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Si può ancora fare flânerie nell’era della globalizzazione? E in fondo, la flânerie stessa non è anche una metafora delle nostre vite vissute fuori dai riti delle società della prestazione?


Se facciamo un passo indietro fino alla Parigi della metà dell’Ottocento, possiamo guardare attraverso gli occhi di Charles Baudelaire e, successivamente, del filosofo Walter Benjamin. Il flâneur o la flâneuse non sono semplicemente dei passeggiatori. Sono figure sociologicamente complesse, osservatori appassionati, una sorta di "botanico dell'asfalto". Mentre la folla si muove spinta da necessità economiche o urgenze quotidiane, il flâneur si muove per il piacere di decifrare il mondo. Il suo non è un vagare ozioso, ma un’indagine. È colui che trasforma il marciapiede in una pagina di un romanzo mai finito, che si ferma a osservare la vetrina di un antiquario non per comprare, ma per immaginare la vita di chi ha posseduto quell'oggetto.

Da un punto di vista sociologico, la flânerie rappresenta una forma di resistenza. Il compianto Zygmunt Bauman, nella sua analisi sulle conseguenze della globalizzazione, tracciava una distinzione fondamentale tra il "turista" e il "vagabondo". Il turista si muove per scelta, attratto dal nuovo, ma con la rassicurante certezza di poter tornare a casa; il suo viaggio è un consumo di esperienze, un accumulo di timbri sul passaporto. Il vagabondo, al contrario, si muove perché costretto, spinto da necessità che non può controllare. Il flâneur, però, sfugge a questa dicotomia. È una figura che sceglie di muoversi, ma rifiuta la logica del turista ed interpreta nel modo più realistico il ruolo del viaggiatore. Non cerca le attrazioni catalogate, non cerca la comfort zone ma cerca l'attrito. In una società capitalistica dove il tempo è denaro e lo spazio è mercificato, il gesto di "sprecare" tempo osservando un raggio di sole che colpisce un cornicione è un atto radicalmente politico. Da questa particolare prospettiva, il flâneur si riappropria di quello che il sociologo Henri Lefebvre chiamava il "diritto alla città": non il diritto mero di accedere alle infrastrutture urbane, ma il diritto di partecipare attivamente alla creazione dello spazio urbano attraverso la presenza, lo sguardo, l'incontro imprevisto. Di stare dentro l’azione sociale, partecipandovi anche solo con lo sguardo.

Questa ricerca dell'attrito e della mobilità porosa ci porta a riflettere sul mezzo con cui ci spostiamo e su come questo plasmi la nostra conoscenza del mondo. John Urry ci ha insegnato che la velocità e il mezzo di trasporto modificano radicalmente la nostra percezione della realtà (e su questa vicenda della percezione diversa del tempo a seconda della posizione occupata i fisici, Einstein in testa, hanno fornito spunti di riflessione e leggi scientificamente fortissime). L'automobile, ad esempio, crea una bolla di isolamento sensoriale: chi guida è protetto dal clima e dai suoni, ma è anche separato dal tessuto urbano, isolato in una capsula di vetro e metallo. Ed è qui che la riflessione sulla mobilità incontra una delle tradizioni più feconde e sporche di strada della sociologia urbana, la Scuola di Chicago.

In questo solco si inserisce la figura e il metodo di Robert Parker, il quale intuì che per conoscere le autentiche realtà di quartiere, per penetrare il tessuto capillare e intimo della città, l'automobile era un ostacolo e il cammino a volte troppo lento. Parker adottò la bicicletta come vero e proprio strumento di indagine etnografica. Pedalare significava per lui scivolare negli interstizi urbani, coprire distanze maggiori mantenendo però intatta la porosità dello sguardo. La bicicletta permetteva a Parker di entrare nei cortili, di fermarsi improvvisamente davanti a un gruppo di anziani che giocava a carte, di sentire l'odore delle cucine che trapelava dalle finestre aperte, di percepire la pendenza di una strada che segnava il confine invisibile tra un quartiere borghese e uno popolare. La bicicletta, in questa ottica, diventa la flânerie meccanizzata, l'evoluzione contemporanea del flâneur baudeleriano. È uno strumento che democratizza lo spazio, lo rallenta alla scala del corpo e del respiro, permettendo al sociologo – e a chiunque lo imiti – di leggere la città non come un'astrazione geometrica, ma come un organismo vivo, pulsante e stratificato. Pedalare senza una meta precisa è un modo per dire al sistema produttivo che il nostro corpo e il nostro tempo non sono risorse da ottimizzare, ma strumenti per esplorare e abitare il mondo.

Questa pratica fisica ha un'eco diretta in quella che i situazionisti, negli anni Sessanta, chiamavano la dérive, la deriva. Guy Debord la definiva come una tecnica del passaggio affettivo, un modo di esplorare la città lasciandosi attrarre dalle psicogeografie dei luoghi, abbandonando le rotte abituali dettate dal lavoro e dal consumo. Se Parker ci ha mostrato come la bicicletta ci permetta di toccare con mano la materia dei quartieri, Debord ci ricorda che la città non è solo un aggregato di mattoni, ma un campo magnetico fatto di emozioni, ricordi e possibilità.

Ed è qui che il discorso compie il suo salto più vertiginoso, uscendo dai confini della città per applicarsi al concetto stesso di viaggio, fino a diventare una potente metafora dell'esistenza. Come possiamo applicare la flânerie, la pedalata esplorativa e la dérive al percorso che ciascuno di noi compie durante la propria esistenza?

La sociologia moderna, attraverso autori come Anthony Giddens, ci ha mostrato come la tarda modernità ci costringa a vivere la nostra esistenza come un progetto riflessivo del sé. Siamo spinti a costruire la nostra biografia come se fosse un'azienda: dobbiamo avere obiettivi a breve, medio e lungo termine, dobbiamo fare networking, dobbiamo massimizzare il nostro capitale umano. La vita è vista come una linea retta ascendente, un itinerario da ottimizzare. Chi devia da questa rotta, chi si ferma, chi cambia direzione senza un piano strategico, viene guardato con sospetto. È la trionfale dittatura del pensiero teleologico, per cui ogni azione presente deve essere giustificata da un risultato futuro. Questa visione ci deruba del presente, facendoci sentire perennemente in ritardo o in attesa.

Ma la vita, come la città vista dal flâneur o esplorata in bicicletta da Parker, non è una sterile mappa ma un territorio, un vero e proprio sistema vivente, fatto di zone d'ombra, di vicoli ciechi, di piazze inaspettate. Adottare la flânerie nel viaggio della vita significa avere il coraggio di praticare la deriva esistenziale, significa riconoscere che le deviazioni – un anno passato a studiare una materia apparentemente inutile, una relazione che cambia le nostre priorità, un periodo di stasi e di apparente improduttività, un viaggio in solitaria senza meta e senza scopo – non sono errori di percorso. Sono, in realtà, i momenti in cui la vita ci sta parlando. Victor Turner parlava di "liminalità", quegli spazi e quei tempi di mezzo in cui non siamo più ciò che eravamo, ma non siamo ancora ciò che diventeremo. La nostra società ha paura della liminalità, cerca di colmarla con l'ansia e con l'iperattività. Il flâneur esistenziale, al contrario, abita la liminalità. Sa che è proprio in quello spazio di incertezza che avviene la vera trasformazione: si può scoprire un nuovo oceano se si ha la paura di perdere di vista la riva.

C'è poi un nemico silenzioso di questa pratica, che la sociologia dei media ha ampiamente indagato: lo schermo dello smartphone. Il filosofo Byung-Chul Han parla della "società della trasparenza", in cui tutto è illuminato, connesso, privo di mistero. Quando camminiamo per la strada con lo sguardo incollato al display, o quando viviamo la nostra vita preoccupandoci di come apparirà agli altri sui social network, perdiamo la capacità di abitare il presente. Lo schermo ci offre un'infinità di destinazioni virtuali, ma ci deruba del viaggio reale. Il flâneur ci ricorda che la bellezza richiede la nostra presenza fisica, la nostra attenzione non mediata, la nostra disponibilità a essere colpiti dalla ruvidezza del mondo reale, che qualche volta finisce con la bellissima sensazione della meraviglia. Abbiamo perso l’abitudine di meravigliarci, presi come siamo dal rispondere ai martellanti richiami della società della prestazione che lavora essenzialmente su basi di processo precostruito e standardizzato, totalmente noto.

Il viaggio della vita non è un pacchetto turistico con l'itinerario predefinito. È un'esplorazione continua, un susseguirsi di derive. Ci saranno giorni in cui dovremo correre per prendere un treno, in cui la necessità ci imporrà una rotta obbligata. Ma ci saranno anche i momenti in cui potremo permetterci di scendere alla stazione sbagliata, di imboccare una strada solo perché il nome ci incuriosisce, di pedalare verso un quartiere sconosciuto seguendo il profilo di una collina, o di sederci su una panchina a guardare le nuvole cambiare forma.

In fondo, la lezione più grande che la flânerie ci offre è un cambio di prospettiva sul concetto stesso di arrivo. Siamo stati educati a credere che la felicità sia una destinazione, un traguardo da raggiungere: la laurea, il matrimonio, la promozione, la pensione. Ma il flâneur sa che la destinazione, alla fine di ogni viaggio, fisico o esistenziale, è il nulla. È la fine del movimento. Se il senso della vita fosse solo arrivare, varrebbe la pena di nascere già vecchi, o di morire il prima possibile. Il senso, dunque, non può che risiedere nel transito, nella capacità di trasformare ogni passo, ogni pedalata, ogni giorno in un'opera d'arte dell'attenzione. La flânerie è l'arte di abitare il proprio destino non come una prigione da cui evadere, o come una corsa a ostacoli da vincere, ma come una città infinita, piena di meraviglie, che aspetta solo di essere esplorata. Perché, in fondo, come suggerisce la saggezza dei viandanti, non ci si perde mai davvero.

Ci si perde solo per potersi, finalmente, ritrovare.

Pubblicato il 01 ottobre 2026

Cleto Corposanto

Cleto Corposanto / Honorary Professor of Sociology, Writer