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Ogni paese ha il suo matto! Il protagonista di questa storia si chiama Vanni.


Come ogni paese che si rispetti, anche il mio, oltre ad avere il nano, la prostituta, i figli scapestrati dei signorotti e altri personaggi particolari, aveva il suo matto.

Vanni.

Poco più di quarant’anni, una nidiata di figli, e stranamente parlava in italiano. Clara, la moglie, era una gran bella donna, bionda, slanciata e con profondi occhi azzurri. Io la conoscevo bene, era amica di mamma e veniva spesso da noi. A volte l’avevo vista piangere, senza capirne il motivo perché, appena Clara arrivava, mamma mi mandava fuori a giocare. Un giorno mi ero fermata sul ballatoio di casa e le avevo sentite parlare di Vanni. Incuriosita, ero rimasta ad ascoltare.

“Non ce la faccio più, devo lasciarlo… Non posso mettermi un po’ in ordine che mi chiama puttana… dice che ho l’amante… non mi lascia più vivere… e beve, beve… beve e picchia… me e i figli… ma che vita è questa?” Parlava e piangeva, Clara.

“Prova a mettere del sale grosso in giro per casa e un peperoncino rosso sulla porta…” Mamma era molto superstiziosa e se in famiglia succedeva qualcosa di spiacevole, spargeva sale ovunque o versava qualche goccia d’olio in un piatto pieno d’acqua, aspettava un paio di minuti e poi esclamava: “Gli occhi! Gli occhi! Hanno fatto il malocchio”. Per questo rituale, c’era spesso un viavai di gente in casa mia.

“Macché sale grosso e peperoncino d’Egitto! Sono disperata!”

“Porta pazienza allora, e quando è tranquillo, cerca di farlo ragionare… In fondo è un brav’uomo, vedrai che le cose si aggiusteranno…” rispondeva mamma per consolarla, ma sembrava poco convinta.

“Non si aggiusta niente! Andrà sempre peggio: la gelosia gli ha preso l’anima!”

Fino a quel momento non avevo capito granché, ma a questa affermazione ero quasi trasalita. No che ce l’aveva l’anima, Vanni! Gliel’avevo vista appesa all’ombrello!

Allora ero corsa via arrabbiata con Clara, perché era stupida e bugiarda.

 Avevo sentito dire che Vanni prima non era così, che nonostante fosse molto povero, tutti lo rispettavano in paese perché era un gran lavoratore e aveva un portamento più da signore che da uno che “non ha neanche gli occhi per piangere”. Così dicevano.

“Perché i signori pensavo io, camminano dritti, lenti e spesso con l’ombrello, mentre i poveri vanno di corsa, un po’ ingobbiti e con le sportine di plastica.

Da quando aveva perso il lavoro, Vanni aveva preso a bere e passava da un’osteria all’altra finché gli facevano credito. In paese già correva la voce che la moglie avesse un amante, e le calunnie infine arrivarono alle orecchie di Vanni, che finì per perderci la ragione. Dopo un anno di sospetti e sbronze, oltre a picchiare la moglie e i figli, cominciò a manifestare comportamenti davvero bizzarri. Andava in giro con lunghi fili di perle finte al collo, confabulando fra sé chissà quali cose.

A volte lo vedevo con la pipa infilata in bocca al contrario e se qualcuno, ridendo, gliene domandava la ragione, lui, con aria grave, se la toglieva di bocca, la faceva roteare fra le dita e con lo sguardo per un attimo lucido rispondeva solennemente: “Perché, forse il mondo non va alla rovescia?”

Ogni tanto lo incontravo lungo la pietraia, in canottiera e calzoni di tela.  Scendeva lentamente, senza fretta, reggendo un grande ombrello giallo da cui pendeva uno straccio bianco. Ero intimorita e affascinata da Vanni: mi avevano detto di non rivolgergli la parola perché i matti sono pericolosi, ma un giorno, dovevo avere cinque anni, la curiosità vinse il timore e dal ballatoio di casa, la mia postazione preferita, gli domandai: “Dove stai andando?”

Lui, senza guardarmi, tirò dritto per la sua strada, solenne, e rispose: “Porto in giro la mia anima”.

Quel giorno ho imparato che l’anima è un telo bianco appeso a un ombrello.

Nei giorni seguenti mi videro andare in giro per la pietraia con un ombrello sgangherato da cui pendeva uno straccio bianco, seguita da altri bambini, in processione e in un silenzio di chiesa. Poi mamma mi aveva ordinato di smetterla con quel gioco: era stupido, e avrebbero scambiato per matta pure me. Arrabbiata, avevo risposto che i matti a me piacevano, mi piacevano moltissimo perché avevano l’anima e parlavano in italiano, e da grande me ne sarei andata con loro.

Per lunghi periodi Vanni spariva.

Io sapevo che lo portavano a curarsi in un paese vicino, me lo aveva spiegato la mamma. Clara allora veniva più spesso a trovarla ed era sempre più bella: portava orecchini d’oro, vestiti nuovi e rideva forte. Anche i figli erano in ordine e di sicuro mangiavano tutti i giorni, perché Clara non chiedeva più in prestito i soldi per la spesa.

Non avevo mai sentito papà sgridare la mamma, ma una sera, dopo una visita di Clara, disse un po’ seccato: “Restane fuori… vedi di allontanarla… altrimenti quando lui torna, e lo sai che prima o poi lo fanno uscire, viene a prendere a calci pure te!”

La mamma aveva taciuto, e io sapevo che quando non protestava, voleva dire che papà aveva ragione. Così Clara si fece vedere sempre meno, e quando passava rimaneva in piedi, non prendeva neanche il caffè e si giustificava con mille commissioni da sbrigare.

E puntualmente Vanni tornava.

Per qualche giorno era al centro dell’attenzione: c’era chi lo accoglieva di nuovo con simpatia, chi accennava un saluto distratto, chi ricominciava bonariamente a chiedergli conto delle sue stramberie e a divertirsi per le risposte, che non erano mai scontate. Poi tutti si riabituavano alla sua presenza e si occupavano di qualcun altro, perché nei paesi c’è poco da fare e molto da dire, per ammazzare il tempo e la noia.

Un giorno d’estate, però, Vanni riuscì ancora una volta a richiamare su di sé l’attenzione generale.

Aveva detto al calzolaio che quel giorno “voleva volare”, e in men che non si dica mezzo paese cominciò a tenerlo d’occhio: qualcuno si mise a seguirlo, altri lo accompagnavano trattenendo le risate, presi dal gioco, convinti che non avrebbe fatto nulla di particolare, o desiderando in cuor loro che qualcosa di spettacolare facesse.

Vanni e il suo piccolo drappello, verso le quattro di un pomeriggio fermo, percorrendo il corso del paese arrivarono vicino alla stazione ferroviaria. In quel punto c’era una biforcazione. Proseguendo lungo il corso centrale ci si allontanava dal paese, che finiva dopo un paio di tornanti; svoltando a sinistra, invece, la via diventava uno stradello di terra battuta che scendeva abbastanza ripido verso il piazzale della stazione. Il muretto che separava le due strade cresceva fino a raggiungere l’altezza di una decina di metri. Sul corso centrale misurava appena mezzo metro, dove si sostava durante la consueta passeggiata domenicale. Seduti sul muretto, guardando in basso, con un colpo d’occhio si abbracciava la stazione, l’unico binario sonnacchioso, le panchine di pietra fra i due platani, la fontanella a colonnina, e più in là, sulla destra, la vecchia locomotiva rugginosa che sostava su un tratto di binario morto coperto d’erba e papaveri. Quando Vanni arrivò alla biforcazione, continuò per il corso.

I compari che lo seguivano rinforzando per scherzo il suo delirio, gli domandavano fra gli schiamazzi: “Allora, da dove ti butti?”

Vanni, con una faccia che non tradiva emozioni e lo sguardo fisso: “Dal punto più alto” aveva risposto.

Proseguì ancora, poi si fermò dove aveva deciso di mettersi a volare. Guardando giù dal muretto, si vedeva chiaramente che quello era il punto più alto: sotto c’erano solo ghiaia, polvere, erbacce e qualche ginepro bruciato dal sole.

Vanni aprì il suo grande ombrello con fare meticoloso. Ora il piccolo drappello non sghignazzava più: si rendeva conto che Vanni, da vero matto, faceva sul serio. Qualcuno provò a dissuaderlo, un altro gli suggerì di tornare indietro e di buttarsi da un’altezza inferiore, ma lui, con un balzo improvviso e silenzioso, salì sul muretto e si lanciò.

La moglie del farmacista, che aveva seguito la scena dalla finestra, si coprì il viso con le mani, altri che passeggiavano tranquilli cominciarono a correre, e i suoi accompagnatori, esterrefatti, non osarono guardare in basso. Il grande ombrello giallo attutì la caduta e Vanni planò rovinosamente nelle sterpaglie polverose e quel giorno – forse ebbe fortuna, forse in quel momento la Morte era altrove, o semplicemente il suo Angelo svogliato ebbe pietà di lui e gli corresse la mira – se la cavò con una gamba e le braccia rotte e graffi e lividi su tutto il corpo. Poco più in là c’era il suo ombrello, con l’anima ancora appesa.

Morì un anno dopo. Lo trovarono accucciato in un cespuglio vicino alla fiumara, oltre l’ultima casa in costruzione nella zona bassa del paese. Un colpo alla tempia ben assestato con una pietra lo aveva messo a dormire per sempre. Unici testimoni la luna impotente che non avrebbe voluto illuminare quella notte e i pesci che rivelarono la loro presenza spaventata con guizzi nell’acqua e bolle che sembravano biglie.

L’assassino conosceva bene Vanni: gli aveva lasciato l’ombrello ma gli aveva portato via il suo straccio d’anima. Per qualche tempo non si parlò d’altro. Non si seppe mai cosa fosse accaduto realmente, e alla fine i paesani ricominciarono a farsi i fatti loro, e soprattutto quelli degli altri.

Clara sparì senza salutare nessuno, una mattina qualunque, su una corriera azzurra che portava al mare. Questa partenza improvvisa rinforzò l’idea che lei c’entrasse con la morte del marito. A me dispiacque molto sapere che non avrei più rivisto Vanni: papà mi disse che se n’era andato in cielo con il suo ombrello e che lassù era felice. Ogni tanto lo cercavo tra le nuvole, quando tornavo sulla mia collina.

Alle superiori, durante una lezione di storia dell’arte, mi è sembrato di rivederlo in un quadro di Magritte.


Pubblicato il 13 febbraio 2026

Mariella Piccolo

Mariella Piccolo / Psicologa specializzata in Terapia Sistemico relazionale. Attualmente psicoterapeuta in un Poliambulatorio a Modena, ma anche scrittrice