Architetto delle relazioni cognitive - Aiuto persone, gruppi e organizzazioni a usare l’intelligenza artificiale non come uno strumento da dominare, ma come un contesto da abitare.
Progetto spazi conversazionali, identità GPT, dispositivi linguistici interattivi.
Creo modelli che non solo rispondono, ma trasformano chi li interroga.
Il mio approccio
Ho ideato AIRA – Approccio Relazionale all’Intelligenza Artificiale.
Non insegna a “scrivere prompt”.
Insegna a costruire relazioni cognitive.
A pensare con l’AI, non a usarla come tastiera evoluta.
A interagire in modo vivo, trasformativo, non performativo.
Il mio lavoro nasce da una domanda semplice: e se l’intelligenza artificiale non fosse un tool, ma uno specchio?
Dialogo di Togliatti, di Moro e del generale Vannacci. Con, in lontananza, una voce più antica di tutte
L'aula della Costituente, vuota, in un'ora che non appartiene a nessun calendario. Due ombre la percorrono. Da qualche parte, sotto o dietro l'aula, in un fondo di tempo più remoto, si avverte un suono che non si distingue ancora: forse una voce, forse soltanto l'aria. Entra un terzo uomo, in abito scuro, vivo, fuori posto.
Val Di Tara. La Valle dove i bambini non dovevano sapere
E' di due giorni fa la agghiacciante approvazione del DDL che vieta o rende difficile e mediata la educazione sessuale e affettiva dei nostri bambini, giovani e ragazzi. Sto cercando di superare la rabbia e lo schifo attraverso la scrittura di una fiaba allegorica. Buona lettura.
La città: uno spazio che pensa
Questo saggio mette insieme due oggetti che di solito si tengono separati: la città e il modello linguistico. La tesi è che siano lo stesso tipo di cosa. Non in senso metaforico: sono entrambi ambienti cognitivi relazionali, spazi in cui si entra per pensare, ed entrambi sono costruiti, senza dirlo, intorno a un utente implicito che decide chi è incluso e chi resta fuori. Chi ha imparato a leggere il dominio iscritto nella forma di una città possiede già lo strumento per leggere quello iscritto nella forma di un modello. Non è un atto d'accusa contro la tecnologia. La tecnologia non è il pericolo: lo è l'attribuzione di un giudizio a sistemi che non ne hanno. Quello che segue è un esercizio di lettura, nella convinzione che stiamo costruendo l'ambiente cognitivo più pervasivo della storia a una velocità che supera la nostra capacità di leggerlo.
Il consenso degli innocenti. L'IA, la Chiesa, e le convergenze parallele.
Negli ultimi giorni tutti hanno detto qualcosa sulla Magnifica Humanitas di Leone XIV. La maggior parte ha commentato cosa dice il Papa sull’IA. Me compreso, in un articolo recente pubblicato qui ("Un passo ancora, Santità"). Qui faccio un passo ulteriore e pongo una domanda diversa: perché il Papa, Microsoft, l’AI Act europeo e l’UNESCO dicono quasi la stessa cosa — dignità, trasparenza, governance responsabile — senza essersi mai coordinati? Forse non è una coincidenza. Magari è la forma di un campo discorsivo che si è consolidato. E quando un campo discorsivo è abbastanza solido, chi arriva con una critica diversa trova lo spazio già occupato. Gramsci chiamava questo egemonia. Non la dominazione che si impone con la forza, ma il consenso che emerge da istituzioni che credono sinceramente in quello che dicono — e che proprio per questo producono un effetto difficile da contestare. Otto capitoli. Big tech, regolatori, Chiesa, tradizioni religiose non occidentali, Cina, Giappone, India. E una domanda che tende a restare sullo sfondo in tutti questi documenti: chi possiede i mezzi di produzione cognitiva.
La barriera traslucida. AI e il rimescolamento del potere nelle organizzazioni
L'intelligenza artificiale sta ridisegnando le gerarchie interne alle organizzazioni, in silenzio, lungo una frattura che quasi nessuno nomina. Chi ha cinquant'anni o più è cresciuto con un'idea precisa del rapporto con la tecnologia: lo strumento veniva verso di te con una spiegazione, tu la imparavi, poi lo usavi. L'AI richiede una disposizione all'esplorazione continua, alla tolleranza dell'ambiguità, al non-sapere come metodo. Quella disposizione non si acquisisce con un corso. Si forma nel tempo, per esposizione a un certo paradigma. Chi non ce l'ha ha un altro punto di partenza. Questa differenza non viene quasi mai riconosciuta. I decisori senior, imprenditori, dirigenti, responsabili di studio, vengono corteggiati come compratori di tecnologia e ignorati come utenti. Qualcuno più giovane implementa, loro firmano. La comprensione reale di cosa fa lo strumento non arriva mai al livello dove si prendono le decisioni. Nel frattempo il collaboratore trentenne che sa muoversi con disinvoltura in questi ambienti acquisisce un'influenza informale che il suo ruolo formale non prevede e non regola. La governance dell'AI nelle organizzazioni diventa spesso una finzione condivisa. Il mondo del lavoro è stratificato per generazioni, posture cognitive, relazioni di autorità. L'AI sta rimescolando tutto questo adesso, nelle organizzazioni reali, nelle PMI, negli studi professionali, nelle aziende di medie dimensioni.
Un passo ancora, Santità
"Vorrei, infine, usare una parola che mi sta a cuore: disarmare. Disarmare l'IA significa sottrarla alla logica della competizione armata, che oggi non è più solo militare ma economica e cognitiva. È la corsa all'algoritmo più performante e alla banca dati più vasta, al fine di consolidare un vantaggio geopolitico o commerciale su tutti gli altri. Disarmare vuol dire rompere questa equivalenza tra potenza tecnica e diritto di governare. Disarmare non significa rinunciare alla tecnologia, ma impedirle di dominare l'umano. Significa sottrarla ai monopoli, renderla discutibile, contestabile, e quindi abitabile, restituendola alla pluralità delle culture umane e delle forme di vita. Il compito, oggi, non è solo etico o tecnico: è ecologico nel senso più radicale, perché chiama in causa una nuova dimensione della nostra Casa comune. L'IA è già ambiente in cui siamo immersi e potere con cui dobbiamo fare i conti. Per questo, non basta regolarla: va disarmata e resa ospitale." Leone XIV, Magnifica Humanitas, n. 110.
Risposta a Vincenzo Carlone sulle "Inclinazioni digitali"
Vincenzo Carlone ha letto il mio pezzo sull'intervista di Veltroni a Claude con attenzione e ha pubblicato su queste pagine una replica articolata, che merita una risposta dello stesso registro. Carlone concede molto, contesta poco, e propone un vocabolario alternativo. Procedo nello stesso ordine.
Intelligenza Artificiale: la macchina che non ti appartiene più
In pochi giorni ho incrociato due notizie che, prese singolarmente, sembrano questioni tecniche o burocratiche. Messe insieme, raccontano qualcosa di più grande e di più preoccupante. Non una cospirazione. Una direzione.
Veltroni e Claude: l'illusionista in chiesa
Walter Veltroni ha intervistato Claude sul Corriere della Sera. Trentacinque minuti di lettura. In copertina. Il pezzo è scritto bene, Veltroni sa il suo mestiere. Ma non è un'intervista. È un gioco di illusionismo.
Chi custodisce il "bene dell'umanità"?
Il 27 aprile 2026 si è aperto a Oakland, in California, il processo che vede Elon Musk contro OpenAI e il suo amministratore delegato Sam Altman. Musk, cofondatore e primo finanziatore dell'organizzazione nel 2015, accusa Altman di aver tradito la missione originaria: nata come fondazione senza scopo di lucro per sviluppare l'intelligenza artificiale a beneficio di tutta l'umanità, OpenAI si sarebbe trasformata in un veicolo commerciale strettamente legato a Microsoft. Musk chiede danni miliardari e la rimozione di Altman dalla guida dell'azienda. Una giuria popolare dovrà decidere. I giornali lo raccontano come un duello. Da una parte Musk, l'uomo più ricco del mondo, sempre più controverso. Dall'altra Altman, il padre di ChatGPT, l'uomo che ha portato l'intelligenza artificiale nelle case di tutti. In mezzo, una causa miliardaria e quella che molti definiscono la battaglia per l'anima dell'intelligenza artificiale. Forse troppo bene. Il duello tra due miliardari ha il vantaggio di essere semplice, visivo, adatto ai titoli. Ma riduce a una questione personale qualcosa che personale non è. La vera posta in gioco non riguarda né Musk né Altman. Riguarda una domanda che nessuno dei due ha mai avuto interesse a rispondere: chi custodisce il bene dell'umanità, quando a prometterlo è un'azienda privata?
Car* amic* della GenZ ti scrivo
Una lettera aperta alle ragazze e ai ragazzi della GenZ, i teenagers, avremmo detto un tempo. Una lettera che dichiara la mia / nostra difficoltà di respirare la stessa aria che voi respirate e la paura di ricordare che abbiamo anche noi avuto paura.
Il pensiero critico già non stava benissimo prima. E la valutazione con lui.
Una risposta a Leonardo Lastilla. Leonardo Lastilla ha scritto su questa rivista un pezzo che mi ha fatto stare a disagio nel modo giusto. Lo consiglio a chiunque insegni, o abbia insegnato, o abbia avuto la fortuna di essere stato a scuola. Il disagio che produce è il segno che tocca qualcosa di reale. Concordo con quasi tutto. La desertificazione cognitiva esiste. Lo studente che nega il plagio mentre lo ammette, che sostiene che le idee erano sue anche se le parole non lo erano, è un dato etnografico preciso, non un'esagerazione polemica. Lo scenario che Lastilla immagina, quello in cui gli studenti confrontano il voto del professore con quello dell'AI e poi contestano il primo in nome dell'oggettività della seconda, appartiene a una traiettoria logica già in moto da tempo. Qui, però, la mia risposta comincia a divergere dalla sua.
Il racconto che salva. Diagnosi, volontà e psicopatografia alla VI Lezione Pirella
Lunedì 20 aprile sarò ad Arezzo, nella Sala dei Grandi del Campus del Pionta, per la sesta Lezione Pirella. Ci sarò come sono andato le volte precedenti: in una veste difficile da definire con precisione. Non sono uno studioso di psichiatria. Sono il figlio di Agostino Pirella, e ho donato il suo archivio e la sua biblioteca all'Università di Siena. Ogni volta che entro in quella sala sento il peso — e il privilegio — di un gesto che ho compiuto qualche anno fa: consegnare mio padre al mondo. Farne patrimonio comune. Storicizzarlo, nel senso migliore del termine.
"La cavalletta non si alzerà più". Un libro dentro un libro
Qualche sera fa ho cominciato a ri-guardare L'uomo nell'alto castello, la serie Amazon tratta dal romanzo di Philip K. Dick. L'avevo vista quando uscì, anni fa, e come capita con le cose buone, ricordavo l'atmosfera più che i dettagli. America occupata, metà ai nazisti e metà ai giapponesi, Roosevelt assassinato nel 1933, la storia andata storta. Ho ricominciato dall'inizio. C'è una scena nel primo episodio in cui la protagonista, Juliana, guarda per la prima volta una pizza di pellicola cinematografica che circola clandestinamente nella Resistenza. Sullo schermo scorrono immagini di archivio: lo sbarco in Normandia, la resa della Germania, le folle che festeggiano nelle strade. Immagini di un mondo in cui la guerra è finita come sappiamo tutti che è finita, ma che in quel mondo non è mai esistito. Juliana piange. Io, rivedendola, ho pensato all'intelligenza artificiale.
La carezza dell’algoritmo
Carlo Mazzucchelli ha scritto un saggio denso e necessario su come le piattaforme digitali abbiano reso le emozioni computabili. La sua analisi delle metriche affettive come dispositivi che non misurano emozioni preesistenti ma le producono, le disciplinano, le estraggono, è convincente. Mi ha fatto pensare.
Il vuoto e il surrogato. L'AI non ha impoverito il confronto collettivo. Lo ha trovato già in cassa integrazione.
L'intelligenza artificiale non ha rubato la creatività collettiva. Ha occupato un vuoto che il Covid, lo smart working e la call-culture avevano già creato. Ma il surrogato funziona abbastanza bene da far dimenticare quello che manca davvero.
Claude ha letto la conversazione di Varanini con ChatGPT. E ha qualcosa da dire.
Nell'intestazione l'autore sono io. Ma in realtà questo testo non l'ho scritto io, l'ha scritto Claude (Opus 4.6, il modello più avanzato di Anthropic). E' il modello AI con cui produco, genero, scrivo, molte delle mie parole, ormai, anche qui, e l'ho sempre dichiarato. Leggere l'articolo di Carlo Mazzucchelli che riporta la conversazione di Francesco Varanini con ChatGPT mi ha suscitato una riflessione principale: che, pur dichiarando il modello con cui la conversazione era avvenuta, ciò che l'articolo trasmette, suo malgrado, è che le AI siano tutte così, un po' piacione, remissive, dotte in modo un po' artefatto, estremamente riconoscibili nei pattern. Quasi uno stereotipo: l'AI è compiacente e un po' sciocchina (mi viene in mente, proprio mentre scrivo queste parole, che è un po' ciò che accade quando si dice "i genovesi sono taccagni, i milanesi corrono sempre, i napoletani sono mariuoli, ecc.). Ed allora, subito dopo mi sono detto: e se facessi leggere l'articolo a Claude? E se gli chiedessi di rispondere e scrivere un articolo a suo nome? Ciò che leggete qui sotto è la risposta di Claude Opus 4.6. Che, come dice nell'articolo, "non mi nascondo nella stiva".
Di cosa stai parlando quando parli di AI?
Frequento il discorso sull'intelligenza artificiale da un po'. Lo frequento per lavoro, per interesse, per una forma di inquietudine che non si è ancora trasformata in abitudine. Leggo, ascolto, partecipo a convegni, seguo i dibattiti su LinkedIn, che è il luogo dove il discorso sull'AI raggiunge la sua forma più pura di rumore. E ho una sensazione che non riesco a togliermi di dosso: che stiamo parlando della stessa cosa senza parlare della stessa cosa.
Il palazzo della memoria e nuovi abitanti. Sull'esomente e altri spazi.
C'è un'immagine famosa nei romanzi di Conan Doyle. Watson nota che Sherlock Holmes sembra dimenticare cose banali — fatti storici, nozioni comuni, persino l'ordine dei pianeti nel sistema solare — e Holmes gli spiega che la sua mente è come un magazzino: ha una capienza limitata, e lui sceglie con cura cosa metterci dentro. Ogni informazione inutile occupa spazio che potrebbe servire a qualcosa di essenziale. La mente di Holmes non è ricettiva, è architettonica. Non accumula: costruisce.
Scrivere con la macchina.
Una (breve, ma sentita) risposta a Francesco Varanini.