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L’apparenza non mente, ma tace; la forma è una traccia, non un assoluto; il percorso può ingannare quanto l’immagine. Sollevare una linea significa riconoscere che ogni figura appartiene a uno spazio più grande e che comprendere non è moltiplicare spiegazioni, ma rimettere ogni cosa nel contesto che la rende possibile.


Quando osservo una linea tracciata su un piano, non riesco mai a considerarla come un oggetto concluso. Anche quando è semplice, netta, apparentemente autosufficiente, ho l’impressione che dica meno di quanto sappia. Come se fosse una traccia, un residuo visibile di qualcosa che accade altrove, in uno spazio più ampio che la linea stessa non può contenere.

È da questa inquietudine, più che da una definizione tecnica, che nasce per me l’interesse per il concetto matematico di sollevamento. Non come strumento, ma come postura: la decisione di non prendere l’apparenza per il fondamento.

Nel sollevamento geometrico, l’immagine che mi accompagna è quella dell’ombra. Un’ombra è corretta, rigorosa, persino fedele, e tuttavia è incompleta. La proiezione ortogonale non mente: sottrae. Elimina una dimensione, comprime la profondità, conserva ciò che è visibile e rende invisibile ciò che non può stare nel piano. Una linea, allora, non è falsa, ma derivata. È vera in quanto effetto, non in quanto origine.

Sollevarla significa risalire dalla traccia al possibile corpo che l’ha generata, sapendo che non esiste una sola ricostruzione, che la stessa ombra può provenire da forme diverse, da movimenti diversi, da storie spaziali diverse.

Questo carattere non univoco non è un difetto, ma una lezione: la conoscenza ha un limite strutturale, e riconoscerlo è parte del rigore, non una rinuncia ad esso. Per questo il sollevamento geometrico mi appare sorprendentemente vicino a una sensibilità classica. La forma non viene negata, ma ricollocata. Non viene assolutizzata, ma letta come segno di un ordine più ampio. È un gesto che ricorda che ogni rappresentazione è una scelta e che ogni scelta comporta una perdita.

Sollevare non significa aggiungere arbitrariamente complessità, ma restituire profondità a ciò che è stato schiacciato dal punto di vista. Il sollevamento topologico, invece, tocca una corda diversa e più sottile. Qui non è l’immagine a essere sospetta, ma l’esperienza stessa del percorso.

Ci sono cammini che sembrano tornare sempre allo stesso punto, traiettorie che danno l’impressione di chiudersi su se stesse. A un certo livello questa impressione è corretta, ma il sollevamento mostra che può essere anche profondamente ingannevole. Una curva che appare circolare, quando viene sollevata, può rivelarsi una linea che avanza senza mai tornare indietro. Ciò che sembrava ripetizione si rivela come avanzamento mascherato, ciò che appariva come eterno ritorno si dissolve in una direzione silenziosa ma reale. Questa idea ha un peso particolare per uno sguardo abituato a interrogarsi sul tempo, sulla ciclicità, sul senso del movimento.

Il sollevamento topologico insegna che la struttura dello spazio determina il significato del cammino, e che non tutto ciò che ritorna è identico, non tutto ciò che si ripete è uguale. Qui la matematica non aggiunge, ma toglie: rimuove un’illusione, scioglie un equivoco prodotto dalla rappresentazione. Mettendo insieme questi due gesti, mi accorgo che il sollevamento, in entrambe le sue forme, condivide una stessa diffidenza fondamentale: diffidenza verso lo sguardo che si accontenta della superficie e verso l’abitudine che scambia la ripetizione per identità.

Nel sollevamento geometrico restituisco una dimensione perduta; in quello topologico restituisco continuità a un movimento che sembrava chiuso. In entrambi i casi, non si tratta di complicare il mondo, ma di ricollocarlo nel suo spazio proprio. Non è un concetto aggressivamente moderno, né una rottura con la tradizione. È piuttosto una sua traduzione rigorosa.

Dice, con il linguaggio della matematica, qualcosa che la filosofia ha sempre saputo: che l’apparenza non mente, ma tace; che la forma è una traccia, non un assoluto; che il percorso può ingannare quanto l’immagine. Sollevare una linea significa allora riconoscere che ogni figura appartiene a uno spazio più grande e che comprendere non è moltiplicare spiegazioni, ma rimettere ogni cosa nel contesto che la rende possibile.

Pubblicato il 04 gennaio 2026

Frida Riolo

Frida Riolo / Strategic Innovator | Design Thinking |