Spinoza cita, nelle sue opere, pochissimi autori, essenzialmente Cartesio e Hobbes, e li cita per criticarli, pur riconoscendo la loro grandezza. Al contrario, nell’ultima sua opera, Il Tractatus Politicus, per dare sostegno alle proprie tesi, prende esplicitamente come riferimento il pensiero di Machiavelli (1469-1527). Al di là delle due citazioni presenti nel testo, si avverte una forte influenza del segretario fiorentino nell’intero pensiero politico di Spinoza. Dall’elenco notarile redatto alla sua morte (1677), sappiamo che nella sua biblioteca erano presenti Il Principe e la famosa edizione Testina di tutte le Opere di Machiavelli, un autore molto discusso nell’Europa del ‘600 e con valutazioni prevalentemente negative.
Spinoza condivide il pensiero di Machiavelli relativamente alla ‘realtà effettuale’ quale regola principale per costruire una scienza politica. Scrive infatti: “i filosofi concepiscono gli uomini non come sono ma come vorrebbero che fossero”. [1] È un evidente richiamo al celebre passo del Principe: “… sendo l’intento mio scrivere cosa utile a chi la intende, mi è parso più conveniente andare drieto alla realtà effettuale della cosa, che alla immaginazione di essa”.[2]
Convinzione di entrambi è che, solo se si parte dalla conoscenza degli uomini per come realmente sono, si può discutere di comunità, società civile, Stato.
Secondo Machiavelli, gli uomini agiscono secondo regole (costanti antropologiche) insite nella loro natura: “delli uomini si può dire questo generalmente: che sieno ingrati, volubili, simulatori, fuggitori dei pericoli, cupidi di guadagno...sdimenticano più presto la morte del padre che la perdita del patrimonio”.[3] D’altra parte gli uomini hanno anche virtù, la virtus latina: fermezza, coraggio, capacità di produrre idee e di realizzarle. Il problema nasce dal fatto che gli appetiti umani sono infiniti e la possibilità di attuarli è relativa: gli esseri umani sono “insaziabili, perché, avendo dalla natura di potere e desiderare ogni cosa, e dalla fortuna di poterne conseguitare poche, ne risulta continuamente una mala contentezza nelle menti umane.”[4] Solo lo Stato, risultato della connessione tra l’individuo e la collettività, può limitare l’egoismo dell’uomo e può condurlo a un livello di vita civile.
Per Spinoza la conflittualità tra gli umani nasce dalla differenza tra la potenza del conatus e i limiti della umana conoscenza. In un ipotetico stato di natura gli uomini sono dominati dalle passioni, in una situazione di precarietà che genera la paura. L’esigenza di costituire uno Stato sorge dalla condizione di insicurezza che ne deriva. Ma, mentre per Hobbes gli uomini devono cedere, in cambio del diritto alla vita, tutti i loro diritti al Sovrano assoluto, per Spinoza anche lo Stato ha i suoi limiti: deve garantire non solo la sicurezza, ma anche la pace e la libertà di espressione e di religione. Altrimenti si avrà un governo basato sulla paura e sulla violenza. Fondamentale è l’assoluta laicità dello Stato.
All’interno dello Stato, il conflitto continua, sia per Machiavelli che per Spinoza, proprio perché l’uomo è un animale volubile, inquieto, alla ricerca di sicurezza. Poiché di fronte alle passioni, gli uomini, sia i cittadini che i governanti, sono tutti eguali, nel senso che tendono a fare i propri interessi, il governo migliore è quello che riesce a conciliare gli interessi di tutti attraverso le leggi e quindi a eliminare le passioni più distruttive. Non bastano, però, le sole leggi per tenere insieme una comunità, occorre un vincolo che è fondamentale. Machiavelli lo trova in ciò che ha tenuto in piedi la Repubblica di Roma, la “religio”, un profondo sentimento religioso, “cosa del tutto necessaria a mantenere una comunità”. La radice del potere di Roma, secondo Machiavelli, non risiedeva, come tanti pensano, nel diritto o nella forza militare, ma nella religione pagana, nei suoi culti e nei suoi riti. Infatti il giuramento, fondato sulla potenza del divino, era più importante della legge, creazione umana. In generale, la religio è la forza morale che lega la comunità e diventa forza militare e politica.
Anche per Spinoza a fondamento dello Stato è necessaria una religione civile il cui scopo è disciplinare il conflitto che scaturisce dall’intreccio delle passioni che attraversano la società, che il filosofo chiama “multitudo”. Questo intreccio rappresenta, insieme alle leggi, una garanzia della prevalenza del bene comune sull’egoismo individuale. Dal rapporto tra “religio”, fondamento della comunità e conflitto (Machiavelli) o multitudo (Spinoza) scaturisce la forza dello Stato. La durata del corpo sociale è legata, come quella del corpo umano, alla capacità di tenere tenere insieme la proporzione tra le parti. Così come la pratica medica combatte le alterazioni del corpo umano, la pratica politica deve combattere le alterazioni del corpo sociale. La forza dello Stato consiste nella capacità di gestire il conflitto, non di annullarlo. Se finiscono i conflitti, finisce la libertà. Quando i tumulti sono finiti, secondo Machiavelli, è finita anche la libertà di Roma.
Repubblica o Principato?
Nei Discorsi, Machiavelli esalta la Repubblica come la più adatta a promuovere il bene comune, unica forma di governo che permette la libertà dei cittadini.
Nelle Repubbliche il potere non appartiene a un uomo o a pochi, ma al popolo. Chi ha più interesse a difendere la libertà? La risposta di Machiavelli è netta: il popolo, se ha buoni costumi e virtù civili, come nell’antica Roma, perché “I pochi fanno sempre l’interesse dei pochi. Se voi date il potere ai pochi, i pochi pensano solo a sé stessi, quindi uno Stato che si affida ai pochi contiene in sé il germe della tirannide”. [5]
Il pensiero di Machiavelli espresso nei “Discorsi” ha ispirato gli inglesi, i nordamericani e la nascita delle Repubbliche unite di Olanda.
Il modello di Stato che Spinoza predilige è la Democrazia. Spinoza vive in Olanda nella Repubblica delle 7 Province unite che rappresenta, per il livello di libertà che vi circola, un’anomalia in una Europa funestata dall’intolleranza religiosa. Alla metà del ‘600, sotto il governo di Johan De Witt, molto stimato dal filosofo, la Repubblica raggiunge il massimo splendore sia sul piano economico sia per una diffusa libertà di pensiero e di religione. Nel 1670, Spinoza pubblica, in forma anonima, il “Tractatus Theologico-Politicus”. Sarà una delle opere più criticate e condannate della storia. Fondata sull’impianto ontologico dell’Etica, rappresenta una difesa della democrazia, forma di governo dove tutti continuano a essere uguali, come nello stato di natura. Gli esseri umani, per Spinoza, sono “affezioni” della divina natura che è una e le passioni umane sono comuni a tutti. Compito dello Stato democratico è tutelare l’uguaglianza dei cittadini dando a ognuno la possibilità di esprimere la propria individualità, come parte della comunità. La potenza della “multitudo” sta nell’agire in accordo con gli altri. Il vero fine della democrazia è la difesa delle diversità e delle libertà dei soggetti che usano liberamente la ragione.
Gli esseri umani sono facilmente preda delle passioni tristi. Ondeggiano in particolare tra paura e speranza. La paura è una tristezza incostante legata all’idea di una cosa del cui esito si dubita. La speranza è una gioia incostante legata al dubbio che la cosa desiderata accada. Queste passioni, per Spinoza, non possono essere di per sé buone perché mantengono gli umani in una condizione di insicurezza e di facile preda dei tiranni. Chi governa spesso le utilizza per controllare il popolo e mantenere il potere: “il segreto più grande e il massimo interesse del regime monarchico consistono nel mantenere gli uomini nell’inganno e nel nascondere sotto lo specioso nome di religione la paura con cui essi devono essere tenuti sottomessi, perché combattano per la loro schiavitù come se fosse la loro salvezza… in una libera comunità non si potrebbe né pensare né tentare di realizzare nulla di più funesto.” [6] Nel Tractatus Theologico Politicus, Spinoza critica aspramente le religioni rivelate (l’Ebraismo e il Cristianesimo) che alimentano l’intolleranza e la superstizione e interpreta la Bibbia come opera umana gettando le basi per l’esegesi biblica. Per il filosofo olandese la libertà di religione è essenziale in uno Stato democratico.
Nel 1672 il territorio olandese viene invaso da Luigi XIV re di Francia. De Witt viene accusato di corruzione e di rapporti con il nemico, e con lui il fratello. Usciti dalla prigione perché le accuse si erano rivelate false, frutto di una massiccia campagna di disinformazione, i due fratelli vengono uccisi da una folla furibonda. Vengono denudati, appesi a testa in giù e viene loro strappato il fegato. Spinoza ne rimane sconvolto. Quattro anni dopo racconterà tutto questo a Leibniz, che era andato a fargli visita, e aggiungerà che il suo desiderio sarebbe stato quello di “uscire di notte per andare a riporre sul luogo del massacro una lapide con sopra scritto ultimi barbarorum; ma il suo padrone di casa era riuscito a impedirglielo chiudendo la porta a chiave, per timore che anch’egli fosse fatto a pezzi”.
Dopo la crisi olandese del 1672 e l’ascesa al potere degli Orange (monarchici), diventa centrale nel pensiero di Spinoza il problema della crisi dello Stato: come è possibile che un potere monarchico si trasformi in tirannide? E come impedirlo?
É questo il tema dominante del Tractatus Politicus del 1677, ultima opera di Spinoza rimasta incompiuta per la morte dell’autore. Risente molto del mutamento del clima politico nelle Province unite. E, in questa opera, in particolare, si avverte l’influenza dei Discorsi di Machiavelli. Da sottolineare che con la Controriforma e con l’esplosione dei conflitti religiosi, l’opera del fiorentino, giudicata immorale, era stata messa ufficialmente all’indice dei libri proibiti (1564) e l’autore era considerato nemico della libertà dei sudditi. Per Spinoza, invece, Machiavelli è un partigiano della libertà: “pro libertate fuisse constat.” E, per difenderla, secondo il filosofo olandese, “diede suggerimenti molto salutari”: “Ha voluto mostrare quanti motivi abbia un popolo libero (libera multitudo) per guardarsi dall’affidare in maniera assoluta la propria salvaguardia a uno solo che, se non è tanto vanitoso da credere di piacere a tutti, deve temere necessariamente delle insidie; ed è perciò costretto a badare piuttosto a sé stesso e a ingannare il popolo piuttosto che curarne gli interessi.”[7]
Nel paragrafo 7 del V cap. Spinoza usa tre aggettivi per indicare Machiavelli: acutissimus, sapiens, prudentissimus. Lo ritiene, quindi, uomo di acuta intelligenza, sapiente e in grado di applicare la sua sapienza alla vita. L’acutissimo Machiavelli, difensore delle forme di governo repubblicane e della libertà dei cittadini, ha chiarito i meccanismi del potere e ha spiegato che molti cercano di eliminare un tiranno senza ricercare le cause che lo hanno fatto diventare tale. Questo è un grave errore. Gli olandesi che si sono rivoltati contro il governo repubblicano di De Witt, ritenuto colpevole della debolezza dello Stato, hanno sostenuto il ritorno al potere della monarchia degli Orange. Hanno tagliato la testa al capo, ma non il corpo, cioè non hanno riformato lo Stato.
Qual è l’azione che può fare da argine alla crisi di uno Stato?
Se non si vuole la tirannide, bisogna costruire uno Stato che, anche se ha il fondamento in uno solo, deve essere circondato da tante istituzioni di carattere consiliare perché, come scrive Machiavelli:
“Se uno è atto a ordinare, non è la cosa ordinata per durare molto, quando la rimanga sopra le spalle d’uno, ma sì bene quando la rimane alla cura di molti e che a molti stia a mantenerla”[8].
Su un punto Spinoza e Machiavelli si pongono a una distanza radicale, sul rapporto tra uguaglianza e libertà. Secondo l’autore del Principe, in situazioni eccezionali e per un periodo di tempo limitato, il popolo può decidere di nominare un dittatore. Per Spinoza, invece, non può accadere che uno solo in una repubblica, possa risolvere la crisi, perché si mette in discussione l’eguaglianza di tutti i cittadini e, se si fa questo, si toglie la libertà: la libertà è strettamente connessa all’eguaglianza. Il potere e coloro che sono soggetti al potere sono la stessa entità, le regole devono valere per tutti. Occorre un bilanciamento dei poteri ed è essenziale la libertà di critica. Se la lasci, lo Stato è più forte e pacifico, se la togli, togli la libertà e la pace. Il potere deve invece essere affidato a istituzioni consiliari che consentano di tamponare la crisi.
Oggi, a distanza di 349 anni dalla morte di Spinoza, si sta di nuovo diffondendo pericolosamente l’idea che la democrazia sia inadeguata rispetto ai sistemi autoritari, perché lenta nelle decisioni.
Si vanno diffondendo, persino in Europa, le cosiddette democrazie illiberali dove mancano le garanzie tipiche della democrazia costituzionale: la separazione dei poteri, la libertà di stampa e il rispetto dei diritti delle minoranze. Anche nei governi democratici, il potere esecutivo sta prendendo sempre più spazio rispetto al Parlamento. L’Italia è una Repubblica parlamentare ma, da parecchi anni ormai, si procede attraverso decreti legge che limitano il ruolo legislativo delle Camere trasformandole in organi ratificanti. Le proposte di legge di revisione costituzionale avrebbero bisogno, almeno quelle, di una discussione ampia e approfondita tra gli esponenti della maggioranza e dell’opposizione, dal momento che hanno come oggetto regole che riguardano tutti. Questo non è avvenuto per la modifica costituzionale sulla giustizia del governo Meloni. Sono stati respinti tutti gli emendamenti proposti, anche quelli della maggioranza, e senza dialogo e senza mediazione si è arrivati all’approvazione a tappe forzate e a maggioranza semplice. Da qui il referendum. E pensare che la Costituente ci ha dato una Carta Costituzionale nata da un accordo tra partiti molto diversi tra loro, ma uniti da valori che li hanno spinti alla lotta contro un regime autoritario come quello fascista. Il referendum sulla giustizia appare un primo passo di una strategia volta a limitare l’autonomia della magistratura per rafforzare l’esecutivo; seguirà poi il premierato.
“Le Repubbliche rinascono quando riscoprono i propri principi fondativi.” (Machiavelli) Forse anche noi dovremmo riscoprire i nostri - la nostra Costituzione – e cercare finalmente di attuarla.
Note
[1] Spinoza, Trattato Politico, a cura di P. Cristofolini, Ets, Pisa 1999, Cap. 1, paragrafo 1
[2] Machiavelli, Il Principe, Einaudi, 1965, cap.XV
[3] Op.cit. cap.XVII
[4] Machiavelli, Discorsi, libro 1, cap. 42, p.145
[5] Discorsi, libro I, cap.VII
[6] Spinoza, Etca, Trattato teologico Politico, De Agostini, Milano 2023, pa.
[7] TP, cap.V, 6
Trattato Politico, a cura di P. Cristofolini, Ets, Pisa 1999.2
[8] Discorsi, I, 9, p.90