C’è una stanza nella nostra mente che dovrebbe essere il luogo del riposo, il rifugio dove i pensieri si distendono prima di spegnersi nel sonno, o in un momento di relax, di svago. Ma quando anche in quella stanza entra un pensiero che non accetta di sedersi, che cammina nervosamente, bussa alle pareti e chiede attenzione con la voce insistente di un creditore, allora quello è il pensiero ossessivo, che pretende di diventare padrone di tutto e valere più degli altri pensieri.
In un mondo che è per sua natura incerto e fragile, la nostra mente ha fame di certezze e cerca di costruire argini all'imprevedibile, ma l'ossessione non è una soluzione, è un rituale che nasce per protezione, come se ci dicessimo "devo continuare a tenere sotto controllo questo pensiero, così non mi fregherà". Tuttavia, questa protezione non è che una gabbia dalle sbarre invisibili.
A volte, l’ossessione non si ferma alla soglia della mente; trabocca, sfociando in una liturgia di gesti che cercano di placare l’inquietudine. È la serratura controllata dieci volte, il passo che evita le fessure tra i mattoni, l'ordine millimetrico degli oggetti sul comò, la sequenza rigida con cui fare delle azioni quotidiane.
Questi riti diventano un talismano per affrontare le incognite della vita. "Se faccio questo", sussurra una vocina da dentro (non sempre in modo così chiaro), "allora nulla di male accadrà". Ma è un patto con l'ignoto che non può davvero garantire nulla, e infatti la rassicurazione dura un istante, il tempo di un respiro, prima che il dubbio torni a bussare, chiedendo un nuovo controllo, un'altra sequenza.
Nelle ossessioni potremmo dire, schematizzando, che il pensiero, o il comportamento, diventano una sentinella che non può mai smontare dal turno di guardia. Ci si ritrova prigionieri di una ripetizione estenuante dove lo spazio occupato deve rispondere a leggi severissime. Mentre il mondo fuori scorre, chi è vittima della compulsione resta fermo a raddrizzare un quadro che la sua mente vede sempre storto. Sotto questo mantello si nasconde l'angoscia di non essere in grado di reggere ciò che non è possibile prevedere e controllare.
L’ossessione spesso non si accontenta di un unico prigioniero; tende infatti a ridisegnare anche i confini delle relazioni. Vivere vicino a chi è costretto a reiterare certi rituali di azioni "magiche" significa camminare in punta di piedi in un campo minato di regole non scritte.
Spesso, chi ama finisce per diventare parte del rito, riparando, trasformando l’affetto in una manutenzione costante, in perenne rassicurazione dell’ansia della persona cara. È il coniuge a cui viene chiesto di controllare se la porta è chiusa per l'ennesima volta, è il figlio che impara a non spostare gli oggetti dalle loro precisissime posizioni per non rompere l'armonia fragile della casa.
Chi si ritrova in questo circuito, soprattutto se da tempo, spesso non chiede aiuto, perchè prova vergogna, ha molta paura del giudizio. La psicoterapia può essere invece fondamentale, uno spazio nuovo di accoglienza e supporto che non pretenderà che vengano attuati cambiamenti comportamentali, che vengano infranti i meccanismi rituali. Non ci sarà la prescrizione di "smettere di fare" la cosa o la tal altra. La psicoterapia sarà il luogo protetto in cui poter ricominciare dall'esperire che non ci sarà giudizio, che non si proverà vergogna, che ciò che sembrava indicibile si può raccontare, e che ogni peso, alleggerito dalla condivisione, perdendo lo status di tabù, può intanto diventare un pochino più sopportabile. Da lì, ogni altro progresso sulla via della liberazione da tante fatiche emotive, un passo alla volta, paziente e terapeuta insieme, sarà più raggiungibile.