa che si è fatto, ma la colpa per qualcosa che si potrebbe fare. Sottrarsi. Riposare. Desiderare altro. Esistere, anche solo per un'ora, al di fuori della relazione di cura.
Pauline Boss (Ambiguous Loss, 1999) ha dato a questa condizione il nome di lutto ambiguo. Il caregiver vive una perdita che non è riconosciuta socialmente. Ha perso la propria vita precedente, i propri progetti, la propria libertà ma la persona amata è ancora lì, ancora viva, ancora bisognosa. Il lutto non può essere elaborato perché il mondo esterno non lo legittima «È ancora vivo. Dovresti essere grato di poterlo assistere.»
Kenneth Doka (Disenfranchised Grief, 1989) chiama questa condizione lutto non autorizzato, un dolore che esiste ma non ha diritto di cittadinanza. Il caregiver non ha il permesso di soffrire per sé stesso e questo divieto interiorizzato innesca una spirale precisa, più si sente in colpa per il proprio bisogno di spazio, più si immerge nella cura, più si immerge, più perde sé stesso. Più perde sé stesso, più la relazione si intossica. Il cerchio si chiude e si stringe.
Il fantasma del falso abbandono. Ecco il nodo in cui tutto converge. Lo chiameremo falso abbandono: la percezione, profondamente radicata nel caregiver e spesso rinforzata dall'ambiente, che qualunque gesto di cura di sé equivalga ad abbandonare l'altro.
Prendersi un pomeriggio libero è abbandono. Esprimere stanchezza è abbandono. Chiedere aiuto è ammissione di fallimento, che è una forma di abbandono. Pensare alla propria vita è tradimento. Persino desiderare di pensarci genera vergogna.
Il falso abbandono non è una distorsione cognitiva individuale, è un prodotto culturale. Viviamo in una società che sacralizza il sacrificio del caregiver e lo celebra come prova d'amore, senza mai interrogarsi su cosa accade quando quel sacrificio diventa totale, permanente, senza residuo. La retorica dell'«angelo custode», del «pilastro della famiglia», dell'«eroe silenzioso» non è innocente, costruisce una gabbia dorata in cui chi cura non osa più chiedere di essere, a propria volta, curato.
La cura del Sé non è il contrario della cura dell'altro. Christina Maslach (The Truth About Burnout, 1997; Maslach e Jackson, Journal of Occupational Behaviour, 1981) ha mostrato un pattern che si osserva nei professionisti della cura infermieri, medici, assistenti sociali ma che opera con identica ferocia nel caregiver familiare, l'esaurimento emotivo non è il contrario della dedizione. Ne è la conseguenza quando la dedizione non incontra mai un limite.
Il burnout del caregiver non nasce dalla mancanza di amore. Nasce dall'assenza di confini e l'assenza di confini è mantenuta attiva dal senso di colpa. È un ingranaggio perfetto nella sua crudeltà.
Jean Watson (Nursing: Human Science and Human Caring, 1985), teorica della cura in ambito infermieristico, ha posto un principio che trascende il contesto clinico, la cura dell'altro è sostenibile solo se include la cura del Sé. Non come lusso. Non come concessione. Come condizione strutturale. Watson lo definisce un imperativo morale e la parola morale è decisiva. Non si tratta di «benessere personale» nel senso banale dell'espressione. Si tratta di una responsabilità etica verso la relazione stessa, chi non si cura di sé non può curare l'altro senza avvelenare il legame.
Carol Gilligan (In a Different Voice, 1982) ha illuminato una dimensione ulteriore. Nella sua analisi dello sviluppo morale, Gilligan mostra come l'etica della cura possa diventare una trappola quando viene assolutizzata, quando il soggetto si identifica interamente con la responsabilità verso l'altro fino a cancellare la responsabilità verso sé stesso. Ma Gilligan non si ferma alla diagnosi, descrive una maturazione possibile. Dal sacrificio di sé che è immolazione, non cura, alla cura inclusiva, in cui il Sé del caregiver è parte del campo morale, non un residuo trascurabile. Questo passaggio non è egoismo. È la condizione perché la cura rimanga umana e non diventi una macchina che consuma chi la alimenta.
Il veleno per entrambi. Ed è qui che diventa indispensabile dire ciò che troppo spesso resta taciuto, la codipendenza non danneggia solo il caregiver. Intossica anche e profondamente chi riceve la cura.
La persona malata, fragile, dipendente che viene assistita da un caregiver completamente annullato nella funzione di cura si trova imprigionata in un debito impossibile da saldare. Ogni gesto di dedizione totale diventa, inconsciamente, un atto d'accusa: guarda quanto mi sacrifico per te. Non dichiarato, forse nemmeno pensato ma presente, come una frequenza che il corpo dell'altro percepisce anche quando le parole non la nominano.
Barry J. Jacobs (The Emotional Survival Guide for Caregivers, 2006) ha mostrato come l'assistito sviluppi spesso sentimenti speculari a quelli del caregiver. Rabbia, impotenza, e una colpa che è lo specchio esatto di quella dell'altro, la colpa di essere un peso. La colpa di esistere nella propria fragilità. La colpa di non poter restituire.
Due colpe che si alimentano a vicenda. Due silenzi che si rispondono. Due prigioni costruite con lo stesso materiale l'amore non detto, non interrogato, non attraversato dalla consapevolezza.
Quando Edipo, nel bosco sacro di Colono, si avvia verso la morte che gli dèi gli hanno riservato, non porta Antigone con sé. Le viene proibito di vedere, di accompagnare, di assistere. È l'unico momento della tragedia in cui il legame si interrompe e Sofocle lo segna come un atto divino, non umano. Come a dire: nessuna volontà mortale sarebbe bastata a spezzare quella catena. Serviva un confine che nessuno dei due era capace di porre.
La questione pedagogica: la formazione come differenziazione e come respiro del legame
Se la παιδεία (paideía) è coltivazione dell'autonomia del soggetto, allora Antigone ci pone una domanda che non si può eludere, che cosa accade quando la cura dell'altro diventa l'unica forma di esistenza del Sé?
Non si tratta di condannare la dedizione. La θεραπεία (therapeía) la cura, il servizio, l'attenzione all'altro è una delle più alte espressioni dell'umano. Ma la θεραπεία autentica presuppone due soggetti, chi cura e chi è curato. Quando chi cura scompare dentro la funzione di cura, la relazione cessa di essere terapeutica e diventa simbiotica.
La riflessione pedagogica ci chiede di portare questa consapevolezza nei contesti in cui la cura si esercita ogni giorno, con strumenti concettuali all'altezza della complessità.
Il confine come atto d'amore. La pedagogia della cura non può eludere il problema del confine. Nella teoria strutturale di Minuchin e nella terapia familiare sistemica, il confine è la condizione perché due soggetti possano incontrarsi senza fondersi. Hilde Lindemann (Holding and Letting Go, 2014) ha costruito un'intera filosofia della cura familiare attorno a questa dialettica, tenere (holding) e lasciare andare (letting go) non sono atti opposti. Sono complementari. La maturità del caregiver si misura nella capacità di abitare la tensione tra questi due poli senza collassare in nessuno dei due.
Tenere senza soffocare. Lasciare andare senza abbandonare. Non è un equilibrio che si trova una volta per tutte, è un esercizio quotidiano, un'oscillazione che richiede presenza, consapevolezza, e il coraggio di tollerare l'imperfezione.
Osservarsi nel mentre. Donald Schön (The Reflective Practitioner, 1983) ha introdotto nella teoria dell'educazione il concetto di pratica riflessiva, la capacità di osservarsi nell'atto stesso del fare, di interrogare le proprie motivazioni, di riconoscere gli automatismi prima che diventino destino. Nato nell'ambito della formazione professionale, questo modello ha una portata che lo eccede: la pratica riflessiva è ciò che trasforma la cura da reazione automatica, da coazione a ripetere, in scelta consapevole.
Il caregiver che non riflette sulla propria posizione nel legame è condannato a ripetere. Esattamente come Antigone, che dall'Edipo a Colono passa all'Antigone senza soluzione di continuità, replicando la struttura del sacrificio con un nuovo destinatario, il fratello Polinice al posto del padre Edipo. Cambia la persona, non cambia la dinamica. Perché la dinamica non è mai stata interrogata.
Nominare per trasformare. Paulo Freire (Pedagogia dell'oppresso, 1968) offre una lente potente, la relazione di cura codipendente è, nella sua struttura profonda, una relazione di oppressione interiorizzata. L'oppressore non è il malato e l'oppresso non è il caregiver, sarebbe una semplificazione brutale. L'oppressore è il sistema relazionale stesso quando non viene portato alla coscienza. La liberazione, quella che Freire chiama coscientizzazione, passa attraverso un atto apparentemente semplice e in realtà rivoluzionario cioè nominare ciò che accade.
Finché la codipendenza resta innominata, opera come struttura invisibile e ciò che è invisibile non può essere trasformato. Parlarne, con le parole giuste, nel contesto giusto, con l'intenzione giusta, non è un'accusa. È il primo atto di cura autentica.
Raccontarsi per differenziarsi. Arthur Frank (The Wounded Storyteller, 1995) ha mostrato come la malattia generi narrazioni che imprigionano tanto il malato quanto chi gli sta accanto.
Frank distingue tre forme: la narrazione della restituzione («guarirò e tutto tornerà come prima»), quella del caos («nulla ha più senso»), e quella della ricerca, in cui l'esperienza della malattia diventa percorso di trasformazione.
Per il caregiver, la possibilità di costruire una propria narrazione, distinta da quella del malato, non assorbita in essa, è un atto di differenziazione fondamentale. Raccontare la propria esperienza non è tradire l'altro. È riconoscere che esistono due storie dentro la stessa relazione, e che entrambe hanno diritto di parola. Finché il caregiver non ha una storia propria, non è un soggetto, è una funzione narrativa dentro la storia dell'altro.
Allargare il campo. Nel Simposio platonico (210a-212a), Diotima insegna a Socrate che l'ascesa verso il Bello passa attraverso gradi successivi di ampliamento, non per indifferenza verso ciò che si ama, ma per ampiezza di visione. Chi resta fissato su un solo oggetto d'amore non ama meno, vede meno.
La παιδεία della cura deve operare un movimento simile. Non strappare il caregiver dalla relazione ma allargare il suo campo di esistenza perché la relazione stessa possa respirare. La formazione del caregiver, intesa nel senso pieno della παιδεία, non è un corso tecnico e non è un manuale di sopravvivenza. È un'educazione alla consapevolezza relazionale, imparare a riconoscere i propri limiti non come fallimento ma come struttura. Imparare che la colpa è un segnale da interrogare, non un comandamento da obbedire. Imparare che la cura del Sé non è il contrario della cura dell'altro, ne è la radice.
Sofocle sapeva
C'è un dettaglio nell'Edipo a Colono importante. Quando Edipo muore, accolto dagli dèi nel bosco sacro delle Eumenidi, Antigone non viene liberata. Piange. Chiede di vedere la tomba del padre. Teseo glielo nega, è un mistero riservato. Antigone allora dice: «Riportatemi a Tebe» (v. 1769).
A Tebe la attende il conflitto con Creonte e la morte.
Sofocle non concede ad Antigone una vita dopo la cura. Non per crudeltà ma per onestà. Chi ha costruito la propria identità interamente sulla devozione all'altro non può semplicemente «ricominciare» quando l'altro non c'è più. Il lutto del caregiver non è solo lutto per la persona perduta. È lutto per il Sé che non si è mai formato.
Ma l'onestà di Sofocle non è una condanna. È un invito a guardare. Il mito non prescrive, rivela una struttura che possiamo riconoscere, nominare, e forse attraversare diversamente. Non contro la cura ma dentro una cura che includa, finalmente, anche chi la offre.
Questa è la lezione più dura che il mito ci consegna.
E la più necessaria.
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