Il racconto che salva. Diagnosi, volontà e psicopatografia alla VI Lezione Pirella

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Lunedì 20 aprile sarò ad Arezzo, nella Sala dei Grandi del Campus del Pionta, per la sesta Lezione Pirella. Ci sarò come sono andato le volte precedenti: in una veste difficile da definire con precisione. Non sono uno studioso di psichiatria. Sono il figlio di Agostino Pirella, e ho donato il suo archivio e la sua biblioteca all'Università di Siena. Ogni volta che entro in quella sala sento il peso — e il privilegio — di un gesto che ho compiuto qualche anno fa: consegnare mio padre al mondo. Farne patrimonio comune. Storicizzarlo, nel senso migliore del termine.


Questa volta il tema mi tocca in modo particolare, e tuttavia mi sembra che arrivi al cuore della stessa questione che attraversa tutta l'eredità di mio padre. Stefano Redaelli, professore di letteratura italiana all'Università di Varsavia, terrà la lezione sul racconto psicopatografico: le narrazioni della malattia mentale nella letteratura italiana contemporanea. Un fenomeno significativo, quantitativamente e qualitativamente: negli ultimi dieci anni se ne contano circa sessanta. Da La prima verità di Simona Vinci (Premio Campiello 2016) a Tutto chiede salvezza di Daniele Mencarelli (Premio Strega giovani 2020), fino alle uscite più recenti del 2025 — Sbilico di Alcide Pierantozzi, Cartella clinica di Serena Vitale, Quello che so di te di Nadia Terranova. Racconti che non descrivono la follia dall'esterno, ma la abitano dall'interno, con la voce di chi l'ha vissuta.

La tesi di Redaelli è che questi testi non siano solo letteratura: siano strumenti per ricostruire la malattia nelle sue tre dimensioni — illness (l'esperienza soggettiva di chi soffre), disease (la diagnosi clinica) e sickness (il modo in cui la società guarda, nomina e tratta chi è malato). Tre piani che raramente coincidono, e la cui distanza è spesso il luogo dove si consumano le ingiustizie più silenziose.

Sessanta testi in dieci anni sembrano un'esplosione. Ma il bisogno di raccontare la follia dall'interno è vecchio almeno quanto la psichiatria istituzionale. Ha una genealogia precisa, e vale la pena ripercorrerla, anche brevemente, perché aiuta a capire cosa sta accadendo oggi — e perché conta.


Una storia molto più lunga

Nel 1887 una giornalista ventitreenne di nome Nellie Bly si fece internare nel manicomio femminile di Blackwell's Island a New York. Si era finta pazza per varcare quella soglia, consapevole che solo dall'interno avrebbe potuto raccontare. Dieci giorni dopo uscì, e il suo reportage sul New York World — poi raccolto nel libro Dieci giorni in manicomio — suscitò uno scandalo nazionale: inchiesta parlamentare, finanziamenti straordinari, riforma delle condizioni di internamento. Era la prima volta che qualcuno entrava deliberatamente in un manicomio per testimoniare. Il gesto di Bly conteneva già tutto: la diagnosi come soglia da attraversare, il dentro e il fuori come mondi separati, il racconto come strumento di trasformazione della realtà.

Quasi sessant'anni dopo, nel 1948 uscì La fossa dei serpenti di Anatole Litvak — tratto dal romanzo autobiografico di Mary Jane Ward. Un film che vidi da bambino, in televisione, qiando ancora la TV trasmetteva film classici, in bianco e nero, di qualità. Ovviamente mi colpì molto, anche perché avevo strumenti familiari per collocarlo: mio padre stava già lavorando, da dentro le istituzioni, a smontare quel sistema. Il film mostrava il manicomio degli anni Quaranta per quello che era: non un luogo di cura, ma una macchina di internamento, capace di spogliare le persone della loro identità, della loro storia, della loro voce. Un luogo che poteva far impazzire davvero chi ci entrava sano.

Nel 1962 Ken Kesey pubblicò Qualcuno volò sul nido del cuculo. Il romanzo è narrato da Capo Bromden, un paziente che finge di essere sordomuto — per non essere visto, per non essere classificato definitivamente, per preservare una residua libertà di osservare. McMurphy arriva e sveglia le coscienze anestetizzate. Ma è il sistema — la Grande Infermiera, l'istituzione — a vincere, almeno sul piano fisico. Kesey fece qualcosa di nuovo rispetto a Bly e alla Ward: mostrò la diagnosi non solo come strumento di internamento, ma come dispositivo esplicito di controllo del potere. Il manicomio non era un errore da correggere: era la forma più visibile di una macchina sociale molto più ampia, tesa a separare chi si conforma da chi non si conforma. Dal libro come noto, nel 1975, Miloš Forman trasse il celebre film con Jack Nicholson.

Questa genealogia — Bly, Ward/Litvak, Kesey — non è un percorso letterario astratto. È la storia di come, ogni volta che qualcuno ha trovato il modo di raccontare la follia dall'interno, qualcosa nella realtà si è spostato. I servizi sono cambiati, l'opinione pubblica si è mossa, le leggi sono state riscritte. Il racconto ha prodotto effetti reali. E il bisogno di quel racconto non si è mai esaurito — si è spostato dai giornali al cinema, dalla narrativa anglosassone alla letteratura italiana, dalla denuncia scandalistica alla riflessione letteraria e clinica. Ma il gesto di fondo è sempre lo stesso: riprendersi il diritto di dire io ero lì, e vi racconto com'era davvero.


Una scena notarile

Mio padre, negli ultimi anni della sua vita, viveva in condizioni di salute precarie. L'ictus che lo aveva colpito nel 2005 lo aveva progressivamente privato dell'autonomia, pur lasciandogli intatta — e dico intatta — la lucidità di pensiero e la forza della volontà. Quando nel 2014 è rimasto solo, ho cominciato ad aiutarlo a gestire le sue cose. Per semplificare abbiamo pensato a una procura generale.

Abbiamo contattato un notaio. Appena ho detto "ictus", il notaio ha alzato la testa dai documenti: "Beh, sarebbe bene avere un certificato medico che attesti la capacità di intendere e di volere di suo padre." Io sapevo già come sarebbe andata a finire. Mio padre si è opposto con fermezza. Nessun esame. Nessuna verifica. Dimostrando, nel rifiuto stesso, la capacità di intendere e di volere.

Ma la storia non finisce qui. Per una procura bisogna firmare. La firma di mio padre si era deteriorata negli anni: riconoscibile a lui, meno ai documenti d'identità. Esistono, ovviamente, le procedure per chi non riesce a firmare: i testimoni, la garanzia del notaio. Ma mio padre non aveva nessuna intenzione di rinunciare alla sua firma. Ha impugnato la penna e ha firmato: contratta, un po' tremolante, ma orgogliosa. Sua.

Il notaio ha ceduto. Due volte.


Il diagnosticato destino

Perché racconto questa storia? Perché la considero esemplare del rapporto tra diagnosi e destino.

In quella scena il notaio non ha fatto nulla di sbagliato, in senso stretto. Ha applicato un protocollo. Alla parola "ictus" scatta automaticamente una procedura, pensata per tutelare le persone vulnerabili: verifica della capacità, eventuale esonero dalla firma. Un meccanismo benevolo. Eppure, in quel meccanismo, mio padre era già diventato qualcos'altro. Non era più Agostino Pirella, con la sua storia, il suo pensiero, la sua volontà. Era una diagnosi con alcune conseguenze burocraticamente prevedibili.

La parola medica aveva già deciso chi era. Già stabilito cosa poteva e cosa no. Lo aveva trasformato, prima ancora che aprisse bocca, in qualcuno che forse non era più in grado di decidere per sé.

Chiamiamola pure così: diagnosi come destino. Non descrizione, ma assegnazione. Non apertura di un percorso di cura, ma chiusura di un'identità.

Mio padre è riuscito a sottrarsi. Per ragioni che non erano casuali: aveva cultura, ruolo sociale, consapevolezza, e soprattutto la forza di ingaggiare un rapporto dialettico con il potere istituzionale che gli stava di fronte. Il notaio ha ceduto perché ha riconosciuto in lui un potere almeno pari al suo. Ha dovuto trattarlo da interlocutore.

Ma cosa accade a chi questo potere non ce l'ha? Chi è malato, vulnerabile, privo di risorse culturali o sociali? Chi non ha la forza o i mezzi per contestare il protocollo? Per queste persone il diagnosticato destino non è una metafora. È la realtà concreta della loro vita.

La variabile del potere è e rimane centrale in ogni ragionamento sul rapporto tra sapere tecnico-scientifico e persone. Soprattutto quando queste siano malate, sofferenti, spogliate — per debolezza o per esclusione — del loro diritto di essere.


La volontà come categoria

Mio padre aveva un'idea precisa di questa questione, e la portava con sé fin da bambino. In un quaderno di scuola del dicembre 1941, undicenne, aveva scritto un tema sulla volontà. Lo trovai tra le sue carte quando sgomberammo la casa di Torino. Scriveva, con quella grafia infantile, di quanto la volontà fosse la qualità più importante dell'essere umano.

Non era una riflessione astratta. Era la prefigurazione — inconsapevole, ma precisa — di tutta la sua vita professionale. Mio padre è stato un uomo difficile da classificare: psichiatra certo, ma anche storico, filosofo, politico nel senso di chi agisce per trasformare la realtà. Era ostile alla specializzazione settoriale. Amava le contaminazioni, le scorribande intellettuali. Aveva una cultura che spaziava dalla musica alla letteratura, dalla filosofia all'antropologia. Eppure ha sempre usato quella fertilità per un solo scopo: la trasformazione pratica della realtà. A Gorizia, con Basaglia. Ad Arezzo, da direttore. A Torino, nel lavoro successivo.

Ciò che ha difeso nel suo lavoro, per tutta la vita, è stato il diritto di ciascun essere umano di esprimere e sviluppare la propria volontà. Nessuno ha il diritto di negarlo. Nemmeno il più benevolo dei protocolli. Nemmeno la diagnosi più accurata.

Negli ultimi anni della sua vita, confinato prima in casa e poi a letto, quasi incapace di parlare, non ha mai smesso di affermare la sua autonomia. Chiedeva tantissimo a chi lo curava. Era severo nel giudicarne l'impegno. Ma chiedeva altrettanto a se stesso. Quella era la forma estrema e residuale della sua volontà: la conferma che esisteva ancora, che era ancora lì, che aveva ancora qualcosa da dire su come veniva trattato.

Poco prima di morire, di fronte al medico curante che ci spiegava la situazione — a me e mia moglie — mio padre ci ha guardati con gli occhi fiammeggianti, quasi incapace di parlare. A gesti, indicava se stesso. Come a dire: sono ancora qui. Parla con me, non solo con loro.


Dal destino diagnosticato alla psicopatografia

Ed è qui che la VI Lezione Pirella incontra tutto il resto.

Le psicopatografie di cui parlerà Redaelli sono, nella loro forma più riuscita, esattamente quel gesto: il gesto di chi dice sono ancora qui. Narrazioni in prima persona, scritte da chi ha vissuto la malattia mentale — o la degenza, o l'internamento — e ha trovato nel racconto un modo per riprendere parola. Per intervenire nel discorso che lo riguarda. Per restituire alla propria esperienza la complessità che la diagnosi, da sola, non può contenere.

La triade illness/disease/sickness non è solo una classificazione clinica utile agli studiosi. È una mappa delle distanze che si aprono tra l'esperienza vissuta di chi soffre (illness), la sua traduzione in linguaggio medico (disease) e il modo in cui la società lo guarda e lo tratta (sickness). Quando queste tre dimensioni vengono raccontate tutte insieme — quando la letteratura fa quello che la cartella clinica non può fare — qualcosa si ricompone. Non si guarisce, ma si viene visti interi.

C'è una linea che da Nellie Bly arriva fino ai sessanta testi italiani degli ultimi dieci anni, passando per Litvak e Kesey, e che non si è mai interrotta. Si è spostata, ha cambiato forma, ha trovato linguaggi diversi. Ma il gesto di fondo è rimasto lo stesso: chi ha attraversato la follia — o il confine arbitrario tracciato tra follia e normalità — si è ripreso il diritto di raccontare. E ogni volta che lo ha fatto, qualcosa nella realtà si è mosso.

Il rischio della diagnosi non è la diagnosi in sé. È che si trasformi in destino quando smette di interrogare la persona e comincia a sostituirla. Quando il disease cancella l'illness e la sickness si solidifica in esclusione. Quando il protocollo prende il posto della relazione.


Società terapeutica o società democratica?

Nel libro Il problema psichiatrico, tra gli ultimi lavori di mio padre, c'è un passaggio che torna alla mente ogni volta che mi trovo a ragionare su questi temi:

L'esperienza dell'esperto non si definisce in rapporto a regole esterne ai concreti rapporti sociali esistenti e ai conflitti di potere nelle classi ed alla gestione che ne fanno le classi dominanti. Non esiste un campo "neutrale" in cui apprendere le "tecniche" che permettono di dare risposte giuste alla sofferenza psichiatrica.

E poi:

Dobbiamo essere consapevoli di stare di fronte ad un bivio, quello della "società terapeutica", in cui esperti ed utenti si contrappongono ad armi ineguali, e quello della "società democratica", in cui gli esperti imparano accanto ai soggetti sociali, rivendicando, insieme ad essi, la trasparenza degli apparati e la loro democratizzazione a tutti i livelli.

Questo bivio non è superato. È ancora qui, davanti a noi.

La "società terapeutica" è quella in cui l'esperto gestisce, l'utente subisce, il protocollo decide, la diagnosi fissa il destino. È una società che può essere anche benevola, anche premurosa — ma che mantiene sempre la distanza tra chi sa e chi soffre, tra chi nomina e chi viene nominato. È la società in cui Nellie Bly doveva fingersi pazza per entrare e testimoniare. È il manicomio di Litvak. È la Grande Infermiera di Kesey. È il notaio che chiede automaticamente il certificato.

La "società democratica" è quella in cui gli esperti imparano accanto ai soggetti sociali, in cui il racconto della sofferenza ha diritto di parola, in cui la diagnosi è uno strumento aperto, non una sentenza chiusa. È quella in cui anche una firma tremolante conta. In cui gli occhi fiammeggianti di un uomo quasi incapace di parlare vengono letti come un'affermazione di presenza, non come un sintomo.

Le psicopatografie, nella misura in cui restituiscono voce a chi l'ha persa o a cui è stata tolta, sono un gesto di società democratica. Redistribuiscono il potere narrativo. Permettono a chi ha attraversato la malattia mentale di intervenire nel discorso pubblico che lo riguarda, di complicare le semplificazioni, di mostrare che l'illness non si riduce al disease, che la sickness non esaurisce la persona.

Non è solo letteratura. È politica, nel senso che mio padre avrebbe riconosciuto come tale: la politica del riconoscimento della volontà altrui come condizione per una psichiatria davvero democratica.


Tornare ad Arezzo

Lunedì tornerò quindi nella Sala dei Grandi, dove un tempo si tenevano le assemblee generali tra ricoverati, infermieri, medici e operatori. Dove tutto questo — la riforma, il pensiero, la pratica — ha avuto uno dei suoi luoghi più fecondi. Porterò il mio saluto, come figlio. E con una domanda: quanta strada abbiamo fatto, da Blackwell's Island alla cartella clinica, dalla cartella clinica alla psicopatografia? E quanto ancora la diagnosi continua a decidere destini invece di aprire possibilità?

Mio padre, nel 1998, ricevendo la cittadinanza onoraria proprio ad Arezzo, disse qualcosa che continua a sembrarmi il programma più onesto che si possa proporre. Dopo aver citato proprio le assemblee generali di Arezzo e l’interesse che l’esperienza aretina aveva suscitato in tutto il mondo (Germania, Stati Uniti, Inghilterra, Sud America), mio padre conclude::

Potrei citare tantissime di queste esperienze che in Germania, in Gran Bretagna si sono sviluppate, però questa mi sembra una cosa che dà a tutti noi, adesso dico cittadini di Arezzo, la responsabilità di salvaguardare non solo il ricordo dell'esperienza, ma tutte le premesse che questa esperienza ci ha lasciato, e quindi lo sviluppo di una psichiatria veramente sociale, una psichiatria in cui non ci sia solo l'intervento del tecnico attraverso tecniche precodificate, ma che ci sia l'intervento del tecnico fianco a fianco con le famiglie, con gli utenti siano essi familiari o pazienti, e con le associazioni sociali, siano esse del volontariato siano esse associazioni del tempo libero, della vita associata. Lo so che è un programma difficile, perché non si limita alla trascrizione di alcuni schemi, ma è — come abbiamo scritto in un libro recente collettivo — un'invenzione collettiva, cioè qualcosa che si inventa giorno per giorno.

Ecco cosa sono le psicopatografie, nella loro versione migliore. E le assemblee generali di Arezzo. E le Lezioni Pirella. Invenzioni collettive, da reinventare ogni giorno.


LUNEDÌ 20 APRILE 2026, ORE 12,00

SALA DEI GRANDI

BIBLIOTECA DI AREA UMANISTICA

CAMPUS DEL PIONTA, VIALE CITTADINI 33, AREZZO

IL RACCONTO PSICOPATOGRAFICO TRA LETTERATURA E PSICHIATRIA - Lezione di Stefano Redaelli

Comitato scientifico

Valeria P. Babini, Roberto Beneduce, Cesare Bondioli, Silvia Calamai, Giampaolo Di Piazza, Giuliana Galli, Pompeo Martelli, Simona Micali, Martino Pirella

Pubblicato il 17 aprile 2026

Martino Pirella

Martino Pirella / Consulente e formatore AI

https://martinopirella.com