LA PACE POSSIBILE DA BRAMARE!
di Maria Francesca Carnea
Quando mi venne richiesta lectio1 sul tema del valore della pace, nell’esserne onorata, iniziai a pensare: la pace è un valore che si agisce, e la sua modalità di espressione è corale. Nel panorama mondiale, testimoni dell’agire la pace ve ne sono, per qualche strana ragione si ripropongono però
uomini di guerra, il male fa più notizia evidentemente. È uno strano sistema il dare parzialità di conoscenza, dimenticando ciò che è bene, utile, vero.
Mi soffermerò su alcuni punti che hanno segnato la storia, tracciando percorsi ancora oggi di esempio. La pace, a mio avviso, si agisce nel mistero della spes contra spem2 . Ma porsi domande è necessario: quanto è presente nella coscienza dei ‘potenti’ della terra l’idea di pace? Soprattutto: è percepita tale idea di bene nell’umanità? Cosa si fa per porla in essere? Domande certo impegnative, che conducono a un’altra cruciale questione: si può parlare di una storia della pace?
Attraversiamo un momento storico di grande disorientamento, in cui si dilata l’opposto della pace, cioè la guerra. Prepotente si ripropone drammaticamente, in più parti del mondo, con identica crudeltà e malvagità. Sembra che nel mondo non si possa fare a meno della guerra, dimentichi, i
signori che la fomentano, asserviti al potere della morte, che è, invece, la vita che si deve favorire, cercare, difendere non la sua distruzione per salvaguardia di oligarchie, interessi di parte, supremazie territoriali, molte volte distanti e distinti dai bisogni veri delle persone, dei popoli.
Dimentichi altresì che l’opera del creato si deve custodire non distruggere, e che nel pianto di un bambino diventa manifesta la crudeltà del male.
Come si fa in coscienza a non rabbrividire, ognuno di noi, nel profondo della propria anima sa bene cosa è giusto e cosa è sbagliato, ed è sbagliato uccidere esseri umani, cancellare generazioni, lasciare famiglie lacerate dalla perdita di padri, madri, con orfani sopravvissuti che vivranno,
perennemente, le ferite della malvagità. Come fanno i signori delle guerre a silenziare la legge morale che abita ogni essere umano, -e pure loro- , come fanno a tacitare cioè la ragione per cui dentro di sé non si può voler fare agli altri quello che di sicuro non si vorrebbe che gli altri facessero loro? Soprattutto perché farlo?! L’odio è un germe di morte che valica confini e non si quieta senza un gesto d’amore. Il clima internazionale -inquieto- chiama a una riviviscenza di riflessioni sulla necessità della pace, da cui nessuno può chiamarsi fuori: pensiero e storia, non possono più rimanere adagiati nel cassetto della quiescenza, sostituiti da una decantata intelligenza artificiale che rimane, però, artificiosa senza l’umana azione. È il rischio più autorevole riuscire a invertire tale tendenza, facendo tesoro di pensiero e storia, destando urgente fracasso, impavido rumore, nella necessità di voler vivere e agire pace nel presente, con i tempi dell’umana natura.
Proverò dunque, a sollecitare coscienze3, a condividere elementi di lettura intorno al tema e bisogno di pace, estrapolando storie di esperienze umane che narrano la fattibilità di un agire nobile, motore di bene-dire e bene-fare, e innesta sentimento di pace, che -per sua natura- è tema polisemantico, e alla polisemia del concetto di pace, è opportuno affiancare, da un lato, una lunga tradizione filosofica che ha considerato la guerra come lo stato naturale dell’umanità, dall’altro la natura delle fonti utilizzate negli scritti degli storici. Basti pensare che la guerra è stata descritta, discussa e rappresentata in vari modi, senza necessariamente fare riferimento al suo opposto, mentre il concetto di pace non sembra poter sussistere autonomamente.
Lo sforzo è, quindi, di cercare di fare in modo che quando si parla di pace, della stessa se ne espliciti sussistenza autonoma, cambiando approccio di visione, mutando prospettiva.
Una personalità di potente attrattiva intellettuale e spirituale è sicuramente Gioacchino da Fiore. Si poté assistere, nel secolo XIII, a poderose quanto dinamiche spinte dal ‘basso’, dal popolo, a seguito delle numerose profezie escatologiche divulgate che, sulla scia di Gioacchino da Fiore, preannunciavano l’arrivo di un’età nuova, definita tempus quietis ac pacis4. Grandi folle di persone si recavano ad ascoltare le prediche di coloro che si facevano latori di messaggi escatologici che si traducevano, non di rado, in scelte di vita, cioè nell’ingresso nelle religiones novae oppure l’impegno nell’ampio e diversificato mondo dei penitenti e dei terzi ordini. Le une e gli altri facevano della pace un obiettivo fondante e irrinunciabile, attestato sia nelle rispettive regole, sia dai documenti pontifici che avevano approvato la loro istituzione - il Propositum degli Umiliati, contenuto nella bolla di Innocenzo III, emanata il 7 giugno 1201, faceva esplicito riferimento all’amore verso il nemico, alla rinuncia alla vendetta e al principio dell’aver pace con gli uomini.
Alla circolazione di temi escatologici si affiancò, nel medesimo tempo, la diffusione a tutti i livelli della società di idee ‘millenaristiche’5, secondo le quali, prima della fine della storia terrena dell’uomo, si sarebbe ‘concretizzato’ uno stato di pace universale e di giustizia.
Spostando lo sguardo sull’attività degli ordini Mendicanti, dal XIII al XV secolo i frati, riempirono con la loro rete di conventi le città e le campagne dell’Europa medievale, assumendo progressivamente compiti di natura pastorale e ruoli di notevole rilievo nel disciplinamento del popolo cristiano. È per mezzo dei frati che la società urbana si disciplina; è per mezzo loro se la teologia della pace diventa parola per governare. Il momento storico in cui meglio si realizzò questa vocazione dei Mendicanti fu quello dell’Alleluia, durante il quale i frati si fecero ‘podestà’, i podestà predicarono e la parola di pace assunse in ambito cittadino una vera e propria funzione di governo, che poté così legittimare, anche per il futuro, il ruolo dei Mendicanti come protagonisti
delle pacificazioni urbane. L’Alleluia non rappresentò il solo banco di prova della vocazione dei Mendicanti alla pace, giacché quello dei pacificatori fu il principale ruolo sociale che i frati assunsero, senza soluzione di continuità da Francesco d’Assisi a Girolamo Savonarola6.
Per connotare ulteriormente il panorama cittadino bassomedievale bisogna ricordare che la pax era anche un preciso istituto giuridico, caratterizzato da un peculiare apparato simbolico, che le società precomunali e comunali utilizzarono all’interno di una più ampia strategia per gestire la conflittualità privata7.
Nelle chartae pacis – atti di natura pubblica spesso redatti da un notaio – una delle due parti contendenti esprimeva la volontà di perdonare le offese ricevute e, contemporaneamente, di non proseguire la causa in tribunale; l’altra parte si impegnava invece a non reiterare le violenze compiute e molto spesso a offrire un compenso economico in forma di risarcimento. Queste pratiche infragiudiziarie, sollecitano le indagini degli studiosi in una prospettiva interdisciplinare, che lega insieme l’antropologia giuridica, la storia del diritto e la storia sociale.
Varrebbe la pena non dissociare le ricerche sulle pratiche infragiudiziali dalla storia religiosa e teologica, poichè tali pratiche mettevano in gioco oltre alle relazioni fra gli uomini anche quelle tra l’uomo e Dio e, attraverso gli spazi alternativi alle aule dei tribunali, si introducevano nelle comunità concetti peculiarmente cristiani: la rinuncia, il perdono, la grazia e la pace8. Intensi messaggi di pace, prevalentemente di una pace interiore, una pace con Dio, sostanziarono l’esperienza di personalità del basso medioevo: una polifonia di voci, maschili e femminili, tra le quali la storiografia ha privilegiato quella di Francesco d’Assisi, un santo celebre non per i suoi miracoli ma per una proposta di vita evangelica, all’interno della quale la dimensione della pace e
della povertà ha assunto un ruolo di assoluto dominio.
Scandagliando fonti agiografiche bassomedievali l’attenzione si pone su S. Sperandia de Cingoli, monaca benedettina, originaria di Gubbio e a Cingoli (Macerata) nel monastero che ne prese il nome, riposa il suo corpo, trovato incorrotto. La vita di Santa Sperandia è da inserirsi nel movimento del beghinismo femminile, ortodosso, che nel secolo XIII era largamente diffuso nell'Italia centrale. Donna in movimento alla pratica della pace, e su S. Margherita da Cortona che, per i francescani rappresenta la “terza luce”, la prima luce è S. Francesco e la seconda è S. Chiara. Venne a contatto con i francescani, presenti in Cortona, sotto la loro influenza maturò una radicale conversione. Confessò pubblicamente i propri peccati e assunse la forma di vita della penitente9.
Operò per la pace, proponendosi come mediatrice tra le fazioni che si disputavano il potere in città e tra Cortona e Arezzo, impegnate in un conflitto secolare. Il ruolo pacificatore di S. Sperandia e S. Margherita da Cortona, si situa nel quadro politico-sociale assai complesso del mondo comunale
italiano. Sperandia dispiegò la sua azione nella regione marchigiana, dapprima acquisendo fama di santità grazie ad una vita di penitenza e di solitudine, in seguito adoperando la sua influenza per diffondere la cultura del perdono tra le vedove dei capi politici uccisi dagli avversari. La terziaria di Cortona, S. Margherita, si adoperò per riportare la pace tra la sua città e la città di Arezzo. Caratteristiche non dissimili si possono riscontrare anche nella biografia di Rita da Cascia, fu una religiosa italiana del monastero eremitano di Santa Maria Maddalena. La sua vita si colloca in un problematico contesto di lotte fra il comune di Cascia e i castelli del contado; in tal contesto la donna assunse un importante ruolo pacificatore in vita, per divenire un altrettanto importante
simbolo pacificatore dopo la morte10.
Attenta alle alterne vicissitudini della pace terrena si mostra S. Caterina da Siena11, (1347-1380) laica domenicana, compatrona d’Italia, Dottore della Chiesa. Presso la santa senese il tema della pace -parola ripetuta 391 volte nelle sue 383 Lettere12 - definite un codice d’amore della cristianità
(Francesco de Santis), testimoniano l’avventura spirituale di una giovane donna, il suo coraggio, la sua lucidità nel guardare il mondo e la sua certezza che l’amore solo non basta, la conoscenza è necessaria per la nostra salvezza, perché ogni virtù deriva dalla conoscenza. Caterina si fa promotrice dell’autonomia del tema pace, occorre conoscere, sapere, discernere, volere: volliti, infinitamente volliti bene, esortava, incarnando innesto di pace che, secondo Caterina, come leggiamo nella Lettera n. 3013, è quella che vive nel Creatore, e ad essa anelano tutti gli esseri che vogliono in Lui riposare: «Tu se’ quello mare pacifico donde escono tutte le cose che ànno essare, excepto che quella cosa che non è in lui, cioè il peccato».
Lo stato pacifico è, secondo Caterina, un edificio che poggia su quattro colonne, tutte ugualmente indispensabili ma con funzioni diverse:
- la verità è la luce che illumina sull’ordine sociale da realizzare;
- la giustizia è quanto deve realizzarsi per il bene comune e la promozione di ogni uomo;
- la carità è la “fontana” da cui sgorga la giustizia, e dà la spinta a continuare sempre nel far giustizia secondo le rinnovate esigenze dei luoghi e dei tempi;
- la libertà è il metodo rispettoso da seguire per la vera pace e il progresso sociale.
Ognuna di queste colonne è legata all’altra, l’una non sussiste senza l’altra.
L’aspetto penitenziale diventò progressivamente un aspetto quasi convenzionale dei movimenti di pace: da quello dell’Alleluia del 1233, ai Flagellanti perugini del 1260, fino al pellegrinaggio collettivo del 1335 guidato da Venturino da Bergamo (domenicano) e al moto dei Bianchi sullo scorcio del secolo XIV, i cui slogan, defiremo oggi, accostavano esplicitamente i termini di pax et penitentia14.
È d’ausilio al bene-fare sociale penetrare talune profondità umane, il fascino che infatti suscita il misterioso universo profondo dell’essere umano, non può lasciare indifferenti, piuttosto invoglia a scrutarne l’orizzonte imperscrutabile nell’anima. E ci imbattiamo in personalità la cui determinazione al costruire, ha generato una missione di bene comune, agendo la pace nelle sue infinite sfaccettature (polisemia). Ecco che la bellezza d'insieme dell’esperienza umana della venerabile Madre Maria Addolorata del Sacro Costato15, monaca Passionista del Monastero Santa Maria Maddalena in Ripatransone, rientra nel mistero della spes contra spem, e diviene modello significativo dell’amore che incarna l’espressione di una temerarietà sanamente coraggiosa.
Imparando a guardare con il cuore, ci insegna Madre Maria Addolorata16, non ci si distrae dall’essenziale, né si dà adito al male di distrarci dal bene che siamo, e che ci circonda, non lasciamo che le cose negative che vediamo, viviamo, soffriamo, ci lacerino, o siano al centro dei nostri pensieri, offriamo la nostra volontà per produrre, donando spazio al bene e offrendone meno all’angoscia dell’“esterno”, pur mantenendo indignazione e mai tiepidezza di pensiero. Punta quindi al coraggio del nostro volere e alla sua affermazione mai equivoca.
E nelle sfaccettature della pace agita, si distingue la Venerabile Sr. Maria Antonia Lalìa del S. Cuore di Gesù17, Fondatrice della Congregazione delle Suore Domenicane Missionarie di San Sisto; si sentì ispirata a scrivere a Napoleone III per pregarlo di sostenere e difendere il Sommo Pontefice
nell'esercizio del suo ministero di Pastore universale, contro gli attacchi delle varie potenze. Durante gli anni difficili del Risorgimento italiano e degli avvenimenti che portarono all'unità d'Italia, dovette sostenere dure lotte per difendere il Collegio di Maria, di cui era direttrice, contro i soprusi delle autorità governative nazionali e locali. Il 2 maggio del 1877, Madre Lalìa mentre era in orazione davanti al Santissimo Sacramento, fu rapita in estasi ed ebbe l'ispirazione di pregare per la Russia e di scrivere allo Zar Alessandro II, perché le concedesse la facoltà di fondare un collegio di Maria a Pietroburgo per l’educazione cristiana delle bambine russe. Lei non è riuscita ad andare in Russia, ma la sua opera sì, poiché lì aprirà una casa, e di questi tempi è sicuramente un segno di pace.
Di carità attiva, zelo di apostola e missionaria, fu testimone la venerabile Madre Miradio della Provvidenza di S. Gaetano18, fondatrice della Congregazione delle Povere Figlie di S. Antonio che si spese una intera vita per la promozione umana dei più disagiati, orfani e bisognosi, garantendo
loro cura e attenzione. Nelle sue corde intrise di umanità ha intonato sinfonie, la cui base era ed è : Il bene comune è l’unico movente che mi sprona a sacrificarmi dopo la gloria di Dio. Ancora oggi la sua congregazione è operativa di pace e attenzione ai bisogni umani, nelle più povere terre del mondo.
Chi vide nella cultura quell’elemento indispensabile per il pieno sviluppo della persona umana, proponendosi di coltivare la vocazione intellettuale del cristiano, nel senso di pensare cristianamente la vita e offrire nello studio, nella ricerca, nell’insegnamento, la fede pensata, fu l’opera di Luigia Tincani19. Fu fondatrice della Congregazione domenicana Unione S. Caterina da Siena delle Missionarie della Scuola, nonché di quella che oggi è la Libera Università Maria Ss. Assunta, a servizio dell’evangelizzazione della Cultura. Con la passione dello studio e dell'azione educativa giunse ad attuare la sintesi di un sincero umanesimo cristiano. Poichè oltre che all’amore c’è bisogno anche della conoscenza per la compiutezza della pace.
Trovo il concetto di Madre sinonimo precipuo di Pace: nel grembo delle Madri, che siano laiche o religiose, sappiamo bene, si genera e nutre vita, e le testimoni di vita su citate, contemplative e attive, ci ricordano che le guerre non sono solo quelle che si combattono al fronte a suon di cannoni
e bombe, ma possono essere quelle del quotidiano nelle società in cui imperversa criminalità, spaccio di droga, disagio giovanile, ingiutizie, povertà, sfruttamento immigrati, inculturazione, sperequazione sociale. Dal loro ventre è maturato agire di pace, opera feconda di bene comune.
Giungiamo altresì a una comparazione: Aristotele in Grecia, Cicerone a Roma, Agostino in Africa che rifletterono sull’idea della pace e ne elaborarono visioni specifiche.
➔ Nuova e originale nello sviluppo del pensiero greco è la prospettiva della pace di Aristotele, che nella Politica20, assegnava alla città come suo compito fondamentale l'educazione dei cittadini allo spirito di pace. Da Aristotele, Cicerone trasse le motivazioni della guerra giusta e le giustificazioni delle guerre mosse ai barbari, ma non prese in considerazione la concezione dello Stato che educa i cittadini allo spirito di pace. Agostino si può avvicinare ad Aristotele, anche se nel libro XIX del De civitate Dei21 il pensatore cristiano si colloca in altra prospettiva: vede il perfezionamento e il compimento dell'esigenza ontologica della pace non in questa vita ma nella vita futura, essendo intesa, e vissuta, la vita terrena, come tensione verso la vita eterna e la pace finale della felicità eterna22.
➔ Nell’esaminare il pensiero di Cicerone sulla pace, occorre fare un cenno sulla concezione della pace in generale secondo i Romani. I Romani, quando sono in guerra, dichiarano che il loro scopo è quello di pacem dare, leges pacis imponere. Dal complesso degli scritti di Cicerone emergono tre modi di considerare la pace: la pace del sapiente, diremmo oggi dell'intellettuale, la pace dello Stato e la pace del cittadino. Egli non si arresta alla visione tradizionale romana della pace estesa dei popoli assoggettati e conquistati con l'uso della forza. Nei suoi scritti si aprono spiragli nella direzione di una
diversa - e nuova per i Romani - visione della pace, non più legata particolarmente alle caratteristiche del potere e dello Stato romano ma derivante dalla riflessione sulla natura dell'uomo. Egli afferma una visione della pace che ne esalta le vie a confronto con quelle della guerra, celebrando le vie della pace come proprie dell'uomo, e condannando la guerra come propria delle bestie che non sono fornite di ragione. L’opera De Officiis23, composta dopo l'uccisione di Cesare, può essere considerata come suo testamento politico. Il “De Officiis” ha avuto un impatto significativo sulla filosofia e sull’etica nel corso dei secoli. Ha influenzato pensatori rinascimentali come Erasmo da Rotterdam e ha svolto un ruolo importante nella formazione dell’etica moderna. Ha contribuito a diffondere l’ideale stoico di vivere in armonia con la natura e con gli altri. La sua visione sulla vita virtuosa e il suo appello a un comportamento etico rimangono ancora rilevanti nel contesto attuale: Di tutte le ingiustizie, asserisce, nessuna è più deprecabile di quella di coloro che, quanto più ti ingannano, tanto più fanno in modo di sembrare uomini onesti. Aggiungo io auto incensatisi semidei a difesa di una patria di cui lasciano massacrare i propri figli!
Il ricorso alla forza per dirimere i conflitti tra gli Stati, è dunque considerato l'extrema ratio, e Cicerone è consapevole del fatto che l'uomo servendosene finisce con il mettersi al livello degli animali bruti. Cicerone non si trattiene dal portare l'esempio di se stesso che, senza armare eserciti e combattere in conflitto armato, sgominò la congiura di Catilina, per cui ripete, anche qui, il suo verso, che tante ironie aveva suscitato presso i suoi avversari, ma che pur è basato su una verità, la preminenza delle arti della pace sopra quelle della guerra.
Sullo stesso verso, porto la mia testimonianza che, senza armare eserciti e combattere in conflitto armato, mi ha portato a sfatare -nel mio paese natale Cirò, ciò che ho definito la congiura di “una noce nel sacco non fa rumore”, difendendo la mia dignità e la credibilità culturale locale, minata da un imbarazzante sistema dedito all'inculturazione. Ho perorato conoscenza.
Avere affrontato e esplicitato argomenti storici ‘sensibili’, ha suscitato tante ironie, denigrazione, derisione, isolamento. Alcuni hanno pensato stessi scandalizzando un territorio che doveva rimanere dormiente, per cui si sono adoperati per silenziarmi affinché non parlassi. Ma sono qui nell’esercizio del dono della parola e dell’intelletto per la conoscenza della verità e l’ambizione ancor più grande dell’armonia tra le genti. La congiura da prettamente culturale, è diventata politica, ‘diciamo così’. La causa della congiura: miei studi su S. Nicodemo24, monaco italo-greco, e su Luigi Lilio25, autore della riforma del Calendario Gregoriano, entrambi creduti nativi di Cirò.
Le ricerche storiche hanno smentito appartenenza locale sia di S. Nicodemo, che risulta nativo di Sikròs, nella piana di Gioia Tauro, sia per Luigi Lilio di cui, attualmente, non è conosciuto né il luogo di nascita, né la vita, né il luogo di morte. È, dunque, l’amore, anche per la mia terra che spinge a fare giustizia26, anche quando si tratta di correggere, non rendendosi animali bruti, ed è questo il reale servizio all’umanità per la pace sociale.
Ora, considerare la definizione della pace come tranquillitas ordinis, -di origine agostiniana- per cui «la pace consiste nel fatto che ogni cosa tenga il proprio posto», sembra presupporre una visione statica della realtà. In Tommaso D’Aquino l’equilibrio e l’ordine dell’universo non sono di natura
statica ma dinamica. Tommaso è, dunque, erede di Agostino ma innovatore: da problema di rapporti esterni, istituzionali, nella città terrena, la pace diventa per Tommaso in primo luogo problema intra-soggettivo della persona e indissolubilmente inter-soggettivo, politico27.
Tommaso, con Aristotele, ha uno sguardo più confidente verso le capacità umane. Il conflitto ragionato è normale, anzi necessario, per fare passi avanti. Tra esteriorità e interiorità c’è travaso e interferenza. L’etica ha concretezza storica: riguarda i mezzi, non solo i fini; la vera pace richiede mezzi pacifici e uomini pacifici. C’è un filo di interezza umana che viene dalle sapienze antiche, attraversa Tommaso, e arriva a Gandhi e all’analisi del nostro tempo.
Non c’è in Tommaso alcuna esaltazione della guerra, e in linea di principio è doverosa la difesa non violenta indicata dal vangelo. Per l’Aquinate la pace è il bene delle persone. Nel nuovo concetto di persona28 c’è l’alba dell’umanesimo. La pace non è solo frutto della giustizia (come si legge nel profeta Isaia 32,17), la quale si limita - a togliere gli ostacoli -, ma è frutto dell’amore: l’impostazione teo-centrica, e non cristo-centrica o ecclesio-centrica di Tommaso, gli permette una concezione amplissima della chiesa, inclusiva di tutti quanti hanno una fede implicita nel bene29.
• Tommaso non parla mai di pace cristiana. L’amore di Dio è diffuso nell’umanità intera e quindi la pace riguarda tutti gli uomini ugualmente. Il progetto culturale ed evangelico di Tommaso era volto a metter pace in tutte le dimensioni della realtà: nella persona umana in se stessa, tra le persone, tra l’umanità e la natura, tra i gruppi umani, città e nazioni, sullo sfondo del modello divino trinitario. Per Tommaso il primo altare dell’uomo è la sua
coscienza, e non è coscienza solipsistica o statica, perché deve rispondere alle esigenze concrete della vita comune nella città secolare, edificando la società con la forza delle virtù umane.
La conflittualità epocale del nostro presente che vede scontri in Medio Oriente, nel cuore dell’Europa, in Africa, nei Paesi latino americani, viene ulteriormente minata nella retorica sociale, esaltata dalla critica dialettica, superata nell’olismo dell’ecologia, dal relativismo culturale, dannosi, a mio avviso, alla prospettiva irenica.
Eppure Kant colse il paradosso che avvolge la civiltà europea: essa è in fondo incivile e selvaggia, anche se culla del diritto. Tuttavia, il destino, originato dalla natura stessa degli uomini, finalizza le discordie umane a una prospettiva di concordia, poiché proprio le continue discordie renderanno consapevoli gli uomini della necessità di un accordo ultimo. La teleologia provvidenzialistica e naturalistica prospettata da Kant30 si infrange nella tragicità delle catastrofi storiche, che – a partire dalla rivoluzione francese – hanno segnato l’intera umanità.
Pacificazione, quindi, come imperativo morale: l’evento di una conciliazione tra gli uomini presuppone l’abbandono di quell’idealismo diffuso che fa credere a ciascuno di noi di essere centrale ed eterno. Non si tratta soltanto di una impresa filosofica, piuttosto di una necessità vitale: l’incubo persistente della morte atomica e della morte ecologica costringe ad ascoltare una filosofia che si fa voce di una pace senza alternative. Se fossimo consapevoli di quanto sia piccolo lo scarto tra vita e morte, di quanto sia ridotta la fluttuazione che permette alle masse umane e sociali di ondeggiare sulla nostra matrice materiale, riverseremmo tutto il nostro impegno nel tentativo di allontanare il più possibile la morte individuale e collettiva che scandisce inesorabilmente il nostro tempo. Di contro, è facile diagnosticare un mondo moderno attraversato, fin nelle sue pieghe più profonde, dalla violenza.
L’epocalità della crisi etica mondiale induce a far sempre rinascere la scommessa di una filosofia che abbia a cuore una prospettiva irenica concreta.
Mai perdersi, quindi, in arida comunicazione, piuttosto suscitare sete di verità, di vita, rimanendo al presente della moderna realtà sociale da cui non possiamo astrarci, e in cui conflitti diventano sempre più cruenti. E se nel cuore dell’Europa divampano scontri di identità, non possiamo sorvolare sul dramma che si vive tra Israele e Palestina.
La Terra Santa è terra di ognuno, e poiché una voce la dobbiamo proporre, una voce di pace che maturi anche nel sentimento delle testimonianze di cui abbiamo sopra trattato, vengo a riproporre quanto in altra sede ho asserito31: occorre fermarsi, eccidi non si assecondano. Dell’appartenenza occorre farsi portatori sani, è un’appartenenza che accomuna alla stessa radice. La similpolitica, incapace, rovina ogni rapporto umano che trae origine dallo stesso innesto. È nel dialogo la risposta per gli Stati -Israele e Palestina. Quando non si affrontano i problemi, seppelliti nel sonno della negligenza32 avrebbe detto Caterina da Siena, cioè evitare la contesa, rimandare la decisione e tollerare il male, si ripresentano le osticità, più cruente di prima, e continua il sangue innocente a scorrere, le lacrime dei bambini a farsi laghi nel tragitto della vita rubata.
Occorre fermare il fuoco, non c’è dialogo a suon di bombe e di distruzione: i Popoli sono stanchi dell’inadeguatezza dei politici, cui unico fine è lo scriteriato potere da brandire, da esercitare con le armi, dimentichi della salvaguardia dei diritti umani e di una storia sacra che accomuna tutti.
Dio aveva rivolto la sua attenzione ad un uomo di fede, l’unico che Dio ha chiamato “l’amico mio” (Is 41:8). Fu con quest’uomo, Abraamo, che Dio fece un patto che valeva anche per la sua discendenza. ATTENZIONE: Dio non si scelse un popolo fra gli altri popoli, lo creò. Sono i discendenti di Abraamo, che passano per Isacco, ad essere chiamati ebrei. La prima volta che compare nella Bibbia, il nome “ebreo” è applicato proprio ad Abraamo: “Abramo, l’Ebreo (Gn 14:13). Il nome deriva da Eber, pronipote di Shem e antenato di Abraamo (Gn 11:10-26). Il termine “ebreo” si applica in maniera specifica agli israeliti. La promessa divina fatta ad Abraamo passò a suo figlio Isacco e poi a Giacobbe figlio di Isacco e nipote di Abraamo. Il nome di Giacobbe fu cambiato da Dio in “ISRAELE”: “Non ti chiamerai più Giacobbe ma Israele” (Gn 32:28).
La bellezza di questo percorso NON PUÒ ESSERE DIMENTICATO, deve aprire cuori, in cui si sta facendo di tutto per cementare odio, ma la fratellanza deve saper emergere, risorgere. Abramo è stato benedetto e con lui la sua discendenza: Ebraismo, Cristianesimo, Islam. Il male del conflitto va
debellato e i Popoli necessitano di ritrovarsi nell’appartenenza comune. Si ponga fine a una politica becera e terrorista interessata alla morte dei propri fratelli. Rimanga accesa la Menorah, continui come rovo ardente a illuminare, fare sentire la voce di Dio alle menti offuscate che disperdono sangue innocente, cercando vendetta. Si faccia tesoro della propria origine arginando il male della morte che condiziona la vita dei giusti. Si fermi una guerra fratricida che i Popoli non vogliono, poiché, con A. Lincoln: “Noi, il Popolo siamo i padroni legittimi sia del Congresso che dei tribunali, non per rovesciare la Costituzione, ma per rovesciare gli uomini che pervertono la Costituzione.” Sappiamo che Abramo ruppe deliberatamente tutti i legami, egli seguì Dio. Occorre seguire l’esempio del Patriarca, Popoli della Terra Santa, poiché se il possesso mette catene ai polsi, generando ingiustizie, l’appartenenza mette radici nell’anima e dona quella speranza di pace che è vita.
Bisogna fare tesoro dell’osare l’inosabile33, di cui si fece autore infervorato, assiduo tessitore di dialogo e cioè Giorgio La Pira, terziario domenicano, oggi venerabile per la Chiesa, statista, sindaco di Firenze. La Pira che faceva politica con la cultura, legge la storia come storia di salvezza, che genera la comunione tra gli uomini e l’unità del genere umano. Nel tempo attuale si sarebbe recato personalmente, infinite volte, a Mosca, a Kiev, infinite volte in Terra Santa, negli USA, cercando di portare conciliazione tra le parti, facendo sedere i capi di Stato in guerra, allo stesso tavolo, per addivenire a una soluzione di pace. Certamente non avrebbe concesso, approvato invio di armi, non era e non è, lo vediamo, una soluzione, piuttosto avrebbe alimentato dialogo all’infinito. E, rimanendo ai nostri giorni, occorre ricordarlo: il popolo palestinese ha diritto a uno Stato indipendente, occorre ricornoscerne il diritto di esistere. È questa la ragione per cui occorre essere vigili: c’è un bene superiore, quello dell’esistenza alla vita! È ai popoli che si deve pensare, e i popoli stanno soffrendo su entrambi i fronti. Chi vuole la pace non si può permettere di negare un diritto all’esistenza. Lo sterminio operato dai nazisti e fascisti con l’Olocausto e la Shoah, negando il diritto degli ebrei all’esistenza è una tragedia che deve insegnare a non ripetere errori/orrori, soprattutto che non bisogna fare ad altri ciò che non vogliamo per noi!
Forse, però, è proprio il coraggio per agire la pace che manca al tempo moderno, manca alla politica moderna che sembra denudata del suo fine primo e ultimo: la cura della propria gente, reale bene comune. E, nel condividere il sentire di J. F. Kennedy: se i politici si occupassero un po' più di poesia e i poeti un po' più di politica, forse si vivrebbe in un mondo migliore34, sovviene incisivo il poeta mistico del XIII sec., l’ulema Rumi, teologo musulmano sunnita, di origini persiane, con una poesia che più d’ogni altra si fa voce di amabile umanità e che mi piace condividere:
Se il Cielo non fosse innamorato
il suo seno non sarebbe dolce.
Se il Sole non fosse innamorato
il suo volto non brillerebbe.
Se la Terra e le montagne
non fossero innamorate
nessuna pianta germoglierebbe
dal loro cuore.
Se il Mare non conoscesse l’amore
Se ne starebbe immobile
da qualche parte.
Se il cielo, le montagne, i fiumi e
ogni altra cosa nell’universo fossero
egoisti e avidi come l’uomo e come
lui cercassero di conquistare e accumulare
cose per sé... l’universo non funzionerebbe!
Di fatto, e lo vediamo bene: l’universo scricchiola. Occorre assaporare la dolcezza del seno del cielo, in questa direzione è teso l’agire degli operatori di pace. Ecco che occorre bussare, e ancora bussare ai cuori dei ‘potenti’, scuoterli, credere di più che siamo figli della vita, porre quaestio: volete agire
la pace e fare così in modo che sangue innocente non si versi più per le strade? Sedete ai tavoli della conciliazione, confrontatevi civilmente, guardatevi negli occhi, per costruire sinfonie poetiche d’umanità, case, ospedali, strade, servizi di vita e non di morte. Di pane la gente, certo, ha bisogno e non di inutili tormenti materiali, puntualmente distrutti dalla forza del male. Ma è da tenere presente anche che non di solo pane vive l’uomo e che, pertanto, bisogna mantenere lo sguardo vivido verso il cielo di cui occorre innamorarsi, consapevoli che saperlo presente, rispettarne sacralità e sussistenza, aiuta l’umanità a farsi umanità.
Il primo altare dell’uomo è la sua coscienza, coscienza che abbiamo visto praticata da giusti nella storia, con tracce e segni di mirabile costrutto. Occorre farne tesoro per percorrere, anche oggi, strade di pace tra i popoli, innovare generazioni verso un umanesimo più maturo, mai indifferente poiché la pace è possibile, è frutto di un cambio di prospettiva poichè mette la persona al centro di ogni disegno socio-politico bramoso la pace. Sì, la pace va bramanta, osiamo l’inosabile!
Grazie! Non smettiamo di crederci.
Cirò (KR), 14 febbraio 2024. Lectio Magistralis: La pace possibile da bramare!
Note:
1 Cattedra della Pace, presieduta dal Dott. Renato Ongania, Progetto educativo di alta formazione, a supporto delle Nazioni Unite, per la creazione di una cultura di Pace, Dignità e Uguaglianza. Comitato Promotore del Premio Nazionale “Segni di Pace”.
2 Lettera ai Romani, 4, 18: Egli ebbe fede sperando contro ogni speranza e così divenne padre di molti popoli, come gli era stato detto: Così sarà la tua discendenza.
3 Cf. Maria Francesca Carnea, NUDITA' DELL'ESSERE - Sociologia, Spiritualità, Comunicazione filosofica della politica, Ed. IlTestoEditor, 2018; rif. La coscienza nella conoscenza, pp.35-36.
4 Cf. Antonio Rigon, Desiderio di pace e crisi di coscienza nell’età di Federico II, in “Archivio storico italiano”, 156
(1998), p. 214.
5 Cf. Antonio Rigon, Desiderio di pace..., op cit., pp. 211-212.
6 Cf. Mariaclara Rossi, Polisemia di un concetto: la pace nel basso medioevo. Note di lettura, in “Quaderni di storia religiosa”, XII (2005), Reti Medievali, p. 5; pp. 9-45.
7 Può essere sufficiente citare: O. Niccoli, Rinuncia, pace, perdono. Rituali di pacificazione della prima età moderna, in “Studi storici”, 40 (1999), pp. 219-261; A. Osbat, “È il perdonar magnanima vendetta”. I pacificatori tra bene com une e amor di Dio, in “Ricerche di storia sociale e religiosa”, 53 (1998), pp. 121-146; M. Sensi, Per una inchiesta sulle paci private alla fine del medioevo, in Studi sull’Umbria medievale e umanistica, a cura di M. Donnini, E. Menestò, Spoleto 2000, pp. 527-564.
8 Cf. Mariaclara Rossi, Polisemia di un concetto: la pace..., op. cit., pp. 6-7.
9 A sedici anni, all’età in cui avrebbe dovuto sposare un giovane del suo ceto, fuggì di casa per seguire un nobile di Montepulciano, Arsenio, di cui divenne la concubina per circa nove anni e cui diede un figlio. Ma Arsenio morì e data la sua situazione ‘irregolare’, non le restò che tornare col figlio nella casa paterna, dove però non trovò solidarietà, né comprensione, dunque si diresse a Cortona.
10 Cf. Mariaclara Rossi, Polisemia di un concetto: la pace..., op. cit., p. 9.
11 Cf. Maria Francesca Carnea, Libertà e Politica in S. Caterina da Siena. Privilegio e conquista per un pensiero volitivo e attuale, Ed. VivereIn, 2011.
12 Lettere di S. Caterina da Siena, vergine domenicana, pref. e note di P. Ludovico Ferretti, Siena, Tip. S. Caterina, 1918, Voll. 5.
13 Caterina da Siena, Lettera n. 30, Lettera all'Abbadessa del monasterio di santa Marta da Siena.
14 Cf. Clara Gennaro, Movimenti religiosi e pace nel XIV secolo, in La pace nel pensiero, nella politica, negli ideali del Trecento: atti del XV Convegno storico internazionale, Todi, 13-16 ottobre 1974, pp. 92-100.
15 Per gli scritti di Madre Maria Addolorata del Sacro Costato, al secolo Maria Luciani, cf.: La mia luce: la fede. Madreaddolorataluciani's Blog
16 Cf. Filippo D'Amando, Soffrire per offrire. Suor Maria Addolorata religiosa passionista morta in concetto di santità nel 1954, Ed. Eco, 1960; Filippo D’Amando, Soffrire per offrire – Sr. Maria Addolorata Luciani, Serva di Dio, Monastero delle Passioniste, Ripatransone, 1997 (Riedizione della prima biografia, uscita nel 1960); Pasquale Gianberardini, Sinfonia del dolore, Suor Maria Addolorata Luciani, Ed. Eco, 1997; Pasquale Giamberardini,
Venerabile Maria Addolorata Luciani - Religiosa Passionista, Ed. Velar, 2022.
17 Cf. Raimondo Spiazzi, Madre Antonia Lalia, fondatrice delle Suore Domenicane di San Sisto, Editore Curia Generalizia Suore Domenicane di San Sisto, 1990-1992; Maria Rosa Lo Proto, Madre Maria Antonia Lalìa del Sacro Cuore. Fondatrice delle Suore Domenicane Missionarie di San Sisto, Ed. Amen, 2023.
18 Cf. Madre Maria Goretti Manzo, Sulle vie misteriose della sua Provvidenza. Lettere e Scritti vari di Madre Miradio della Provvidenza, Fondatrice delle “Povere Figlie di S. Antonio”, 2001; Gaetanina Nicolaio, Madre Miradio della Provvidenza. Una donna in cammino nella storia, San Paolo Edizioni, 2001; Suor Colomba Blasiello, Madre Miradio della Provvidenza di S. Gaetano, Ariccia, 2007.
19 Cf. Benedetta Papàsogli, Luigia Tincani. L'oggi di Dio sulle strade dell'uomo, Città Nuova, 1985; Luigia Tincani, Frammenti di quotidianità. Spiritualità domenicana per il nostro tempo, Ed. Ancora, 1998; Angelo Montonati, Luigia Tincani, Missionaria della Scuola, Editrice Elledici, 2015.
20 Cf. Aristotele, Politica, a cura di Federico Ferri, Ed. Bompiani, 2016.
21 Cf. Sant’ Agostino, La città di Dio, Ed. Mondadori, 2015.
22 Cf. Italo Lana, La concezione ciceroniana della pace, Studi sull'idea della pace nel mondo antico, «Memorie dell'Accademia delle scienze di Torino», Classe di scienze morali, storiche e filologiche , Serie 5, volume 13, fasc. 1/2, 1989, p. 46; pp. 45-59.
23 Cf. Marco Tullio Cicerone, De officiis. Quel che è giusto fare, a cura di Giusto Picone, Rosa Rita Marchese, ET classici, 2019.
24 Cf. Maria Francesca Carnea, S. NICODEMO DA SIKRÒS – Monaco eremita del Kellarana, Ed. IlTestoEditor, 2021.
25 Cf. Maria Francesca Carnea, - Luigi Lilio, un italico matematico mistero, il Calendario Gregoriano e Cirò, antica Chone (KR), eBook n. 1, 2024, pp. 63-77, Vingt ans de M@gm@, in Les Cahiers de M@gm@, Revue Internationale en Sciences Humaines et Sociales, Observatoire des Processus de Communication.
26 Cf. Maria Francesca Carnea, Concetto di giustizia in S. Tommaso d’Aquino. Approdo alla virtù della giustizia attraverso l'intelligenza umana, Ed. VivereIn, 2013.
27 Cf. Fabrizio Truini, La pace in Tommaso d’Aquino, Città Nuova, Roma 2008, pp. 295-296.
28 L’uomo per Tommaso d’Aquino ha dignità in quanto, riprendendo il Damasceno, è dotato di ragione e «principio delle proprie azioni, in forza del libero arbitrio e del dominio che ha su di esse», Prologo, S.Th. I-II.
29 Cf. Fabrizio Truini, La pace..., op. cit., pp. 302-307; 446.
30 Cf. Immanuel Kant, Per la pace perpetua, traduzione a cura di Giovanni Bresci, Ed. IBEX, 2022.
31 Cf. Maria Francesca Carnea, CESSATE IL FUOCO, ABRAMO È COMUNE RADICE di ISRAELE e PALESTINA, in ComunicativaViva, 31 ottobre 2023.
32 Caterina da Siena, Lettera n. 123, Lettera a maestro Giovanni Terzo.
33 Cf. Giorgio La Pira, La preghiera forza motrice della storia, Lettere ai monasteri femminili di vita contemplativa, a cura di V. Peri, Città Nuova, 2007, p. 364: «Andiamo molto in là col desiderio e con la speranza? Sì è vero; ma il motto di Firenze cristiana è stato in questi ultimi anni, tanto drammatici ed avventurati, il motto paolino: spes contra spem: che fu anche la "divisa avventurosa" del patriarca Abramo».
34 Cf. John F. Kennedy, Documenti pre-presidenziali. File del Senato, casella 895, "Osservazioni del Senatore John F. Kennedy Università di Harvard, Cambridge, Massachusetts, 14 giugno 1956." Biblioteca presidenziale John F. Kennedy.
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