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Sul valore della persona e sulla grandezza delle sue capacità


L’essere umano è costituito da una molteplicità di qualità, capacità e disposizioni che concorrono a definirne l’identità. 

Intelligenza, cultura, bellezza, competenza professionale, carattere e sensibilità rappresentano dimensioni differenti della persona, nessuna delle quali, considerata isolatamente, può esaurirne la complessità. 

Un uomo può essere intelligente ma privo di sensibilità; bello ma incapace di suscitare simpatia; colto ma arrogante; professionalmente mediocre ma dotato di una straordinaria umanità.

Può essere introverso oppure espansivo, ambizioso oppure indifferente al successo, competente oppure inesperto. 

Riconoscere questa pluralità non significa, tuttavia, attribuire a ogni qualità lo stesso valore. 

Nel giudicare un individuo, ciascuno di noi stabilisce, consapevolmente o meno, una propria gerarchia, attraverso la quale alcune caratteristiche assumono un’importanza maggiore rispetto ad altre. 

La questione, dunque, non è soltanto quali qualità possieda un essere umano, ma quale di esse debba avere la priorità nella valutazione della sua persona. 

Per quanto mi riguarda, il principio con cui guardo l’Altro è semplice:

prima viene l'Essere Umano, poi ciò che fa. 

Non mi importa il suo status sociale, né le etichette professionali che lo accompagnano, né la caratura del suo sapere o il denaro che possiede.

Non lo valuto per il suo credo religioso, per la sua provenienza, per le sue tradizioni e tantomeno per le sue preferenze sessuali. 

Ciò che mi importa è che sia essenzialmente una brava persona. 

Ma che cosa significa, esattamente, essere una brava persona? 

Non intendo riferirmi alla gentilezza formale, alla disponibilità indiscriminata o a una generica bontà d’animo. 

Ciò che considero prioritario è il modo in cui un individuo si comporta con gli altri: se è corretto, educato, rispettoso e capace di riconoscere negli altri ciò che merita sempre la massima considerazione, ossia la dignità umana. 

Mi interessa soprattutto che non manifesti quella disposizione a prevaricare, umiliare o danneggiare gli altri che troppo spesso accompagna l’esercizio del potere, dell’ambizione e della superiorità percepita. 

Una brava persona non è necessariamente mite, accomodante o incapace di opporsi. La correttezza non coincide con la debolezza, così come la gentilezza non coincide con la subordinazione. 

Una brava persona può essere forte, severa, determinata, autorevole e perfino intransigente, senza per questo essere arrogante o prepotente. 

Può difendere con fermezza i propri interessi senza calpestare quelli altrui; può dissentire, criticare, rifiutare una richiesta e persino entrare in conflitto, conservando la propria integrità nella correttezza del comportamento. 

Essere una brava persona non significa essere inferiori agli altri, significa non avere bisogno di renderli inferiori per sentirsi superiori. 

La distinzione fondamentale è quella fra la forza e la prevaricazione, fra l’affermazione di sé e la negazione dell’altro. 

La prima appartiene alla dignità individuale; la seconda manifesta una forma di povertà umana che nessuna competenza può compensare. 

Per definire meglio questa qualità, introduco due dimensioni complementari: la disposizione etico-relazionale e la volontà costruttiva-relazionale. 

La prima riguarda il modo in cui un individuo si pone nei confronti degli altri, riconoscendo anzitutto, in chi ha di fronte, l’essere umano, prima ancora delle sue qualità, delle sue capacità e del ruolo che ricopre. 

La seconda riguarda il modo in cui tale disposizione si traduce nell’agire concreto: la volontà di perseguire i propri obiettivi ed esercitare le proprie capacità senza ricorrere alla prevaricazione o al deliberato danneggiamento altrui. 

Non si tratta, dunque, di una bontà passiva, ma di un orientamento etico. 

È questa combinazione che, nel mio personale criterio di valutazione, definisce una brava persona.

Ed è questo il criterio che antepongo a tutte le altre qualità. 

Un individuo può essere un grande professionista, un insegnante eccellente, un filosofo brillante, un medico di fama o un artista straordinario e, nello stesso tempo, rivelarsi insopportabile, tracotante, maligno o incapace di trattare correttamente le persone con cui entra in relazione. 

Riconosco il valore della sua capacità ma ciò non significa necessariamente riconoscere anche il valore della persona. 

La capacità di eccellere in un’attività non conferisce automaticamente una superiorità morale a chi la esercita. 

Questa è una distinzione che tendiamo troppo spesso a trascurare.

Siamo abituati a identificare gli individui attraverso ciò che fanno: li definiamo grandi professionisti, grandi scienziati, grandi imprenditori, grandi artisti. 

La loro reputazione e il successo conseguito diventano gli elementi principali attraverso i quali vengono riconosciuti socialmente. 

In questo modo, rischiamo però di giustificarne il comportamento, come se la competenza potesse compensare qualsiasi mancanza morale nelle relazioni umane. 

La filosofia ha affrontato questioni affini.

Aristotele, nell’Etica Nicomachea, attribuisce grande importanza alla virtù e alla formazione del carattere.

Kant, nella Fondazione della metafisica dei costumi, riconosce alla buona volontà un valore che non dipende dal successo conseguito. 

Pur nella diversità delle loro prospettive, entrambi offrono strumenti per distinguere le capacità individuali dalla dimensione morale dell’agire. 

È per questo che posso ammirare l’opera di un uomo senza ammirare necessariamente l’uomo che l’ha prodotta. 

Posso riconoscerne l’eccellenza professionale senza attribuirgli, per questo solo motivo, la mia stima personale. 

Se la stima dipendesse esclusivamente dai risultati conseguiti, dovrei ammirare un individuo anche quando utilizza le proprie capacità per umiliare, intimidire o mortificare gli altri.

È una conclusione alla quale non intendo arrivare. 

Per me, la qualità umana precede quella professionale. 

La competenza può rendere un individuo particolarmente utile in un determinato contesto; l’essere una brava persona determina, almeno per quanto mi riguarda, la possibilità di riconoscergli una stima che va oltre la sua funzione. 

L’ideale sarebbe trovare individui nei quali competenza e correttezza convivano. A volte accade. 

Ma quando queste qualità non coincidono, la priorità spetta, nel mio giudizio, alla qualità della persona, intesa come disposizione etico-relazionale e volontà costruttiva-relazionale. 

Per questo motivo, considero insufficiente una cultura che celebra prevalentemente il successo e lascia in secondo piano il comportamento di coloro che lo conseguono. 

In una società come la nostra che promuove l’affermazione dell’Io, la prestazione e la visibilità, recuperare questo criterio mi sembra particolarmente importante. 

Non abbiamo bisogno soltanto di grandi professionisti.

Abbiamo bisogno di persone corrette. 

La grandezza può rendere un individuo importante per ciò che realizza ma

è la qualità della sua disposizione e della sua volontà a determinare il modo in cui la sua presenza incide sulla vita degli altri. 

Non pretendo che un uomo sia grande in tutto ciò che fa. 

Pretendo soltanto, per concedergli la mia stima, che la sua grandezza non si costruisca a spese degli altri.  

Macte Animo !

Gian Guido Tahra 

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Pubblicato il 15 ottobre 2026

Guido Tahra

Guido Tahra / Human Being, Philosopher, Ted Speaker, Writer, Designer