Frank Riley (1915-1996) non è un nome molto noto della letteratura fantascientifica. Niente a che fare con celebrità del calibro di Heinlein, Asimov, Van Vogt. In verità, ha scritto fantascienza solo per un breve periodo, dedicandosi per il resto principalmente ad articoli di viaggio. È uno degli innumerevoli autori di racconti brevi per le riviste pulp che, tra gli anni trenta e cinquanta, hanno dato lustro alla cosiddetta “età dell’oro della fantascienza”. Era una letteratura da edicola, stampata su carta economica di pessima qualità - il termine pulp, polpa, si riferisce proprio al tipo di carta – con copertine improbabili e autori pagati a numero di parole, circostanza che spesso li spingeva ad essere il più verbosi possibile. Eppure, proprio da quella produzione popolare nacque un immaginario che ai nostri giorni è ancora straordinariamente vivo.
Un racconto in particolare di Riley, The Cyber and Justice Holmes, pubblicato sulla rivista If del marzo 1955 – costo, 35 cents – probabilmente non destò particolare interesse all’epoca in cui uscì. Letto oggi, riesce incredibilmente a portare avanti due temi – l’efficienza della giustizia e la sostituzione del giudizio umano da parte delle macchine – talmente imponenti e attuali che a trattarli insieme rischiano quasi di mangiarsi a vicenda. Ma la fantascienza gioca di questi scherzi.
Nota: questo racconto è inedito in Italia e, a livello editoriale, presumibilmente introvabile, ma si può scaricare liberamente in lingua originale dal sito di Project Gutenberg. Purtroppo, per certi garbugli del diritto d’autore, l’opera è libera da diritti negli USA ma non in Italia, motivo per cui non ne possiamo dare qui una traduzione completa. Ne riporteremo quindi un’ampia sintesi con citazioni dei momenti più salienti.
Un processo in campagna elettorale
Il racconto si apre con una campagna elettorale, fatta da un Pubblico Ministero.
Sì, perché come ben sanno gli amanti di cose americane, negli USA non si parla di separazione delle carriere, perché loro se la sono giocata in modo diverso: il Procuratore Distrettuale (District Attorney), figura assimilabile al nostro Pubblico Ministero, non è come da noi un magistrato di carriera ma un pubblico ufficiale che in molti stati viene eletto dal popolo. Vale a dire, è un politico a tutti gli effetti. Dovendo farsi eleggere, deve fare una campagna elettorale; di conseguenza, deve promettere risultati.
E il risultato che promette il nostro Procuratore Distrettuale è piuttosto semplice: sostituire tutti i giudici umani, in tutti i tribunali della contea, con l’Intelligenza Artificiale.
“E se verrò rieletto, prometto di fare tutto ciò che è in mio potere per sostituire l’inefficienza umana con la giustizia Cyber nei tribunali di questa contea! […] Abbiamo constatato l’efficacia delle unità cibernetiche nella nostra stessa Corte d’Appello […] e posso promettervi il doppio dei procedimenti a metà del costo per i contribuenti con una moderna, efficiente giustizia Cyber!”
Il protagonista del racconto è il giudice Walhfred Anderson, ottantasei anni, una lunga carriera alle spalle e nessuna simpatia per il Procuratore Distrettuale. Anderson si avvia, stancamente, a presiedere quello che sa probabilmente essere il suo ultimo processo, prima di venire definitivamente sostituito da un “Cyber”, ovvero una macchina capace di decidere senza errori, senza esitazioni e senza emozioni.
Anderson cerca di non pensarci, e legge il fascicolo del nuovo caso con la consueta attenzione e senso di responsabilità:
I suoi lineamenti scavati [...] si irrigidirono per lo sforzo. Il giudice aveva un forte senso dell’onore nel dedicare tutta la propria attenzione in aula. Un caso non era semplicemente un caso; era un essere umano, il cui passato, presente e futuro erano racchiusi nell’accusa contro di lui.
Come sua abitudine, il giudice Anderson rivolge di tanto in tanto un’occhiata a un certo quadro appeso in aula, un quadro che per lui è fonte suprema di ispirazione: si tratta di un ritratto del “giudice Holmes” che dà il titolo al racconto, vale a dire Oliver Wendell Holmes Jr. (1841-1935), uno dei più celebri magistrati della storia americana, membro della Corte Suprema degli Stati Uniti e figura quasi proverbiale di rigore, intelligenza e indipendenza di giudizio. Per Anderson, quel volto appeso alla parete rappresenta insomma la giustizia umana nella sua forma più alta.
Ma quando Anderson capisce di quale processo si dovrà occupare quel giorno, sente immediatamente pesare su di sé tutte le sue fragilità e debolezze umane; l’accusa è contro un tale che si fa chiamare “professor Neustadt”: costui è accusato di frode per aver sostenuto, durante spettacoli pubblici, di poter svolgere le stesse funzioni dell’Intelligenza Artificiale, e anche più velocemente.
Il Procuratore Distrettuale, naturalmente, si lecca le dita: quale migliore occasione, smascherando quell’imbroglione, per dimostrare pubblicamente la suprema efficienza dei “Cyber” e l’inadeguatezza umana? Quale magnifico assist per la sua campagna elettorale? Il processo si avvia quindi a diventare un evento politico, il cui esito appare scontato. Il giudice Anderson, disperato, cerca idee e ispirazione dal ritratto del giudice Holmes, ma quel ritratto rimane muto.
L’imputato professor Neustadt, dal canto suo, sembra far di tutto per peggiorare la sua situazione; anzitutto chiede di potersi difendere da solo, contravvenendo al vecchio adagio legale secondo cui:
“chi si difende da solo, ha per cliente un idiota”.
Poi, dichiara di voler dimostrare in tribunale di poter competere davvero con una macchina. Propone che venga portato in aula un Cyber scelto dall’accusa, e che gli si permetta di misurarsi con esso.
Il giudice Anderson, ormai convinto che l’imputato sia completamente fuori di testa, cerca di fare il possibile per impedire quell’umiliante dimostrazione, sostenendo che l’ammettere in aula una simile prova come mezzo per accertare i fatti sia cosa priva di fondamento giuridico. Ma, per risolvere la questione, viene costretto a rivolgersi alla CAD, la Divisione d’Appello Cyber: l’odiata Intelligenza Artificiale.
Il giudice perfetto
I magistrati e l'imputato si spostano quindi nell’aula presidiata da un “Cyber”, dove l’intera controversia viene esposta in modo conciso per mezzo di quello che a tutti gli effetti è un “prompt”: il giudice riferisce i fatti e le ragioni della sua decisione, poi parla il pubblico ministero, e infine la difesa si limita a confermare i dati già esposti.
La macchina inizia a vibrare e a illuminarsi, e nel giro di pochi minuti richiama tre precedenti giurisprudenziali e stabilisce che una dimostrazione in aula è ammissibile per accertare elementi materiali: la sfida tra l’uomo e la macchina si farà!
Il Procuratore Distrettuale esulta:
“Otto minuti” annunciò trionfante. “Otto minuti per presentare i fatti del caso e ottenere una decisione. Ecco l’efficienza! Ecco la procedura giudiziaria moderna!”
Anche il giudice Anderson, uscito pesantemente ridimensionato dalla performance del giudice elettronico, comincia ad accettare amaramente l’idea che l’epoca dei giudici in carne e ossa sia ormai al tramonto:
Walhfred Anderson sentì il peso dei suoi ottantasei anni mentre sistemava l’inclinazione del papillon […]. Forse il nuovo modo era quello giusto. Forse era solo un vecchio, gravato da sogni, ricordi, dall’ingombro delle emozioni umane. Gli ci sarebbero volute molte ore lunghe e faticose per recuperare quei precedenti legali. Forse il vecchio modo era morto, con il giudice Holmes e gli altri giganti di quell’epoca.
Tre giorni dopo, viene quindi allestita la sfida tra l’imputato professor Neustadt e il “Cyber”. Il Procuratore Distrettuale, per rendere la vittoria della macchina ancora più spettacolare, fa in modo che il “Cyber” scelto sia Cyber IX, il modello più avanzato, dotato di enorme capacità di calcolo. Nel frattempo, la vicenda diventa un enorme caso mediatico. I cronisti la trasformano in uno scontro epocale tra uomo e macchina:
I giornalisti [...] raccolsero la notizia e la gonfiarono. L’ufficio del Procuratore Distrettuale diffuse comunicati stampa quasi ogni ora. I vignettisti crearono illustrazioni della “Battaglia del secolo”, con Cyber IX e il professor Neustadt raffigurati come pugili agli angoli opposti del ring [...] suggerendo che il professore fosse nettamente sfavorito e quindi il beniamino del pubblico. […] I bookmaker offrivano quote di dieci a uno a favore del Cyber IX.
La sfida del secolo
Quando arriva il giorno fissato per la prova, l’aula del tribunale è invasa dalle telecamere. Il giudice Anderson si sente a disagio e quasi processato lui stesso, consapevole che l’esito dell’udienza potrebbe segnare il tramonto definitivo della giustizia umana. L’imputato Neustadt, dal canto suo, entra in scena come un artista consumato: si inchina perfino davanti al Cyber IX come a un nobile avversario. Il giudice deve richiamare all’ordine il pubblico. E finalmente ha inizio la sfida.
La dimostrazione viene fatta come una specie di quiz televisivo: il professore riceve fogli sui quali scrivere le sue risposte, il Cyber IX risponderà invece sul proprio schermo. Due cronometristi registrano i tempi di risposta. Le domande, preparate dall’accusa e custodite in buste sigillate, vertono su argomenti scientifici e matematici, con risposte certificate da specialisti. Ecco quello che succede:
[DOMANDA UNO] Nell’analisi economica del funzionamento di una centrale nucleare, calcolare l’apporto termico lordo per un impianto con una potenza elettrica di 400 × 10⁶ watt.
A questa prima domanda sia il professore che la macchina rispondono correttamente. La macchina risponde per prima, ma con appena un secondo di differenza. Il Procuratore Distrettuale comincia ad innervosirsi.
[DOMANDA DUE] Qual è la percentuale di comprimibilità del cesio sotto una pressione di 45.000 atmosfere, e come la si spiega?
Questa è una domanda composta. Anche in questo caso entrambi i contendenti rispondono correttamente, ma stavolta l’uomo riesce ad anticipare la macchina di ben 9 secondi. Il giudice Anderson non riesce a crederci.
[DOMANDA TRE] In venticinque parole o meno, enunciare la legge di Nernst della termodinamica.
Questa è chiaramente una domanda a trabocchetto, pensata per intrappolare la mente umana nella propria verbosità. Cyber IX vince, rispondendo in diciotto secondi; ma anche il professore risponde brillantemente, appena due quinti di secondo dopo. Il pubblico è in delirio.
[DOMANDA QUATTRO] Quali sono le somiglianze strutturali tra dimenidrinato e cloridrato di difenidramina?
Qui il professore perde tre secondi rispetto alla macchina...
[ULTIMA DOMANDA] Quali sono gli effetti teorici dell’inversione dell’umidità sulla trasmissione a microonde?
… Ma qui il professore guadagna un secondo pieno! È finita. L’uomo ha battuto la macchina con un vantaggio cumulativo di 5 secondi circa. L’aula è nel caos. Il Procuratore Distrettuale è sbiadito. Il giudice Anderson fa fatica a riportare l’ordine con il martelletto.
A questo punto, il professore chiede e ottiene di poter rivolgere lui stesso una domanda a Cyber IX. E la domanda che gli pone è questa:
Quali sono le grandezze di un sogno?
L’intelligenza artificiale si attiva dunque per elaborare la risposta:
Cyber IX ronzò e scintillò. Il ronzio salì sempre più. Le luci lampeggiarono in schemi strani e disarticolati, sfocandosi alla vista. All’improvviso il ronzio cessò. Le luci si affievolirono, spegnendosi una a una.
La voce eternamente calma, eternamente gradevole di Cyber IX parlò: “Problema irrisolto”.
La folla è attonita: Cyber IX non solo è stato sconfitto, ha fallito nel risolvere un problema.
Il sogno è la differenza
A questo punto il professor Neustadt si gira e chiarisce al giudice Anderson, al Procuratore, agli altri presenti e a noi lettori il senso della dimostrazione: la macchina non può rispondere perché non può sognare:
“Per favore,” disse, “per favore comprendete una cosa… Il fine di questa dimostrazione e della mia domanda non era screditare Cyber IX, che è davvero una grande macchina, una meraviglia della scienza.
In realtà, nemmeno io conosco le grandezze di un sogno, ma questo non è importante… perché io posso sognare! Il sogno è la differenza… Il sogno che nasce nell’uomo […]. Copernico sognò un sogno, così fecero Leonardo, Galileo e Newton, Darwin ed Einstein, tanto tempo fa. […] Cyber IX non ha mai sognato un sogno, ma può liberare l’uomo per sognare.
La conoscenza dell’uomo è cresciuta a tal punto che gran parte di essa andrebbe perduta o resterebbe inutilizzata senza la capacità di memorizzazione e richiamo dei Cyber — e l’uomo stesso sarebbe così immerso in ciò che già conosce da non avere mai il tempo di sognare ciò che ancora non conosce, ma deve e può conoscere.
Perché lo scienziato non dovrebbe usare il passato senza esserne gravato? Perché l’avvocato e il giudice non dovrebbero utilizzare le leggi della giustizia conquistate con tanta fatica senza diventare schiavi di polverosi libri di diritto?”
Il giudice Anderson a queste parole inizia a comprendere. Inizia a rimproverarsi per tutte le ore sprecate per essersi sempre rifiutato di consultare un Cyber, perché troppo orgoglioso per accettare il confronto con una macchina. Ma il suo vero ruolo non era svolgere le funzioni che poteva fare una macchina, non lo era mai stato:
C’era la lettera della legge, e c’era lo spirito, e lo spirito era il sogno. Qual era il sogno? […] Stabilire la giustizia sulla terra, impedire al forte di opprimere il debole, […] illuminare il paese. Il giudice Holmes aveva davvero sognato quel sogno. Lo aveva sognato in grande. Ma forse c’era spazio anche per piccoli sogni, e ancora tempo per sognare.
Ma la spiegazione del professor Neustadt non è ancora terminata:
“Vi state già chiedendo,” disse accusando le telecamere, “se non abbia smentito le mie stesse parole sconfiggendo Cyber IX. Non è così. Ho sconfitto Cyber IX perché ho sprecato la vita di un uomo — la mia!
[…] La mia mente è stata un archivio, un archivio ignifugo ordinatamente pieno di fatti che non potevano mai accendersi in sogni. Per tutta la vita ho riempito il mio archivio. Per sessant’anni ho archiviato, archiviato e archiviato. E poi ho sognato un solo sogno — il mio primo, ultimo e unico sogno.
Ho sognato che l’uomo avrebbe abusato di un altro dono della scienza, come ha abusato di tanti altri. Ho sognato i Cyber che sostituivano e rendevano schiavo l’uomo, invece di liberarlo per sognare… E ho sognato che sarebbe arrivato il momento decisivo in cui un uomo avrebbe dovuto dimostrare di poter sostituire un Cyber — e così dimostrare che né l’uomo né i Cyber dovrebbero mai sostituirsi l’uno all’altro”.
Ora nel dibattito italiano si discute – e si vota – se separare in modo definitivo chi accusa da chi giudica, ed è presentato come se una diversa architettura bastasse a produrre una giustizia più neutrale ed efficiente. Riley nel ’55 immagina l’approdo estremo di questa logica: il giudice perfetto esiste, ed è una macchina. Incidentalmente, oggi questa ipotesi non è nemmeno più fantascienza.
Ma forse c’è anche un limite che una riforma puramente strutturale fatica a risolvere: persino togliere davvero errori ed emozioni non basterebbe, se il prezzo fosse dimenticare che il giudizio non coincide mai del tutto con una procedura. In fondo giudicare non è solo applicare una regola, ma pure assumersi la responsabilità di interpretarla, tenendo insieme la lettera della legge e il suo scopo. E forse è proprio in questo spazio – fragile, imperfetto e umano – che un po’ di giustizia ancora esiste.
Il processo a carico del professor Neustadt viene archiviato. Nell’emettere la sentenza, il giudice Anderson ha l’impressione che il giudice Holmes stia sorridendo nel quadro.