Origini dei conflitti e delle guerre

La repubblica proibisce severamente ogni manifestazione ed esaltazione dell’odio, nella gestione delle relazioni umane a tutti i livelli: interpersonali, familiari ed extrafamiliari, fra comunità diverse, tra religioni teologicamente lontane, tra gli stati di ogni ideologia e di ogni continente.

La regola del più forte

Dopo la Seconda guerra mondiale la comunità internazionale ha cercato di costruire un sistema di regole capace di limitare la guerra e regolare i rapporti tra Stati. La Carta delle Nazioni Unite ha stabilito un principio fondamentale attraverso il quale gli Stati devono astenersi dall’uso della forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di altri paesi. Questo principio è stato spesso interpretato o aggirato dalle stesse potenze che ne avevano promosso l’adozione. Per questo, più che parlare di una semplice crisi delle regole democratiche, forse, sarebbe necessario interrogarsi su come il diritto internazionale conviva da decenni con gli equilibri di potere della politica globale.

Cercare la pace

Dire che la pace è l'opposto della guerra è veramente troppo poco. Il modo di nominare la pace in diverse lingue ci parla di calma, quiete; di vita quotidiana e di mondi; di patti. E' troppo facile chiedere agli altri la pace, o cercare la pace come qualcosa che viene a noi da lontano, dal di fuori. In cuor nostra sappiamo che se non c'è pace in noi, non può esserci pace nel mondo. La via sta nel trasformare l'ansia in impegno. L'agire dell'essere umano impegnato nel lavoro è pro-mettere: 'mandare in avanti'. Verso la pace. La pace non è mai definitivamente raggiunta, garantita. E' sempre in fieri. Non è un dato, ma uno stato nascente. Il verbo 'cercare' ci indica un percorso. Cercare è 'girare intorno'. Se dunque la pace è un processo, un cammino, un viaggio, è un viaggio come eterno ritorno verso un luogo vissuto o sognato, dove si possa vivere tranquilli. E' un cerchio che sta a noi trasformale in spirale.

Mark Carney, il filoponico?

La dichiarazione di Mark Carney: Viviamo un momento di rottura, non di transizione, il vecchio ordine mondiale non ritornerà, questa è l’ora in cui le medie potenze devono unirsi, perché se non ci sediamo noi attorno ad un tavolo finiremo nel menu. Lo slogan di Filoponìa: La società libera dall’economia e l’economia libera dal debito. C’è, fra Carney e Filoponìa, un ideale punto d’incontro?

Abbiamo paura di Trump?

Al margine del World Economic Forum, Trump ha lanciato il suo "Board of Peace", un club internazionale alternativo all'ONU. Vi aderiscono diversi paesi arabi (Arabia Saudita, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Giordania Turchia, Indonesia, Qatar e Pakistan), insieme a Israele, Marocco, Bahrein, Ungheria, Armenia, Azerbaijan, Kazakhstan, Argentina e Bielorussia . L'Ungheria ha rotto il fronte europeo, mentre l’Italia si è detta "interessata". Sempre a Davos Jared Kushner ha poi presentato il "Master Plan" per Gaza: sicurezza, smilitarizzazione e un'economia "made in USA" fondata su turismo, trasporti ed energia. "Non c’è un piano B", ha detto, attribuendo ad Hamas la responsabilità di ogni possibile fallimento.

Si parte!

Quando nascono azioni ed iniziative che cercano di favorire la pace, troviamo il coraggio di sostenerle, di farle nostre: denunciamo chi lavora per la guerra, chi investe nella disuguaglianza, chi sfrutta ed opprime l’altro.