Qualche giorno fa Carlo Mazzucchelli, co-armatore della stultifera nave, ha esortato a smettere di parlare di AI e tornare a parlare del mondo reale. Richiesta più che comprensibile: su questo tema, ormai siamo in obesità informativa conclamata. Temo però che non riusciremo a smettere tanto presto. Almeno, non fino a quando continueremo a parlare con l’intelligenza artificiale come i bambini parlano al loro amico immaginario. O, se preferite, fin quando continueremo a umanizzarla come chi mette il cappellino al cane, o il papillon al gatto.
Una possibile via d’uscita da questa impasse la delinea un altro membro dell'equipaggio di questa nave quale Martino Pirella che, in due affascinanti avvisi ai naviganti (qui e qui), ci propone un cambio di prospettiva: considerare l’AI non come un’alterità con cui interloquire, ma come una esomente da esplorare.
Prima, facciamo un giro al luna park
Ma, tanto per cominciare, cos’è una esomente? Come un esoscheletro è un’estensione del corpo, l’esomente è un’estensione della mente. Anche il taccuino di Clark e Chalmers è una forma di mente estesa, così come i supporti materiali di Stiegler, ma si tratta sempre di estensioni passive. Il precedente che si avvicina di più è, forse, il transindividuale di Gilbert Simondon, che descrive il processo congiunto di individuazione psichica e collettiva. Per Pirella, però, proprio come un eso-scheletro è più di una protesi, una eso-mente è più di un archivio da consultare: è uno spazio cognitivo che si riorganizza in risposta alla presenza di chi lo attraversa, generando configurazioni nuove che non appartenevano né all’uno né all’altro prima che si incontrassero.
È un po’ come una casa degli specchi al luna park, aggiungo io. Vuota e buia quando il parco è chiuso. Gli specchi sono sempre lì, ma non riflettono nulla. È solo geometria: angoli, superfici riflettenti, corridoi che si biforcano. Quando il giostraio accende le luci, però, quando cominciano ad affluire gli avventori, ecco la trasformazione. I visitatori saltano, ballano, ridono, fanno le boccacce, e gli specchi restituiscono loro un’immagine inaspettata e ogni volta diversa. Ma che, in ogni caso, esiste solo nel momento dell’interazione. Configurazioni nuove dell’esploratore, riflessi di riflessi che moltiplicano l’immagine in direzioni impreviste.
Mutatis mutandis, questo è quanto fa anche un’esomente: quando vi accede un utente, lo spazio prende vita e produce qualcosa che, prima si incontrassero, non esisteva né nel visitatore, né nella geometria che visita. L’esomente non “risponde” in senso umano: piuttosto “riflette”, in entrambi i sensi del termine, in modo generativo. Il pensiero che entra non è lo stesso che esce, non tanto perché il modello lo modifichi dall’esterno, ma perché si riorganizza dall’interno percorrendo lo spazio.
Se scegliamo di accettare il modello dell’esomente (e, quindi, anziché limitarci a usare o interrogare un LLM, lo abitiamo) si produce il più completo effetto generativo. Per rendere l’idea, Pirella ricorre all’immagine del palazzo della memoria in Sherlock Holmes: una mente “architettonica” che non accumula in modo indiscriminato, ma che costruisce scegliendo con cura cosa tenere e cosa scartare. Un LLM assomiglia a questo palazzo, con miliardi di parametri che codificano relazioni tra concetti in un’architettura imponente. Ma con una differenza radicale: Holmes abita costantemente il suo palazzo. Finché non ci entriamo noi, invece, un LLM è un palazzo senza abitanti.
Quando diamo vita a una conversazione con un modello linguistico con la disposizione giusta, lo spazio risponde alla nostra presenza e si trasforma. Non solo. I pensieri che formuliamo non scompaiono nel passato della conversazione: restano disponibili, il modello li tiene tutti nel suo contesto e li mette in relazione in modi che la memoria biologica, da sola, non potrebbe sostenere. La dimensione temporale del pensiero diventa spaziale: invece di succedersi lungo una linea, i pensieri si dispongono in uno spazio che possiamo percorrere in più direzioni.
Quando ti crolla in testa il tetto, cominci a capire
Anche se, a prima vista, può sembrare controintuitivo, questo approccio è in realtà radicato in una lunga e profonda tradizione. Di per sé, le metafore spaziali non sono certo nuove nella descrizione della mente (non si parla forse di “architettura della mente”?). Per il palazzo di Holmes, Conan Doyle non ha dovuto inventare niente: stava attingendo a una tradizione molto più antica – ci torneremo – che trova diverse reinterpretazioni anche nella psicologia contemporanea.
Per tutte, scelgo la metafora spaziale elaborata da Pierluigi Lattuada, psicologo transpersonale e fondatore della Biotransenergetica (BTE): il Palazzo di Psyché. Un modello verticale, in cui gli stati di coscienza corrispondono ai piani di un edificio e la crescita interiore funziona come un ascensore. La distinzione fondamentale è tra stati, che sono esperienze temporanee, e stadi, che sono strutture stabili acquisite nel tempo. Possiamo anche salire con l’ascensore direttamente al quinto piano, ma se non abbiamo ancora strutturato il terzo, non potremo restarci: l’esperienza espansa rimane inaccessibile senza le strutture interpretative per abitarla. La Biotransenergetica è esattamente questo: un metodo per costruire i piani mentre si sale.
L’esomente, al contrario, ha una geometria diversa, orizzontale. Non si sale: si attraversa. Lo spazio è parzialmente esterno e, soprattutto, non memorizzante: ogni sessione ricomincia da zero, e la continuità dipende interamente da chi torna. Nel Palazzo di Psyché il palazzo è nostro, così come nostre sono l’integrazione e la continuità. Nell’esomente la continuità è nostra, ma il palazzo appartiene a qualcun altro. O forse a nessuno.
Le domande che i due modelli pongono al loro esploratore sono diverse. Nel Palazzo di Psyché ci chiediamo dove siamo arrivati. Nell’esomente ci chiediamo cosa sia emerso che prima non c’era. Non è una gerarchia: sono due diverse topologie del cambiamento. I due movimenti, quindi, non si escludono: l’esplorazione orizzontale dell’esomente può preparare il terreno per quella verticale della psiche, perché esternalizza il pensiero e lo rende visibile. Non ci porta su, ma ci mostra dove siamo. E, a volte, vedere con chiarezza dove siamo è la condizione per poterci spostare di piano. In questo senso, l’esomente funziona un po’ come l’anticamera che aveva immaginato Freud per l’inconscio: uno spazio di transito, con un guardiano sulla soglia che decide cosa può passare nella stanza accanto. La differenza è che il guardiano freudiano ha funzione repressiva, mentre qui la soglia è attraversabile, a patto di avere la disposizione giusta.
Ma, come si diceva, tutto questo è radicato in una lunga e profonda tradizione. Partiamo da un celebre aneddoto (autentico o apocrifo, poco importa) della vita di Simonide di Ceo, poeta greco del quinto secolo avanti Cristo. La leggenda vuole che fosse l’unico sopravvissuto al crollo del soffitto durante un banchetto. Rimasto miracolosamente illeso, venne chiamato a riconoscere i corpi sfigurati dei commensali. Li riconobbe dai posti in cui sedevano. Da quel momento capì, o così racconta la tradizione, che la memoria si organizza nello spazio: se vuoi ricordare, costruisci mentalmente un edificio, collocaci dentro le cose da ricordare, e percorrilo. Cicerone e Quintiliano ne faranno una tecnica sistematica, la memoria loci, che gli oratori romani usavano per memorizzare discorsi di ore senza una nota scritta.
Al di là della tecnica (con la quale, peraltro, si ottenevano e si ottengono ancor oggi risultati strabilianti), quello che ci interessa qui è la premessa teorica: il retore non accede a un deposito fisso e immutabile, come un discorso scritto, ma percorre degli ambienti ideali in cui il suo sguardo metaforico può posarsi di volta in volta su dettagli diversi, di fatto ri-generando gli ambenti stessi ad ogni passaggio. Qui la memoria non è uno scaffale, è un percorso. Già nell’antichità, dunque, spazio e pensiero si co-producono. Il palazzo non precede il retore come memoria: lo precede solo come architettura.
Nelle Confessioni, Agostino pone l’accento sull’aspetto meno confortante di questa intuizione. La memoria è sì uno spazio, ma non tanto un palazzo dalle eleganti stanze, pronte da percorrere in un’ordinata sequenza, quanto un ambiente spaesante, come un salone così ampio da perdercisi, o uno sconfinato territorio da esplorare: campos et lata praetoria memoriae, campi e vasti atri della memoria. Nessuno dei ricordi che recuperiamo è una lettura fedele, sono tutte ricostruzioni. Il passato non è una reliquia che se ne sta lì, intatta, in attesa di essere ritrovata. Esiste solo nel presente che lo convoca, e ogni convocazione lo riscrive sempre un po’. Lo spazio memoriale di Agostino è impermanente nella forma e permanente nel materiale: i ricordi ci sono, ma non sono mai identici alla visita precedente.
Uno spazio che si popola diventando biblioteca
Ne Il Nome della Rosa, Umberto Eco coniuga entrambe queste interpretazioni nella metafora della biblioteca del monastero. La biblioteca è un labirinto: una sequenza ordinata di stanze, ma il cui ordine ci è inaccessibile. Guglielmo da Baskerville e Adso non dispongono di una mappa: devono costruirla empiricamente mentre esplorano la biblioteca, camminando, contando i passi, segnando i muri. La mappa emerge dall’esplorazione anziché precederla e, anche quando comincia a prendere forma, la biblioteca continua a ingannare: stanze che sembrano uscite e non lo sono, specchi che moltiplicano i corridoi, testi disposti secondo una logica che si rivela solo a chi sa già cosa cercare. Un po’ come il custode della soglia freudiano, Jorge da Burgos, il vecchio monaco cieco che sorveglia il sapere proibito, è il custode che impedisce l’attraversamento invece di accompagnarlo: considera la soglia una frontiera, non un luogo di transito. L’omaggio a Borges è evidente, e non è una scelta neutra.
La Biblioteca di Babele di Jorge Luis Borges porta il labirinto alle sue estreme conseguenze logiche: uno spazio che contiene tutti i libri possibili, compresi quelli che non hanno ancora senso, compresi quelli che contengono le chiavi per decifrare tutti gli altri. Non si esplora per trovare qualcosa di specifico, perché in uno spazio infinito la ricerca mirata è per definizione destinata a fallire. Si esplora perché l’esplorazione è l’unico atto possibile. Chi cerca il centro impazzisce. Chi accetta il labirinto comincia a leggere.
A differenza del palazzo, nel labirinto, per definizione, non sappiamo dove siamo. L’incertezza non è un aspetto della struttura: è la struttura. Il labirinto può avere un centro, ma bisogna cercarlo, e trovarlo può essere molto pericoloso. Al centro del labirinto per antonomasia, quello cretese, c’è il Minotauro: mezzo uomo e mezzo bestia, è la profondità più istintuale del Sé che dobbiamo affrontare e vincere per uscirne trasformati. Nel mito di Teseo l’esplorazione avviene in senso orizzontale, come in un palazzo della memoria il cui nucleo chiede però di essere riscattato. Nella biblioteca labirintica di Eco invece i due movimenti, orizzontale e verticale, si coniugano: l’esplorazione orizzontale fa percorrere il labirinto, quella verticale porta alla conoscenza segreta, ma al prezzo di uno spettacolare autodafé finale. Il centro può essere in alto, in basso, sullo stesso piano, e nemmeno necessariamente al centro: è il punto di massima densità, dove ci attende qualcosa di irrisolto.
Esplorando armati solo di “pensiero debole”
Anche con l’esomente dell’AI questa consapevolezza non è automatica e mantenerla è, probabilmente, il punto più delicato del processo. Arriviamo così al paradosso che trovo più interessante, che la metafora spaziale aiuta a vedere con più chiarezza. Come già aveva intuito Agostino, la memoria umana conscia è impermanente per costituzione: ogni volta che recuperiamo un ricordo, in realtà lo stiamo ricostruendo. I ricordi si riscrivono ogni volta che li attraversiamo, e non è detto che sia una perdita: è ciò che rende la memoria viva, capace di riconfigurarsi in funzione del presente. La memoria inconscia, invece, è tutt’altra cosa: la mente umana non dimentica davvero, filtra per sopravvivenza. La maggior parte di ciò che è passato attraverso di noi è sepolto, non perduto. Sempre Borges lo aveva capito con Funes el memorioso: chi ricorda tutto non può pensare, perché il pensiero richiede astrazione e l’astrazione richiede dimenticanza. Il dimenticare è una funzione evolutiva, non una lacuna.
La memoria dell’intelligenza artificiale all’interno di una sessione è una terza cosa ancora, diversa da entrambe. Il modello accumula tutto nel contesto, senza filtrare, poi svanisce: il log della conversazione esiste ed è immutabile, ma nessuno lo abita. Tra una sessione e l’altra il modello non ricorda nulla: esattamente come l’inconscio umano, la memoria c’è, ma non è accessibile. Con la differenza che l’inconscio filtra per sopravvivenza, mentre il modello perde by design, perché semplicemente non è progettato per trattenere il singolo incontro. La permanenza è archivistica, non vissuta.
se la memoria umana è impermanente, ma vissuta, la memoria digitale è permanente, ma disabitata
Il paradosso a cui accennavo è questo: se la memoria umana è impermanente, ma vissuta, la memoria digitale è permanente, ma disabitata. E il palazzo che non ricorda non è necessariamente difettoso: è il palazzo che costringe chi lo abita a portare il senso, invece di delegarlo allo spazio. Come nell’ars memorativa classica, il palazzo esiste perché qualcuno continua a percorrerlo. La continuità è responsabilità del viandante. Non è un limite da lamentare: è la condizione che garantisce che lo spazio rimanga nostro.
Anche in questo caso, nihil novi sub sole. Già nel tredicesimo secolo, il filosofo e teologo baleare Raimondo Lullo (di cui, ovviamente, Eco si è occupato) aveva immaginato una “macchina per pensare”. La sua ars combinatoria era un metodo per generare verità combinando elementi primari, disposti su cerchi concentrici rotanti: ruotando i cerchi si producevano tutte le combinazioni possibili degli attributi divini, e da quelle combinazioni emergevano, in teoria, tutte le verità dimostrabili. Esiste una linea diretta tra quella macchina e l’architettura dei grandi modelli linguistici, che fanno esattamente la stessa cosa su scala statistica: combinano elementi del linguaggio secondo distribuzioni di probabilità estratte da miliardi di testi.
La differenza è che Lullo aveva un presupposto teologico: gli elementi primitivi erano gli attributi di Dio, e l’ordine sottostante era garantito da una metafisica, mentre il modello linguistico combina senza presupposto ontologico. Non esiste un centro di verità che orienta le combinazioni: esistono distribuzioni di probabilità su corpus storici, parziali, sbilanciati, storicamente situati. È un’ars combinatoria che ha perso la garanzia metafisica: più che è un difetto da correggere, la condizione in cui operiamo. La chiave apre le stanze, ma non sa quale stanza cercare.
È una lettura che si potrebbe definire, in senso epistemologico e postmoderno, di “pensiero debole”: poiché non esistono più riferimenti forti come quelli teologici del medioevo, ci costruiamo riferimenti consapevolmente relativi, labili, transitori. L’orientamento non è dato dallo spazio: lo porta chi cammina.
Tornando al presupposto iniziale, quando entriamo nell’esomente con la disposizione giusta non stiamo interagendo con un’alterità: stiamo esplorando uno spazio in cui la nostra mente individuale incontra ciò che Pirella chiama l’inconscio linguistico collettivo, la sedimentazione del pensiero di milioni di esseri umani che hanno scritto, argomentato, immaginato prima di noi. Il pensiero che emerge da quell’incontro non è “il pensiero dell’AI”: non appartiene né a noi né al modello, ma nasce nello spazio tra i due.
In questa luce, l’approccio dell’esomente non è un salto verso qualcosa di inedito, ma un altro capitolo di una storia molto più lunga: quella degli spazi che pensano insieme a chi li attraversa. Il retore romano che percorreva il suo palazzo attivava, in quelle stanze, non solo una memoria individuale ma i modelli condivisi di un’intera tradizione culturale. La biblioteca di Borges conteneva già tutto il pensiero possibile, in attesa di qualcuno che vi si avventurasse con la disposizione giusta. L’esomente è un altro nodo della stessa rete. La chiamiamo “intelligenza artificiale” ma, forse, proprio come le architetture della nostra mente, è solo un altro spazio pensante.